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il dolore. Sono parole della redazione di B92, storico network
serbo fondato nel 1989 come emittente radiofonica, ma che negli anni si
è sviluppata fino a diventare un canale televisivo e un sito internet
d’informazione tra i più cliccati in Serbia e all’estero, anche per la
fama di emittente libera che ha guadagnato sul campo. Il regime di
Milosevic infatti, negli ultimi anni del suo potere, aveva cercato di
controllare una fonte d’informazione così importante, ma l’opposizione
dei giornalisti le ha permesso, operando in clandestinità, di resistere e
di guadagnarsi la stima di tutti. E proprio questa linea d’indipendenza
è alla base dell’ultima iniziativa di B92: il documentario Vukovar, the
final cut.
“Il documentario è un tentativo di stabilire una verità
condivisa da serbi e croati rispetto a quello che è accaduto nel
1991”, spiega il comunicato stampa dell’emittente serba, “perché
crediamo che 15 anni siano un tempo sufficiente per provare a
realizzare un’inchiesta su quei fatti che non divida, ma unisca”.
Ricordiamo in breve gli avvenimenti. Siamo nel maggio 1991. A Borovo
Selo, nelle immediate vicinanze di Vukovar, vennero uccisi in
un'imboscata 14 poliziotti croati. Ha inizio così l'attacco alla città
di Vukovar e alla regione della Slavonia, al confine tra la Federazione
serbo montenegrina e la Croazia attuali, ma che all’epoca facevano
parte della ex-Jugoslavia. I villaggi vengono assediati, occupati e la
popolazione non serba viene deportata. Vukovar viene bombardata e,
secondo gli studiosi del conflitto, l'Armata (che doveva essere
l’esercito di tutti gli jugoslavi) avrebbe impegnato 20mila uomini, 300
carri armati, razzi e mortai, colpendo l'ospedale, il palazzo dei
sindacati, la Chiesa Cattolica e l'acquedotto. La città viene
assediata, difesa solo da uno sparuto gruppo di volontari che resistono
valorosamente, la battaglia si decide quando arrivano gli irregolari,
come gli uomini di Zeliko Raznatovic, detto Arkan, comandante della
Guardia volontaria serba: saranno loro a fare il "lavoro sporco", a
stanare miliziani e abitanti dal labirinto delle cantine.
L'Armata popolare jugoslava (ormai controllata dai serbi) entra nella
città, dopo un assedio di tre mesi, il 18 novembre 1991. Vukovar viene
occupata e militari dell'esercito serbo e miliziani irregolari si
macchiano di crimini efferati contro la popolazione
civile. Alcune fosse comuni saranno scoperte mesi
più tardi da giornalisti stranieri presso Ovcara. Oltre 5mila persone
saranno deportate in campi di
prigionia in Serbia. Molti non faranno mai più ritorno.
Le testimonianze dirette.
L’importanza di questo documentario è evidente: sono gli stessi serbi a
confrontarsi in prima persona con un crimine commesso da loro
connazionali. E lo fanno lavorando fianco a fianco con dei croati. Uno
degli aspetti più gravi del dopoguerra nei Balcani è stato proprio
quello della memoria non condivisa. I ragazzi nelle scuole studiano
manuali di storia che sembrano più un incitamento all’odio razziale che
riflessioni scientifiche. Ed è proprio su questo che hanno lavorato gli
autori del documentario. “La prima coproduzione serbo-croata su un tema
come questo”, spiega B92, “realizzata da giornalisti e ricercatori,
vuole rendere possibile l'esistenza di un punto di vista critico e
condiviso sugli avvenimenti accaduti tra le due sponde del
Danubio, dove le persone hanno convissuto per anni e poi si sono
massacrate a vicenda. Abbiamo voluto e dovuto farlo in prima persona,
senza avvalerci di contributi dall’estero. Non c’interessavano i
contributi di quei giornalisti che si occupano di guerre e passano
dall’Iraq ai Balcani in un giorno, ma volevamo farlo in prima persona.
Molte tra coloro che hanno lavorato a questo documentario erano a
Vukovar in quei giorni”. I massacri avvenuti per settimane nella
barocca cittadina della Slavonia difficilmente possono venire spiegati
con la sola importanza strategica della città, nonostante i grandi
complessi industriali e il fatto che la zona diveniva parte di quel
corridoio naturale, il Danubio, che arrivava fino al confine con la
Vojvodina, provincia autonoma serba. “Quello che vogliamo capire è
perché, mentre i politici serbi e croati stavano ancora discutendo, i
cannoni cominciavano a bersagliare Vukovar, cioè la cittadina che per
anni era stata portata a esempio di convivenza e civiltà, simbolo
stesso della Jugoslavia e della coabitazione delle sue genti”. E’
probabile che sia stata colpita proprio per questo, proprio per
distruggere l’idea stessa che potesse esistere una Jugoslavia unita e
in pace. Gli autori, nel loro lavoro, si sono avvalsi di migliaia di
testimonianze dirette a tutti i livelli: politici, militari, civili e
giornalisti. Sono stati inoltre consultati tutti i filmati amatoriali
dell’epoca e tutte le immagini d’archivio delle principali emittenti
televisive serbe e croate dell’epoca. “Siamo partiti dalle immagini
delle reti dell’epoca”, spiegano gli autori, “per rendere l’idea del
ruolo criminale svolto dai media nel conflitto come ripetitori
dell’odio e delle direttive del potere. Ma il nostro documentario vuole
essere un contributo al dialogo, che deve cominciare dal tornare a
lavorare assieme per condividere una memoria. In particolare quella
della gente comune”. Persone semplici, come Zelijka Juric. All’epoca
dei fatti era solo una bambina e, mentre viene intervistata dagli
autori, si fatica a capire il motivo della sua presenza fino a
quando non parte un filmato della BBC, girato durante l’assedio, dove si
vede una bimba terrorizzata che fugge stretta in un cappottino blu, tra
le bombe. Quella bambina è Zelijka e, a persone come lei, serbe o
croate che siano, questo documentario vuole dare voce. Christian Elia