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Reazione furiosa. “La colpa è vostra, dei
giornalisti”, sbotta ironico il religioso, “qui tutto va bene e c’è un profondo
rispetto reciproco. Certo, alla fine, voi vi limitate a riportare le
dichiarazioni e le immagini di quello che comunque succede nel mondo. E in un
momento come questo, sarebbe stato più opportuno il silenzio e la riflessione”.
Il frate non fa mai riferimento diretto a quello che, da 48 ore, è diventato un
caso in Libia: la grottesca intervista del ministro delle Riforme italiano
Roberto Calderoli al telegiornale di Rai 1 dove l’uomo politico della Lega Nord
ha mostrato per qualche secondo una maglietta con le vignette pubblicate dal
giornale danese Jyllands Posten, quelle che raffigurano il profeta
Mohammed e che hanno offeso i fedeli islamici in tutto il mondo. Invece di
gettare acqua sul fuoco e di contribuire a far calare la tensione, il ministro
Calderoli, lo stesso che qualche giorno prima invocava una nuova crociata, ha
pensato bene di utilizzare il servizio pubblico televisivo italiano per
lanciare una provocazione grave quanto gratuita. Il giorno dopo, circa un
migliaio di manifestanti inferociti, secondo il console generale italiani
Giovanni Pirrello, hanno assaltato la sede consolare dell’Italia a Bengasi. I
circa 60 agenti di polizia, travolti dalla folla, hanno aperto il fuoco: il
drammatico bilancio è di undici morti e 40 feriti.
Un rapporto particolare. “Un
elemento ci può aiutare a capire meglio la gravità delle dichiarazioni del
ministro Calderoli: ieri 218 giornali arabi di tutto il mondo hanno pubblicato
e
stigmatizzato l’intervento del ministro italiano in televisione. Questo aiuta
a
capire l’entità del danno arrecato in questo momento delicato”. Al telefono
Farid Adly, giornalista libico che vive da anni in Italia, commenta così
l’accaduto, contestualizzando la situazione. “La reazione dei manifestanti di
Bengasi è data da un insieme di fattori: politici, storici ed economici, non
solo religiosi”, spiega Adly. “In primo luogo c’è da considerare la storia di
Bengasi, da sempre città ‘contro’ in potere centrale e quindi meno gestibile
dal regime. Inoltre sarebbe una lettura sbagliata quella che vede il
fondamentalismo islamico dietro questi fatti, perché da 40 anni i partiti sono
banditi e i leader politici più estremisti sono in carcere. Il problema più serio
è quello di una dialettica ricco – povero che porta i 250mila disoccupati
libici, laureati o diplomati, a confrontarsi con una serie di problemi e di
frustrazioni che, in questo caso, si sono rivoltati contro un esponente di un
governo che continua in un atteggiamento, almeno in alcuni suoi esponenti, di
disprezzo verso l’Islam. Questa rabbia si è scontrata con l’apparato di polizia
libico che, per formazione, gestisce le situazioni solo in chiave repressiva:
da questa dinamica sono scaturite le vittime di Bengasi”.
Christian Elia