24/11/2004
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Darfur, la follia della guerra
Scritto per noi da
Emilio Manfredi
Darfur, Sudan occidentale -
Suleiman sta seduto al centro della tenda, appoggiato al palo centrale che ne
sostiene la struttura.
Sopra di lui, dei teli tenuti assieme da corde riparano dal calore e dalla luce
accecante della giornata. Accanto a lui, suo fratello, Icham, osserva gli ospiti
e li invita ad entrare.
Due passi avanti e Nassour, autista ed interprete, fa cenno di no con il capo
e rimane fuori.
“Gri gri” dice Nassour, “Gri gri, le diable, non entrare, ti prego, non va bene”.
È visibilmente scosso e accetta di avvicinarsi solo dopo molte insistenze.
Suleiman è sempre lì, poggiato al palo, seduto.
Ma ci è legato, a quel pezzo di legno. Da una grossa catena di ferro, di quelle
che si usano per chiudere i cancelli nelle nostre campagne, chiusa da un pesante
lucchetto.
E si capisce perché Nassour non voleva che si facesse questo giro.
Grida, urla e sputa, Suleiman. Dice cose che nessuno capisce, non parole ma versi
incomprensibili anche per i familiari.
Guarda fisso negli occhi e urla ancora.
Il fratello, visibilmente imbarazzato, spiega che Suleiman ha circa 35 anni,
coltivava della terra ed aveva degli animali nella regione di Karnoi, nello Shamal
Darfur, nel nord.
Vivevano nel villaggio tutti assieme. La classica famiglia allargata tipica
di queste aree con economie spesso al limite della pura sussistenza.
Un giorno, diversi mesi fa, sono arrivati gli aeroplani Antonov del governo sudanese,
hanno bombardato il loro villaggio, distrutto molte case, ucciso molte persone.
Lanciavano delle bombe artigianali, quel giorno. Bombe fabbricate con dei barili
di petrolio, riempiti probabilmente di esplosivo e pezzi di ferro, perché si disperdessero
al momento dell’impatto col suolo e facessero più morti, più feriti. Per lanciarle,
si apre il portellone e si scaricano giù, a mano.
“A causa di una di queste bombe, è morta la moglie di mio fratello“, prosegue
Icham.
Poi, secondo la ripetitiva tragicità di questa guerra, la popolazione sopravvissuta
nel villaggio è fuggita, inseguita dalle milizie di Janjaweed - le truppe irregolari
a cavallo armate dal governo di Khartoum, ndr.
“Suleiman aveva con sé due figli. È stato raggiunto nel bush dai Janjaweed. Lui
è rimasto ferito, e ha visto uccidere davanti a suoi occhi i due bambini. Lo abbiamo
trascinato via con noi. Lentamente le sue ferite sono guarite, ma è da allora
che è così.
Lo ha preso il diavolo, il gri gri."
Mentre Icham parla, Suleiman continua a fissare. Poi un grido, un verso come
di un animale selvatico. Dopo si paralizza, rimane inerte.
"La famiglia si vergogna, e inoltre un po' lo teme. Dunque lo tengono legato
giorno e notte. La situazione, qui nei campi, è talmente drammatica che non ci
si può occupare più di tanto dei casi di malattia mentale come Suleiman. Si pensa
a trovare da mangiare, é tutto così difficile.
Quelli come lui vengono lasciati lì, legati al palo, un po’ d‘acqua e un po’
di cibo, e basta."
A parlare è Mariam, una rifugiata che si occupa di monitorare i casi di malattia
mentale conseguenti alla guerra.
“Non è solo questa famiglia”, ripete.
“Tutti li trattano in questo modo”, spiega mentre ci muoviamo in auto tra le
tende.
“La sua bambina è nata dopo la fuga dal villaggio, Aicha non era sposata, è
stata violentata, capisci? Sono entrati i Janjaweed nella sua casa, erano in molti.
L’hanno stuprata e poi hanno bruciato tutto.
Lei è sopravvissuta assieme alla madre, ed ora è nato questo bambino. Lei lo
accudisce, gli vuole molto bene, ma non ha mai più recuperato la ragione. Quindi
la madre la tiene legata nella tenda, e gli lascia il bimbo accanto.”
Un’altra tenda, una ragazza dai tratti molto belli e dallo sguardo perso nel
vuoto, un sorriso, che solo lei comprende, stampato sul viso. Ha solo sedici anni,
Aicha.
La madre la osserva e spiega che non sa che farci, che prima non era così. Che
lei vuole molto bene a sua figlia ed al bimbo.
Chiede che sia curata, chiede aiuto. Rimane solo il silenzio, i versi del bambino
e il sorriso liquido di Aicha.
“Come, please, come inside”, con un inglese comprensibile Adam invita ad entrare
nella sua tenda.
Da fuori non si vede nulla, questa almeno è una tenda vera, di quelle dell’ONU,
solo ha ceduto il tetto e bisogna entrarci a carponi.
Fuori il sole è accecante, all’interno ci metto un po’ ad abituarmi al buio.
Poi finalmente si vede: Adam, un ragazzo giovane, la pelle molto scura.
È completamente nudo, ennesima persona legata con catene e lucchetti.
Lui è legato molto stretto. Le catene gli tagliano la pelle ai polsi ed alle
caviglie, il sudore e la sabbia hanno infettato gli squarci nella pelle.
“Da dove vieni?” chiede. “Avvicinati”.
In mano tiene una ciotola per l’acqua, che di colpo scaglia sugli ospiti. Dice
di andare via.
Anche lui è così da quando è stato assaltato il suo villaggio, dopo i morti i
feriti le case distrutte e gli animali uccisi.
Anche lui sta legato, chiuso nel suo mondo.
Nessuno darà una mano a Suleiman, Aicha ed Adam, qui nel campo profughi di Toulum,
al confine tra Ciad e Sudan.
Per i loro parenti hanno il gri gri, gli spiriti maligni: sono indemoniati, diremmo
noi. Loro e come loro molti altri, qui ed in tutti i campi profughi.
Difficile, viste le condizioni in cui si vive, prendersi cura di queste persone.
Le ennesime vittime dell’ennesima guerra africana.
Uno dei tanti prodotti, forse uno dei meno visibili, della crisi umanitaria causata
dal conflitto che ha colpito la regione sudanese del Darfur.
Forse sarebbe tutto più facile, se si potesse spiegare il loro malessere con
il gri gri.
Non ci sarebbero di mezzo gli stupri, i morti, le bombe artigianali e tutto il
resto.
Non ci sarebbe, tutto intorno a questa gente, un’immensa distesa di tende e di
gente che soffre, ferma in un non luogo, senza alcuna prospettiva, un anno e molti
mesi dopo l’inizio di questo disastro.