stampa
invia

Armi di ricatto. Il comando Usa scheda le
donne arrestate con formule abituali tipo “aiutava i terroristi o piazzava
esplosivi”, ma se si guadano i dati del sistema carcerario iracheno, si nota
come la quasi totalità delle donne trattenute siano state liberate per mancanza
di prove. Delle 35mila persone arrestate dall’inizio della guerra, quelle
condannate sono state solo 636. I rilasciati sono stati il 98,6 percento.
Diverse testimonianze, tra cui anche quella dell’ex generale Janis Karpinsky,
hanno svelato che le forze Usa arrestano abitualmente donne legate da parentela
con esponenti delle milizie irachene, per usarle come arma di ricatto. Anche il
Christian Science Monitor, il giornale per cui lavora Jill Carroll, ha
riportato diverse volte le notizie di abusi, stupri e torture inflitti a donne
irachene nelle carceri Usa. La politica di velocizzare il rilascio delle
detenute risultate innocenti era stata studiata proprio per controllare la
rabbia degli iracheni verso gli arresti delle loro donne, ma in questa
circostanza, la mancata scarcerazione delle detenute è un’eccezione
evidentemente motivata dalla scelta di giocare con la vita di una scomoda
reporter. Che le forze statunitensi non tengano minimamente alla protezione dei
giornalisti è un fatto reso evidente dai 13 operatori dei media che in questa
guerra hanno perso la vita per mano di soldati Usa, oltre che da tutti quelli
che sono stati incarcerati per mesi, senza colpe e senza veder riconosciuti i
propri diritti: un lungo elenco di episodi incresciosi, su cui il Pentagono non
ha nemmeno ritenuto di dover indagare. Il caso più recente è quello del
corrispondente della televisione di Baghdad, Mahmoud Za’al, ucciso a Ramadi da
un bombardamento dell’aviazione statunitense. Za’al stava documentando la distruzione
delle infrastrutture cittadine ed era stato interrogato da ufficiali Usa, pochi
minuti prima di morire. Naoki Tomasini