Un emendamento alla legge indiana per accogliere i ragazzi più disagiati negli istituti privati
In India
l’istruzione privata non sarà più un privilegio dell’alta e media borghesia, ma
dal prossimo anno scolastico sarà accessibile anche ai membri delle caste più
basse e a chi addirittura non vi appartiene, ovvero i cosiddetti dalit o
intoccabili. A stabilirlo è un nuovo emendamento di legge voluto dalla United
progressive alliance (Upa), guidata dal Congresso, il principale partito della
coalizione di governo. Come si legge sul Christian Science Monitor, scuole,
college e istituti privati saranno obbligati a disporre un quarto dei loro
posti per gli studenti più poveri e svantaggiati.
Tradotto in numeri
significa che la nuova legge potrà avere ricadute importanti sulla vita del 70
percento
degli indiani, tanti sono coloro che non appartengono ai più alti livelli del
sistema delle caste. Solo i dalit, del resto, sono 240 milioni, cioè un quarto
della popolazione indiana, mentre si contano 113 milioni di bambini, in età tra
i 6 e i 14 anni, che non hanno facilmente accesso all’istruzione. Gli intoccabili,
in particolare, vengono discriminati dal resto della società e sono costretti
ad accontentarsi dei lavori più umili. Una sorta di apartheid che, pur non trovando riscontro nella Costituzione
attuale, è stata tramandata nei secoli e continua a colpire oggi soprattutto i
diseredati delle zone rurali.
L’assegnazione di
quote scolastiche ai meno abbienti è stata estesa dal settore pubblico a quello
privato. Sukhdeo Thorat, professore di economia all’università Jawaharlal Nehru
della capitale Nuova Delhi, commenta: “Si tratta di una ricompensa ai dalit cui
è sempre stato negato l’accesso all’istruzione. Finora hanno sofferto per un
doppio motivo: oltre che con la povertà, come molti altri indiani, hanno dovuto
fare i conti con l’esclusione dal sistema sociale”. Secondo lo studioso, le
quote non dovrebbero riguardare solo l’educazione, ma anche il mercato del
lavoro, i crediti bancari e l’assegnazione di terre e abitazioni. Una tesi
appoggiata anche dalle varie organizzazioni per i diritti dei fuori casta e, appunto
dall’Upa.

Non mancano,
tuttavia, i detrattori dell’emendamento, tra cui insegnanti e imprenditori.
Secondo loro, la nuova normativa smaschererebbe il fallimento del sistema
pubblico nel fornire un’educazione di qualità al maggior numero di persone. La
scuola di Stato indiana si trova in misere condizioni, tra infrastrutture
inadeguate, assenteismo degli insegnanti perché sottopagati e un alto tasso di
abbandono da parte degli studenti. Di certo gli istituti a pagamento possono
fare di meglio, grazie alle maggiori risorse, sia in città sia in campagna. Un
ex direttore del prestigioso Istituto indiano di tecnologia di Madras, P.V.
Indiresan, sostiene che il governo ha sperperato i fondi per l’educazione. Ma
non solo: “Non ha mai utilizzato le risorse destinate per aiutare i bambini
dalit e delle zone tribali a ricevere un buon insegnamento. Al contrario, ha
solo smantellato sistematicamente le scuole statali”.
L’assegnazione dei
posti scolastici e degli impieghi agli ultimi della società è un argomento
molto dibattuto nel Paese asiatico e in alcuni casi ha generato anche
drammatiche tensioni. Come nel 1990, quando l’approvazione di una legge che
destinava un maggior numero di lavori pubblici ai membri delle caste basse fu
contestata pesantemente dall’alta borghesia e dai nazionalisti indù del
Bharatiya Janata Party. Secondo alcuni, inoltre, il sistema delle quote non
sarebbe esente da contraddizioni, creando un altro strato di privilegiati fra
ex poveri che continuano a beneficiare delle assegnazioni anche quando non ne
hanno più bisogno.