24/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La vita dei palestinesi, regolata da un posto di blocco israeliano
arabo in attesa a un check-pointLa differenza tra il check-point di  Kalandia all’ingresso di Ramallah e il check-point di Hawara all’uscita e all’ entrata principale di Nablus è che a quello di Kalandia ci sono persone che possono davvero entrare e uscire.
Nablus, come la maggior parte delle città della Cisgiordania, è rimasta sotto un pesante assedio durante gli ultimi quattro anni. Di tanto in tanto viene concesso di uscire a chi è di Nablus e ha più di 35 anni e, occasionalmente, è permesso entrare e uscire agli studenti una volta alla settimana. In altri casi, se sei di Nablus, non puoi né entrare né uscire.
 
Ricordo di aver insistito con i soldati perché permettessero alla moglie di un mio amico, vistosamente incinta, di tornare dal marito e dalla famiglia ad Hawara, il villaggio sul cui terreno è collocato il check-point. La donna aveva con sé il certificato di matrimonio che provava che il marito era di Hawara, ma sulla sua carta di identità era scritto Nablus così, dopo avere aspettato in piedi sotto il sole per quasi due ore, le venne urlato di girare i tacchi.
 
Dissi al soldato che speravo che sua madre non fosse mai stata trattata nella maniera in cui lui aveva trattato quella donna e lui rispose in modo compiaciuto:”A lei non succederà. Mia madre non è palestinese”.
Ramallah, d’altra parte, è un caso speciale. Dopo il 1967, quando gli israeliani annetterono con una mossa unilaterale ciò che loro chiamarono “la Gerusalemme orientale” a Israele, non vollero dare la cittadinanza ai palestinesi che vi abitavano. Così garantirono agli abitanti nativi di Gerusalemme lo status di “residenti permanenti di Gerusalemme” – uno status simile a quello di uno straniero cui veniva garantito il permesso di vivere in Israele. I palestinesi non hanno diritto di votare alle elezioni nazionali e se Gerusalemme cessa di essere “il centro della loro vita” – cioè se si trasferiscono in una città vicina o se vanno a studiare all’estero – la loro residenza viene revocata ed essi perdono il diritto di vivere a Gerusalemme – o in qualsiasi altra parte di Israele-Palestina.
 
Come parte dello sforzo per “ebreizzare” Gerusalemme (un termine usato dalle autorità israeliane), ai palestinesi della Gerusalemme orientale non viene dato il permesso di costruire, né quello di riparare le proprie case in città. Se costruissero senza permesso, le loro case verrebbero demolite. D’altra parte però è loro concesso di costruire in aree più vicine a Ramallah, come Al-Ram e Samir Amis. Queste aree sono considerate da Israele come parte della “Grande Gerusalemme”, in modo che gli abitanti di Gerusalemme che ci vivono debbano pagare le tasse alla municipalità di Gerusalemme (ricevendo pallottole al posto di servizi).
 
In cambio – per andarsene da Gerusalemme – i palestinesi non perdono i loro diritti di residenza e viene loro concesso di passare dai check-point tra Gerusalemme e Ramallah. Il risultato è che il soffocante assedio cui altre città sono sottoposte non è totale e l’economia di Ramallah ha potuto sopravvivere.
 
check-point di kalandiaQuando la mia famiglia fece ritorno a Ramallah, mi  sentii come l’ebreo a cui il rabbino disse di portare una capra nella sua casa sovraffollata dopo che lui si era lamentato per quanto essa fosse insopportabilmente piccola. Un mese dopo, quando gli fu concesso di rimandare la capra nel suo recinto, la sua casa non gli sembrò più tanto male. Allo stesso modo, quando con la mia famiglia tornai per la prima volta da Nablus a Ramallah, quasi adorai il check-point di Kalandia.
Sfortunatamente la novità di poter passare per il check-point passò in fretta e cominciai ad avere orrore di attraversare Kalandia.
 
Oggi ho avuto orrore di essere testimone dell’umiliazione di esseri umani, di bambini spaventati, neonati in lacrime, del vecchio infermo costretto ad aspettare mentre  un gruppo di uomini armati dell’età dei suoi figli o nipoti gli dava ordini: “Alzati, aspetta, cammina…” Ho avuto orrore di essere testimone di persone minacciate o picchiate dai soldati israeliani. Ho avuto orrore di non poter intervenire fisicamente perché Shaden, mia figlia neonata, era con me.
 
Ho avuto orrore dell’impotenza e della rabbia che viene quando si passa per il check-point di Kalandia. Tuttavia, era il primo giorno di formazione per la campagna della raccolta delle olive e volevo esserci. Così ho preso mia figlia Shaden, ho respirato profondamente e ho chiamato un taxi.
 
Dopo la solita sorpresa da parte dei soldati nel vedere un’ebrea israeliana camminare fuori Ramallah e le solite grida di “E’ illegale per te essere qui”, ho dato la mia spiegazione di routine. Ho detto loro che sono sposata con un palestinese e che abito nella zona “C”, dietro al check-point. Nel 2000 è stato emesso un ordine militare di apartheid con cui si proibisce ai cittadini israeliani di entrare nella zona “A”. Le presunte zone “a controllo palestinese”.
Dopo aver comunicato i miei dati con il cellulare mi è stato detto di aspettare. Non è una cosa insolita. 
Ormai sono abituata a questa routine. Il comandante del check-point, un ragazzo grosso con le lentiggini, mi ha chiamato verso di lui. “Non hai paura di andare là dentro?” mi ha chiesto. “Non c’è da aver paura. Non ho armi” Ho spiegato: “Non sono lì come un’occupante e non vengo trattata come tale”. Lui mi ha chiesto: “Ti sembra che io porti una bandiera qui?”.
“No, ma vedo che porti una pistola”, ho replicato. Sembra che la mia risposta non gli sia piaciuta, visto che poi mi ha ordinato: “Non starmi vicino. Vai a metterti laggiù e piantala di intralciare il mio lavoro”.
 
Dopo mezz’ora di attesa per essere autorizzata a passare ho chiesto cosa stava succedendo. Un giovane soldato paffutello mi ha detto che la polizia mi voleva parlare e che sarebbe arrivata di lì a poco. Dopo un’altra ora nella quale ho cercato di intervenire in due casi in cui i soldati hanno fatto uso non giustificato di violenza, ho chiesto ancora al soldato se si poteva dire alla polizia di affrettarsi dato che avevo una neonata con me, e lui mi ha fatto capire che era la Shabak – i servizi segreti israeliani – a volermi, e mi ha detto che il caso non era più nelle sue mani. Questo mi ha fatto preoccupare.  Sono già stata convocata per essere interrogata dai servizi segreti circa tre anni fa. La convocazione arrivò per posta e mi si chiedeva di presentarmi a una certa stazione di polizia per chiarimenti. Solo dopo che fui entrata nell’ufficio mi fu detto da chi mi interrogava che era della Shabak.
  
Ho domandato a quell’ uomo se lui avesse mai , mentre lavorava con i palestinesi, fatto uso di “modesta pressione fisica”, il termine tecnico usato da parte delle autorità israeliane per indicare la tortura. Lui urlò che quella procedura non esisteva. “Modesta pressione fisica” era stata la procedura ufficiale negli interrogatori ai palestinesi fino al 1999, dopodiché è diventata una procedura non ufficiale.
A  questo punto mi sono chiesta per quale motivo mi hanno voluto fare aspettare al check-point. Mi avrebbero portata via adesso?E Shaden? Non avevo abbastanza pannolini o vestiti pesanti per lei in caso di una lunga permanenza fuori. E mia figlia maggiore Nawal, che adesso ha un anno e sette mesi, e fra poco sarebbe tornata a casa dal nido?
 
Le mie paure erano alimentate dal fatto che Tali Fatima, una donna israeliana che aveva speso del tempo costruendo ponti nel campo profughi di Jenin, era stata recentemente accusata dalla Shabak di aiutare i terroristi. L’hanno trattenuta per trenta giorni che secondo la legge è il tempo massimo in cui si può trattenere una persona israeliana senza capi d’accusa, interrogandola quindici ore al giorno.
Quando il tempo previsto dalla legge è scaduto la Shabak non aveva niente per cui accusarla. Così è stata condannata ad una pena rinnovabile di quattro mesi di detenzione amministrativa.
 
soldato israeliano con madre palestineseLa criminalizzazione degli attivisti di pace israeliani non deve sorprendere, in realtà è inevitabile. Nessuna società può sostenere all’infinito un sistema di morale doppia. Trattare i palestinesi come subumani che non possono godere dei diritti di base,  e nello stesso tempo mantenere la democrazia per gli ebrei non è sostenibile e nemmeno possibile.
 
Dopo due ore Shaden ha cominciato ad avere freddo e starnutire, e io ho pensato di lasciare la mia carta di identità ai soldati e di andarmene via. Mi sarebbero corsi dietro?
Dopo tre ore, nelle quali sono stata costretta ad essere testimone dell’orrore di Kalandia, una macchina della polizia, proveniente dall’insediamento vicino di Neve Yaakov, è arrivata con una convocazione come quella che avevo ricevuto per posta tre anni fa. Mi è stato chiesto di presentarmi per “un chiarimento” il 19 di ottobre.
”Non potevate mandarmela per posta?” ho chiesto al poliziotto che mi ha consegnato la convocazione. A quel punto stavo quasi per mettermi a piangere. “Hanno voluto che la ricevesse a mano”, mi ha detto. “E le ci sono volute tre ore per arrivare qui?”, ho chiesto, ”può fare un reclamo” ha risposto.
 
Il lentigginoso comandante del check-point è ricomparso. Mi ha chiamata  “sfacciata” per essermi lamentata e ha ripetuto di nuovo quella che sembra una delle sua frasi preferite. Mi si è avvicinato e ha ordinato “Non starmi così vicino. Stai intralciando il mio lavoro”.

Immagino avesse ragione. In una terra dove  le donne partoriscono ai bordi delle strade e i malati muoiono “aspettando” a questi check-point mentre migliaia di persone – il cui solo crimine è quello di lottare per la propria libertà  - stanno passando la loro vita in campi di prigionia, è sfacciato lamentarsi per tre ore di attesa.
 
 
Neta Golan
Categoria: Diritti, Muri, Popoli
Luogo: Israele - Palestina
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