21/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un anno fa il massacro della Comunità di pace di San Josè de Apartadó. Per non dimenticare
Contadina sfollata da una delle comunità della zona umanitaria San Jose de ApartadóIl 21 febbraio 2005 la Brigada XVII dell’esercito colombiano massacrò a colpi di macete sette persone, fra cui tre bambini, appartenenti alla Comunità di Pace San Josè de Apartadó: Luis Eduardo Guerra, 35 anni, leader della Comunità; la sua compagna, Bellanira Areiza Guzman Areiza, 17 anni; il figlio di 11 anni Deiner Andrés Guerra; un altro contadino, Alfonso Bolivar Tuberquia Graciano, 30 anni, membro del consiglio di Pace della zona umanitaria di Mulatos; la sua compagna, Sandra Milena Muñoz Pozo, 24 anni, e i suoi figli Santiago Tuberquia Muñoz di 2 anni e Natalia Andrea Tuberquia Muñoz di 6 anni. Oggi, a un anno esatto dalla tragedia, tante le iniziative in Colombia e in Europa, mirate a non dimenticare quanto che quelle morti raccontino, quanto testimonino di ciò sta accadendo laggiù. In dodici mesi, nessuna giustizia è stata fatta, anzi. Gli atti terroristici di militari e paramilitari contro i civili continuano a spargere sangue e paura nelle verdi colline d’Arauca. Altri due i leader comunitari massacrati nel frattempo: Arlen Salas e Edilberto Vasquez. Gli sfollamenti forzati per le violenze continuano. I soldati impongono blocchi sugli alimenti, impedendone la libera circolazione e controllano le strade, armati fino ai denti. E il governo che fa? Incolpa la comunità di non collaborare al suo tentativo di supporto e protezione. La conclusione è una: l’annientamento della resistenza non violenta delle comunità di pace rientra nella strategia politica di criminalizzare e perseguire le organizzazioni e i movimenti sociali, popolari, indigeni e contadine che in Colombia stanno tentando di costruire un’alternativa di pace a una guerra che li sta devastando da oltre 40 anni. Nel caso di San Josè, inoltre, è evidente lo scopo economico che sta dietro il terrore indiscriminato. San Josè è ubicato in una zona troppo appetibile, dove grandi multinazionali intenderebbero ampliare la già diffusa coltivazione della palma africana almeno nella parte del territorio che verrebbe risparmiata dalla costruzione di un canale interoceanico. Piani miliardari per i quali la presenza dei contadini è solo un ostacolo da eliminare.  
 

Stella Spinelli

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