06/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il comando Usa tratterrebbe detenute innocenti pur di non cedere ai rapitori della Carroll
Fonti ufficiali irachene dichiarano che il comando militare Usa avrebbe ritardato volontariamente il rilascio delle donne irachene prigioniere, per mostrarsi irremovibile nei confronti dei rapitori della giornalista Jill Carroll.
  Detenuta irachena
Detenute per mancanza di prove. Jill Carroll è la giornalista statunitense del Chistian Science Monitor, rapita il 7 gennaio a Baghdad e apparsa in video la prima volta il 17. I suoi rapitori, militanti del gruppo chiamato “Brigate della Vendetta”, chiedevano in cambio del suo rilascio la liberazione di tutte le donne irachene detenute nelle carceri Usa in Iraq entro il 20 gennaio. Al momento della diffusione del video, sei donne irachene attendevano di essere scarcerate perché già giudicate innocenti. Ma la loro liberazione è stata impedita dagli ufficiali Usa, che hanno messo a rischio la vita della giornalista per mostrare i muscoli coi terroristi. Il fatto è doppiamente grave se si considera che i regolamenti dell’esercito Usa in Iraq prevedono esplicitamente una via preferenziale per la valutazione dei casi di detenute donne. Fosse stata seguita la normale procedura le sei irachene sarebbero state liberate ben prima della scadenza dell’ultimatum. I ministri iracheni per la Giustizia e i Diritti Umani sostengono di aver caldeggiato il rilascio delle sei donne, senza aver trovato ascolto da parte del Pentagono. La vicenda fu causa di aspri disaccordi tra il comando Usa e le autorità irachene. Il 26 gennaio cinque prigioniere irachene vennero liberate mentre una, giudicata anch’essa innocente, venne trattenuta in cella. Nel frattempo un nuovo video dell’ostaggio spostava al 27 febbraio la scadenza dell’ultimatum, per la liberazione delle detenute irachene in cambio della Carroll. Anche in questo caso, tra i 50 prigionieri che attendevano di essere rilasciati il 5 febbraio, c’erano sei donne. Ma nessuna di loro ha ancora rivisto la luce del sole.
 
Detenuta irachenaArmi di ricatto. Il comando Usa scheda le donne arrestate con formule abituali tipo “aiutava i terroristi o piazzava esplosivi”, ma se si guadano i dati del sistema carcerario iracheno, si nota come la quasi totalità delle donne trattenute siano state liberate per mancanza di prove. Delle 35mila persone arrestate dall’inizio della guerra, quelle condannate sono state solo 636. I rilasciati sono stati il 98,6 percento. Diverse testimonianze, tra cui anche quella dell’ex generale Janis Karpinsky, hanno svelato che le forze Usa arrestano abitualmente donne legate da parentela con esponenti delle milizie irachene, per usarle come arma di ricatto. Anche il Christian Science Monitor, il giornale per cui lavora Jill Carroll, ha riportato diverse volte le notizie di abusi, stupri e torture inflitti a donne irachene nelle carceri Usa. La politica di velocizzare il rilascio delle detenute risultate innocenti era stata studiata proprio per controllare la rabbia degli iracheni verso gli arresti delle loro donne, ma in questa circostanza, la mancata scarcerazione delle detenute è un’eccezione evidentemente motivata dalla scelta di giocare con la vita di una scomoda reporter. Che le forze statunitensi non tengano minimamente alla protezione dei giornalisti è un fatto reso evidente dai 13 operatori dei media che in questa guerra hanno perso la vita per mano di soldati Usa, oltre che da tutti quelli che sono stati incarcerati per mesi, senza colpe e senza veder riconosciuti i propri diritti: un lungo elenco di episodi incresciosi, su cui il Pentagono non ha nemmeno ritenuto di dover indagare. Il caso più recente è quello del corrispondente della televisione di Baghdad, Mahmoud Za’al, ucciso a Ramadi da un bombardamento dell’aviazione statunitense. Za’al stava documentando la distruzione delle infrastrutture cittadine ed era stato interrogato da ufficiali Usa, pochi minuti prima di morire.  

Naoki Tomasini

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