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Dopo dodici anni vissuti nei vagoni ferroviari dismessi e
nelle tende, 157 famiglie di profughi azeri della guerra del
Nagorno-Karabakh
torneranno tra pochi giorni a vivere in una casa vera e i loro 96
bambini
avranno per la prima volta una scuola dove andare. Il nuovo villaggio
di Seferliler, nella regione di Agdam, avrà anche una clinica
medica, un ufficio postale e un piccolo bagno pubblico. Seferliler
è stato costruito dal governo azero nell’ambito del programma di
reinsediamento
degli sfollati di guerra. Altre 674 famiglie sono già state sistemate
nelle
scorse settimane in quattro ulteriori nuovi villaggi, ed entro pochi mesi
altri
otto villaggi verranno completati così da poter ospitare le restanti
tremila
famiglie sfollate della regione.
Ma tanti profughi non sono così fortunati. Un
sogno che si avvera per circa 20 mila persone: una piccola parte del mezzo
milione di senza casa che ancora vivono nei campi profughi sparsi per
l’Azerbaigian. Questi però hanno almeno la speranza di venire prima o poi
reinsediati anche loro dal governo di Baku. Contrariamente agli sfortunati
azeri, che invece sono rimasti a vivere tra le macerie delle loro case nella
città-fantasma di Agdam, distrutta e conquistata dagli armeni durante la guerra
e oggi parte del Nagorno-Karabakh. Per le autorità armene questa gente,
semplicemente, non esiste. (v. reportage ‘Giardino
nero di montagna’).
Il fallimento del vertice di
Rambouillet. Dopo dodici anni di stallo e di negoziati falliti, il
‘conflitto congelato’ del Nagorno-Karabakh – che all’inizio degli anni ‘90 causò
almeno 30 mila morti – rischia oggi di sciogliersi. Dopo un anno, il 2005,
caratterizzato da una preoccupante escalation di violazioni della tregua da
entrambe le parti e da un inquietante riarmo militare da parte azera, la
comunità internazionale ha provato a scongiurare i nuovi venti di guerra che
soffiano nel Caucaso meridionale cercando di far ripartire il negoziato tra
Baku e Yerevan. Così il 10 e 11 febbraio scorso il presidente francese Chirac
ha invitato i due presidenti, l’azero Aliev e l’armeno Kocharian, nel castello
di Rambouillet, appena fuori Parigi. Un posto che evidentemente non porta gran
fortuna: qui fallirono nel ’99 i negoziati sul Kosovo, aprendo le porte ai
bombardamenti della Nato contro la Jugoslavia di Milosevic.
L’Azerbaigian si arma con i
petroldollari del Btc. Questa volta, nonostante le ottimistiche
aspettative, non è andata meglio. Dopo due giorni di incontri e colloqui, i due
ostinati presidenti se ne sono andati senza quasi salutarsi. Il vertice è stato
aggiornati a maggio, questa volta a Washington. Ma sarà difficile che in tre
mesi cambino posizioni che in dodici anni sono rimaste rigidamente immutate e
configgenti. A meno che gli americani non decidano di usare il ricatto
petrolifero per convincere il loro alleato azero. Con l’attivazione del
megaoleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan che porta il petrolio azero del Mar Caspio ai
mercati occidentali, il governo di Robert Kocharian ha iniziato a incassare
cifre enormi, che sono subito state reinvestite in armamenti: la spesa militare
di Baku è passata dai 175 milioni di dollari del 2004 ai 300 milioni del 2005
e
quest’anno balzerà addirittura a 600 milioni di dollari. Senza i petrodollari
che arrivano dai clienti occidentali l’Azerbaigian non si potrebbe mai
permettere una guerra.Enrico Piovesana