Scritto per noi da
Stefano Feltri
Diventare un’economia
sempre più competitiva, basata sulla conoscenza, in grado di creare molti posti
di lavoro di alto livello e ridurre le disuguaglianze tra regioni. Sembra la
strategia di Lisbona che, lanciata nel 2000, doveva portare i paesi dell’Unione
Europea nel nuovo millennio. E invece è il programma della Cina per i prossimi
anni.
Mentre si avvicina
l’approvazione del nuovo piano quinquennale che fissa le linee della politica
economica per il periodo 2006-2010, il governo cinese comincia ad annunciare
quali saranno le sue priorità nel futuro.
Oltre cento miliardi di
dollari verranno investiti in ricerca e sviluppo, entro il 2020, per cancellare
dagli occhi occidentali l’immagine del gigante cinese che sforna solo magliette
e giocattoli. Un segnale chiaro la Cina lo ha già dato quando, questa estate,
una storica impresa
di computer, l’americana IBM, è stata comprata da una società cinese.
Ma quello che colpisce
delle strategie annunciate da Pechino è il proposito di far uscire dalla povertà la sua popolazione entro il
2050. E lo si farà puntando tutto sulla tecnologia e la ricerca scientifica.
La fabbrica del mondo, la
patria del lavoro a basso costo senza tutele, dove l’impatto ambientale era,
fino a poco tempo fa, una variabile non considerata, ha capito che non può
continuare così. Nel 2005, come ha ammesso il governo, ci sono state oltre
70mila proteste organizzate, quasi tutte innescate dal disagio sociale in cui
vivono i cinesi nelle campagne e, in misura minore, nelle città. Uno sviluppo
equilibrato, tra centro e periferia, tra costa e interno, entra di forza
nell’agenda del governo, che ormai ha capito che il rischio più grosso per la
Cina è la sua stessa crescita, troppo disomogenea per essere sostenibile nel
lungo periodo.

Da molti anni, poi, la Cina
ha intuito che il suo futuro non potrà essere solo nel tessile o nell’industria
pesante, i settori a cui, per ora, associamo l’immagine dell’economia
cinese. Negli anni 80 il governo di
Pechino ha introdotto il primo piano per investire nella tecnologia e nella
ricerca di base, con l' “863 program”, seguito poi dal “Torch program”.
Nel 2001 investiva l’1,1%
del Pil (la ricchezza prodotta in un anno) in ricerca e sviluppo, oggi è
all’1,3% e l’obiettivo è il 2,5 entro pochi anni. Il Partito comunista cinese
dimostra così una certa previdenza nel decidere di investire tanto denaro in
ricerca in questo nel momento in cui la Cina cresce alla velocità dell’ 8-9%
all’anno, prima di ritrovarsi nel pantano in cui sono alcuni paesi occidentali
oggi, a partire dall’Italia, che non sono più competitivi nell’industria e neppure
nella tecnologia, perché vi hanno investito troppo poco quando le cose andavano
bene.
La composizione delle esportazioni cinesi, ormai da alcuni anni, riflette la
svolta: nel 1990 solo il 5% dell’export cinese era composto da prodotti
hi-tech, nel 2000 era il 20% e oggi il 25. Restano comunque molte ombre in
questo apparente miracolo tecnologico, come ad esempio il fatto che i cinesi
producono pochissima vera innovazione, e si limitano per lo più a migliorare
tecnologie già esistenti. Ma tempo qualche anno e le cose potrebbero cambiare.

Visto il ritmo a cui
cresce la Cina oggi, il suo obiettivo di far emergere dalla povertà tutta la
propria popolazione risulta abbastanza credibile. La Cina fa sul serio,
insomma. Ma non si capisce bene un altro proposito annunciato: portare la
speranza di vita a 80 anni. Una battuta che gira tra gli economisti è che i cinesi rischiano di diventare vecchi prima
che ricchi, mentre di solito una popolazione vede prima aumentare il proprio
reddito e poi, di conseguenza, la propria età media. Una popolazione più
anziana significa una crescente domanda di servizi sanitari e la necessità di
sviluppare un sistema pensionistico che garantisca una vecchiaia dignitosa. Oggi
la Cina è carente su entrambi i fronti: il sistema sanitario è una delle
incognite principali, essendo oggi in gran parte privato, con costi proibitivi
per la maggioranza della popolazione.
La Cina si prepara dunque
ad affrontare la sua sfida più difficile: dopo aver dimostrato che l’economia
può crescere bene anche senza riforme democratiche, ora vuole migliorare la
qualità della vita dei suoi cittadini senza però aprirsi alla democrazia (basti
ricordare le continue censure su Internet). La risposta sarà comunque
interessante.