20/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Guerra e terrorismo: definizioni ambigue per il medesimo mostro
A seconda del posto in cui ci si trova, queste parole, guerra e terrorismo, assumono significati opposti. Per la propaganda, certamente. Ma anche perché queste parole, oggi, hanno confini assai labili.
E' facile comprendere come, a seconda che si stia tra civili occidentali o tra civili che subiscono le guerre degli occidentali, la parola terrorista sia riservata agli appartenenti a schieramenti opposti. Se per un inglese la parola terrorista si associa ai kamikaze che si sono fatti esplodere nella metro e sugli autobus lo scorso luglio, per un Afgano che si è visto bombardare il suo villaggio, o disseminare di cluster bomb i dintorni della scuola dei propri figli, la stessa parola si associa ai militari occidentali che occupano quel paese.
Non solo perché sia qui che lì la propaganda bellica ha ormai sostituito l'informazione. Ma anche perché la guerra, oggi, è fatta con lo stesso criterio del terrorismo di sempre: quello di colpire in gran parte civili (il 97 percento delle vittime sono civili, il 30 percento bambini), quello di distruggere le infrastrutture civili (fabbriche e centrali, ma anche strade e ospedali). I dati sono quelli ufficiali, e le ambiguità delle parole “guerra” e “terrorismo” sono confermate dai trattati di strategia militare e dalle definizioni che persino il sito del Dipartimento di Stato Usa adotta per spiegare di cosa si tratta.
La guerra fatta con i bombardieri causa stragi di civili, quella fatta con le donne e gli uomini bomba anche.
 
Perché? E' persino banale dirlo, perché la guerra deve essere fatta, per sua stessa natura, in modo da ottenere il massimo risultato con le minime perdite. Ed è banale anche questo, perché la guerra è lotta per la vita o la morte, dunque pone tutto in gioco. E per questo non esclude nessun mezzo, perché in amore e in guerra tutto è lecito.
E il disonore, così come la colpa, non esiste in guerra, se non per i vinti.
Non c'è convenzione o diritto umanitario che tenga: vincitori e vinti ne hanno sempre fatto a meno. Del resto la durata media degli 8.400 trattati di pace siglati tra il 1550 avanti Cristo e il 1860 è stata di soli due anni*.
Ma, dice il maestro, la morte di un essere umano non può avere come significato la vittoria: la perdita di una vita è sempre e comunque una sconfitta. E la morte di un combattente è forse meno morte di quella di qualsiasi essere umano? Se esiste la guerra, non può esistere qualcosa che la limiti o la moderi.
Lo fa dire bene Sergio Leone, a James Coburn, nel suo Giù la testa: "Quando ho cominciato ad usare la dinamite credevo  in tante cose, in tutte. Poi ho cominciato a credere solo nella dinamite".
 
La guerra non è una premessa di alcuni mali, magari collaterali. È essa stessa il male assoluto.
Un male che ha dominato la storia umana, se in 3.358 anni*, (dal 1496 avanti Cristo al 1861) ci sono stati 3.130 anni di guerra e 277 di pace, ovvero tredici anni di guerra per ogni anno di pace. 
 
Ma non è detto che un male, per quanto radicato, debba essere per sempre.
La guerra, semplicemente, va abolita. Non ci sono altre soluzioni: va resa tabù, orrenda nelle coscienze e punita nelle leggi così come oggi lo è l'incesto. Che una volta era assai più diffuso della guerra.
 
 
 

Maso Notarianni

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