14/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Nasce un'associazione irachena per documentare gli abusi e le violenze sui detenuti
Da tre anni a questa parte in Iraq, la violenza stringe d'assedio le città e tiene in scacco la politica. Il sistema giudiziario del Paese, sotto l'occupazione militare statunitense e britannica, ha visto le carceri riempirsi in modo incontrollabile, e rischia di collassare sotto il peso degli abusi.
 
Prigionieri per la Giustizia. A fine gennaio è nata in Iraq un'organizzazione non governativa gestita da locali, il cui scopo è assistere detenuti ed ex detenuti, che sono stati vittime di violenze e soprusi: si chiama Prisoners' Association for Justice, Paj. "Abbiamo iniziato solo sei settimane fa - Spiega Khalid Rabia'a, il loro portavoce - e l'organizzazione ha già ricevuto 125 testimonianze di abusi subiti da prigionieri iracheni nelle carceri del Paese". In molti casi il Paj viene contattato per rintracciare persone sparite dopo l'arresto, "sono almeno 50 - continua Rabia'a - le famiglie che ci hanno chiesto di ritrovare i loro cari". I racconti dei detenuti sono difficili da raccogliere, spesso si tratta di ricordi troppo dolorosi da evocare, ma la sola possibilità di avere giustizia, per quanto remota, passa per il coraggio di parlare. E accusare. I testimoni raccontano di violenze che vanno da frustate con cavi elettrici, stupri, privazioni e umiliazioni, fino alle torture più letali. La maggior parte delle persone arrestate viene accusata di essere "compromessa con l’insorgenza", un accusa che nella grande maggioranza dei casi si rivela infondata. Secondo dati del ministero della Difesa, dei trentamila casi di detenzione revisionati dall'agosto 2004, oltre quindicimila sono stati invalidati e i prigionieri in questione scarcerati. Ma sono molte migliaia anche i casi di civili che riferiscono di aver passato mesi in cella senza che venisse loro formalizzata alcuna accusa
 
Tutti colpevoli. Le violenze si sono verificate sia nei centri di detenzione della Coalizione, che nelle carceri del ministero dell’Interno iracheno. I militari del Pentagono controllano ancora la famigerata Abu Ghraib, da dove uscirono le immagini shock delle violenze e degli abusi sessuali sui detenuti, da parte di ufficiali statunitensi. Fotografie della stessa serie sono state riproposte nei giorni scorsi da una tv australiana, riaprendo nell'orgoglio degli iracheni una ferita che il sottosegretario di Stato Usa, Karen Hughes, ha cercato di lenire dichiarando: "questi orribili crimini violano le nostre politiche, i prigionieri devono essere trattati con rispetto". Anche i soldati britannici sono accusati di violenze nel centro di detenzione di Um Qasr, ma anche al di fuori, come mostra il recente video in cui giovani iracheni vengono pestati selvaggiamente dai militari della regina. Alcuni funzionari del ministero della Difesa iracheno sostengono che la situazione è complicata dal fatto che la gestione delle carceri è divisa: "bisognerebbe riportare tutte le strutture sotto il controllo degli iracheni" dichiarava uno di loro. Ma nemmeno le prigioni irachene si sono dimostrate all'altezza: a novembre 2005 in un edificio del ministero dell'Interno venivano scoperti 173 detenuti in condizioni infami: con segni di tortura e malnutrizione. Le indagini svolte dalle autorità non hanno dato risposte, ma è ormai chiaro che il ministero dell'Interno - il cui titolare è uno sciita vicino alle brigate Badr - non opera in modo imparziale. Diversi esponenti delle forze di polizia e di custodia carceraria hanno abusato della loro posizione per perseguire vendette, abusi e violenze, soprattutto contro i sunniti, che sono la maggioranza della sfortunata popolazione carceraria irachena.
 

Naoki Tomasini

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