18/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il ministro Calderoli ha provocato una reazione furiosa in Libia
“Non è importante il mio nome, sono solo un frate. No, il vescovo Martinelli non è a Tripoli in questo momento”. Risponde una voce squillante al telefono del vescovado cattolico in Libia. Uno di quei luoghi della fede che, ogni giorno, si confronta con il dialogo interreligioso. Sul campo.
 
un immagine del consolato italiano a bengasiReazione furiosa. “La colpa è vostra, dei giornalisti”, sbotta ironico il religioso, “qui tutto va bene e c’è un profondo rispetto reciproco. Certo, alla fine, voi vi limitate a riportare le dichiarazioni e le immagini di quello che comunque succede nel mondo. E in un momento come questo, sarebbe stato più opportuno il silenzio e la riflessione”. Il frate non fa mai riferimento diretto a quello che, da 48 ore, è diventato un caso in Libia: la grottesca intervista del ministro delle Riforme italiano Roberto Calderoli al telegiornale di Rai 1 dove l’uomo politico della Lega Nord ha mostrato per qualche secondo una maglietta con le vignette pubblicate dal giornale danese Jyllands Posten, quelle che raffigurano il profeta Mohammed e che hanno offeso i fedeli islamici in tutto il mondo. Invece di gettare acqua sul fuoco e di contribuire a far calare la tensione, il ministro Calderoli, lo stesso che qualche giorno prima invocava una nuova crociata, ha pensato bene di utilizzare il servizio pubblico televisivo italiano per lanciare una provocazione grave quanto gratuita. Il giorno dopo, circa un migliaio di manifestanti inferociti, secondo il console generale italiani Giovanni Pirrello, hanno assaltato la sede consolare dell’Italia a Bengasi. I circa 60 agenti di polizia, travolti dalla folla, hanno aperto il fuoco: il drammatico bilancio è di undici morti e 40 feriti.
La Rai, in Libia, è molto seguita, come in tutti i paesi del Mediterraneo, perchè la memoria coloniale lascia legami che si mantengono vivi. Un rapporto tra le due sponde mediterranee che, al contrario degli altri paesi islamici del mondo, aveva reso le manifestazioni contro le vignette danesi piuttosto rarefatte, eccezion fatta per l’Egitto. Ma Calderoli ha pensato bene di dare il suo contributo alla vicenda, rafforzando la sensazione che le destre europee più vicine alle posizioni xenofobe stiano soffiando sul fuoco di una vicenda che ha causato molti lutti in giro per il mondo e una tensione sempre più grave.
 
il ministro leghista Roberto CalderoliUn rapporto particolare. “Un elemento ci può aiutare a capire meglio la gravità delle dichiarazioni del ministro Calderoli: ieri 218 giornali arabi di tutto il mondo hanno pubblicato e stigmatizzato l’intervento del ministro italiano in televisione. Questo aiuta a capire l’entità del danno arrecato in questo momento delicato”. Al telefono Farid Adly, giornalista libico che vive da anni in Italia, commenta così l’accaduto, contestualizzando la situazione. “La reazione dei manifestanti di Bengasi è data da un insieme di fattori: politici, storici ed economici, non solo religiosi”, spiega Adly. “In primo luogo c’è da considerare la storia di Bengasi, da sempre città ‘contro’ in potere centrale e quindi meno gestibile dal regime. Inoltre sarebbe una lettura sbagliata quella che vede il fondamentalismo islamico dietro questi fatti, perché da 40 anni i partiti sono banditi e i leader politici più estremisti sono in carcere. Il problema più serio è quello di una dialettica ricco – povero che porta i 250mila disoccupati libici, laureati o diplomati, a confrontarsi con una serie di problemi e di frustrazioni che, in questo caso, si sono rivoltati contro un esponente di un governo che continua in un atteggiamento, almeno in alcuni suoi esponenti, di disprezzo verso l’Islam. Questa rabbia si è scontrata con l’apparato di polizia libico che, per formazione, gestisce le situazioni solo in chiave repressiva: da questa dinamica sono scaturite le vittime di Bengasi”.
Quanto lascerà il segno questa vicenda nei rapporti tra l’Italia e la Libia? “Sono convinto che la rabbia sia rivolta contro il governo, non contro il popolo italiano”, spiega il giornalista libico, “ma la tensione che viene dalla memoria collettiva del colonialismo italiano in Libia e dai crimini commessi è stata rinfocolata dalle esternazioni di Calderoli. Adesso non resta che riportare la calma e aspettare che il ministro compia un esame di coscienza e maturi le dovute conseguenze del suo gesto. Ma resta il dolore e la tristezza rispetto a questi morti che si potevano evitare”. 

Christian Elia

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