20/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



L'orrore di Vukovar, raccontato per la prima volta insieme da serbi e croati
“Questo non è un documentario su Vukovar 15 anni dopo. E' molto di più: è il tentativo di riportare sul luogo del misfatto, magari nella stessa immagine, colui che ha commesso e colui che ha subito un crimine. Non serviamo nessuna parte politica, siamo al servizio della verità. Siamo solo interessati alla storia di Vukovar, perché rappresenta una parte delle nostre vite”.

 
la locandina del documentarioCondividere il dolore. Sono parole della redazione di B92, storico network serbo fondato nel 1989 come emittente radiofonica, ma che negli anni si è sviluppata fino a diventare un canale televisivo e un sito internet d’informazione tra i più cliccati in Serbia e all’estero, anche per la fama di emittente libera che ha guadagnato sul campo. Il regime di Milosevic infatti, negli ultimi anni del suo potere, aveva cercato di controllare una fonte d’informazione così importante, ma l’opposizione dei giornalisti le ha permesso, operando in clandestinità, di resistere e di guadagnarsi la stima di tutti. E proprio questa linea d’indipendenza è alla base dell’ultima iniziativa di B92: il documentario Vukovar, the final cut. “Il documentario è un tentativo di stabilire una verità condivisa da serbi e croati rispetto a quello che è accaduto nel 1991”, spiega il comunicato stampa dell’emittente serba, “perché crediamo che 15 anni siano un tempo sufficiente per provare a realizzare un’inchiesta su quei fatti che non divida, ma unisca”. Ricordiamo in breve gli avvenimenti. Siamo nel maggio 1991. A Borovo Selo, nelle immediate vicinanze di Vukovar, vennero uccisi in un'imboscata 14 poliziotti croati. Ha inizio così l'attacco alla città di Vukovar e alla regione della Slavonia, al confine tra la Federazione serbo montenegrina e la Croazia attuali, ma che all’epoca facevano parte della ex-Jugoslavia. I villaggi vengono assediati, occupati e la popolazione non serba viene deportata. Vukovar viene bombardata e, secondo gli studiosi del conflitto, l'Armata (che doveva essere l’esercito di tutti gli jugoslavi) avrebbe impegnato 20mila uomini, 300 carri armati, razzi e mortai, colpendo l'ospedale, il palazzo dei sindacati, la Chiesa Cattolica e l'acquedotto. La città viene assediata, difesa solo da uno sparuto gruppo di volontari che resistono valorosamente, la battaglia si decide quando arrivano gli irregolari, come gli uomini di Zeliko Raznatovic, detto Arkan, comandante della Guardia volontaria serba: saranno loro a fare il "lavoro sporco", a stanare miliziani e abitanti dal  labirinto delle cantine. L'Armata popolare jugoslava (ormai controllata dai serbi) entra nella città, dopo un assedio di tre mesi, il 18 novembre 1991. Vukovar viene occupata e militari dell'esercito serbo e miliziani irregolari si macchiano di crimini efferati contro la popolazione civile. Alcune fosse comuni saranno scoperte mesi più tardi da giornalisti stranieri presso Ovcara. Oltre 5mila persone saranno deportate in campi di prigionia in Serbia. Molti non faranno mai più ritorno.

la freccia sulla cartina indica Vukovar, al confine tra Croazia e Serbia - MontenegroLe testimonianze dirette. L’importanza di questo documentario è evidente: sono gli stessi serbi a confrontarsi in prima persona con un crimine commesso da loro connazionali. E lo fanno lavorando fianco a fianco con dei croati. Uno degli aspetti più gravi del dopoguerra nei Balcani è stato proprio quello della memoria non condivisa. I ragazzi nelle scuole studiano manuali di storia che sembrano più un incitamento all’odio razziale che riflessioni scientifiche. Ed è proprio su questo che hanno lavorato gli autori del documentario. “La prima coproduzione serbo-croata su un tema come questo”, spiega B92, “realizzata da giornalisti e ricercatori, vuole rendere possibile l'esistenza di un punto di vista critico e condiviso sugli avvenimenti accaduti tra le due sponde del Danubio,  dove le persone hanno convissuto per anni e poi si sono massacrate a vicenda. Abbiamo voluto e dovuto farlo in prima persona, senza avvalerci di contributi dall’estero. Non c’interessavano i contributi di quei giornalisti che si occupano di guerre e passano dall’Iraq ai Balcani in un giorno, ma volevamo farlo in prima persona. Molte tra coloro che hanno lavorato a questo documentario erano a Vukovar in quei giorni”. I massacri avvenuti per settimane nella barocca cittadina della Slavonia difficilmente possono venire spiegati con la sola importanza strategica della città, nonostante i grandi complessi industriali e il fatto che la zona diveniva parte di quel corridoio naturale, il Danubio, che arrivava fino al confine con la Vojvodina, provincia autonoma serba. “Quello che vogliamo capire è perché, mentre i politici serbi e croati stavano ancora discutendo, i cannoni cominciavano a bersagliare Vukovar, cioè la cittadina che per anni era stata portata a esempio di convivenza e civiltà, simbolo stesso della Jugoslavia e della coabitazione delle sue genti”. E’ probabile che sia stata colpita proprio per questo, proprio per distruggere l’idea stessa che potesse esistere una Jugoslavia unita e in pace. Gli autori, nel loro lavoro, si sono avvalsi di migliaia di testimonianze dirette a tutti i livelli: politici, militari, civili e giornalisti. Sono stati inoltre consultati tutti i filmati amatoriali dell’epoca e tutte le immagini d’archivio delle principali emittenti televisive serbe e croate dell’epoca. “Siamo partiti dalle immagini delle reti dell’epoca”, spiegano gli autori, “per rendere l’idea del ruolo criminale svolto dai media nel conflitto come ripetitori dell’odio e delle direttive del potere. Ma il nostro documentario vuole essere un contributo al dialogo, che deve cominciare dal tornare a lavorare assieme per condividere una memoria. In particolare quella della gente comune”. Persone semplici, come Zelijka Juric. All’epoca dei fatti era solo una bambina e, mentre viene intervistata dagli autori, si fatica a capire il motivo della sua presenza fino a quando non parte un filmato della BBC, girato durante l’assedio, dove si vede una bimba terrorizzata che fugge stretta in un cappottino blu, tra le bombe. Quella bambina è Zelijka e, a persone come lei,  serbe o croate che siano, questo documentario vuole dare voce. 

Christian Elia

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