18/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Processati in Turchia due docenti che hanno denunciato le discriminazioni
“Questa Corte rappresenta un’ideologia anti-democratica che umilia la Turchia agli occhi di tutto il mondo”. Con queste parole l’imputato Oran Baskin ha concluso la lettura della sua memoria difensiva, lunga 37 pagine, davanti alla 28^ Corte Criminale di Ankara, il 16 febbraio scorso. Oran Baskin è uno dei docenti universitari più conosciuti e rispettati in Turchia, ma questo non l’ha messo al riparo dall’accusa di aver, assieme al suo collega Ibrahim Kaboglu, ‘denigrato l’identità turca’.
 
il professor kabogluTutto è cominciato circa tre anni fa, quando il Primo Ministro turco Tayyip Erdoğan ha chiesto, in qualità di responsabile del Comitato per i Diritti Umani in Turchia, istituito per studiare a fondo la legislazione in vista dell’inizio dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione Europea, ha convocato i due accademici per incaricarli di elaborare un rapporto sulla situazione del Paese rispetto ai diritti e alla condizione delle minoranze. Baskin e Kaboglu si attivano subito chiamando a collaborare con loro avvocati, magistrati e docenti universitari da tutta la Turchia. Gli esperti vengono divisi in 13 sottocommissioni che, circa un anno fa, presentano il risultato del loro lavoro. E per la Turchia, il quadro che emergeva da questo lavoro non era per nulla edificante. In particolare veniva sottolineato come le minoranze, linguistiche e religiose in particolare, fossero sottoposte a restrizioni inaccettabili in una democrazia. Il documento arrivava a sottolineare l’assoluta paranoia insita nel timore che l’allargamento dei diritti delle minoranze (quella curda e quella cristiana in particolare) potesse provocare la divisione del Paese. Alla fine del loro lavoro, gli esperti di diritto e di diritti umani chiedevano riforme ed emendamenti costituzionali e legislativi in senso libertario. Ma tutto questo si è saputo solo dopo, quando alcuni dei contenuti sono trapelati sulla stampa turca, visto che il rapporto è stato bloccato e mai pubblicato. Già alla fine dei lavori, alcuni esponenti del gruppo di ricercatori vicini agli ultra-nazionalisti si erano dissociati dalle conclusioni della ricerca.
 
lo scrittore pamukCome se non bastasse la censura, Baskin e Kaboglu sono stati incriminati per la violazione dell’articolo 301 del nuovo codice penale turco, entrato i vigore il 1 luglio 2005 e che sostituiva il precedente in vista dei negoziati per l’adesione all’Unione Europea. L’Ue riteneva infatti il vecchio codice insoddisfacente rispetto ai parametri europei in tema di diritti fondamentali e la Turchia l’ha riformato, ma ha praticamente riscritto nell’articolo 301 del nuovo codice l’articolo 159 del vecchio. Quello che punisce ogni “"oltraggio alla turchità, alla Repubblica, al Parlamento, al governo, ai ministeri, ai membri delle forze armate e di pubblica sicurezza, ai membri della magistratura". Un articolo che prevede pene dai 6 mesi ai 5 anni di reclusione, che punisce duramente, considerata anche la genericità dei casi che possono rientrare in questa fattispecie, chi in qualche modo offende l’identità turca. Proprio nella tagliola dell’art.301 sono caduti anche lo scrittore Orhan Pamuk e il giornalista Hrant Dink.
 
il giornalista dinkPamuk, in un’intervista rilasciata l’anno scorso al quotidiano svizzero Tages Anzeiger, dichiarava che "trentamila curdi e un milione di armeni sono stati uccisi dalle nostre parti e quasi nessuno osa parlarne: dunque ci provo io". L’intellettuale aveva contemporaneamente toccato due tabù culturali turchi: la minoranza curda e il genocidio degli armeni avvenuto durante la Prima Guerra Mondiale.
La magistratura lo fece subito arrestare. Stesso iter giudiziario per il giornalista Hrant Dink, direttore del settimanale bilingue della comunità armena Agos, condannato il 7 ottobre 2005 a 6 mesi di reclusione, con sospensione della pena, per offesa alla turchità a causa di un articolo intitolato L'identità armena. La condanna era stata sospesa, ma adesso Dink è di nuovo nell’occhio del ciclone per un nuovo articolo e rischia di dover, se riconosciuto colpevole, scontare entrambe le pene. “Non è importante la durata della pena, sei giorni o sei mesi non fanno differenza, per me questa è una tortura – ha dichiarato Dink - io vivo in questo paese insieme ai turchi e voglio guardarli in faccia senza vergognarmi. Credo anche si debba discutere di quanto i cosiddetti meccanismi giudiziari di questo paese siano conformi al diritto". Il 7 febbraio scorso Pamuk era atteso in aula per essere giudicato. Ma la Corte ha fatto cadere le accuse contro di lui. I magistrati hanno chiesto sulla vicenda il parere del ministro della Giustizia che, considerata la pressione dell’opinione pubblica internazionale, non ha voluto pronunciarsi. Così la magistratura ha lasciato cadere le accuse. Lo stesso meccanismo potrebbe essere utilizzato per Dink, Oran e Kaboglu, in modo da accontentare l’Ue e le organizzazioni per la tutela dei diritti umani, ma il problema non sarà risolto fino a quando la Turchia non deciderà di riflettere sul suo passato e sul suo presente. 

Christian Elia

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