A seconda del posto in cui ci si trova,
queste parole, guerra e terrorismo, assumono significati opposti. Per la propaganda,
certamente. Ma anche perché queste parole, oggi, hanno confini
assai labili.
E' facile comprendere come,
a seconda che si stia tra civili occidentali o tra civili che
subiscono le guerre degli occidentali, la parola terrorista sia
riservata agli appartenenti a schieramenti opposti.
Se per un inglese la parola terrorista si associa ai kamikaze che si
sono fatti esplodere nella metro e sugli autobus lo scorso luglio,
per un Afgano che si è visto bombardare il suo villaggio, o
disseminare di cluster bomb i dintorni della scuola dei propri figli,
la stessa parola si associa ai militari occidentali che occupano quel
paese.
Non solo perché sia qui che lì la propaganda bellica ha ormai sostituito l'informazione.
Ma anche perché
la guerra, oggi, è fatta con lo stesso
criterio del terrorismo di sempre: quello di colpire in gran parte
civili (il 97 percento delle vittime sono civili, il 30 percento
bambini), quello di distruggere le infrastrutture civili (fabbriche e
centrali, ma anche strade e ospedali). I dati sono quelli ufficiali, e
le ambiguità delle parole “guerra” e “terrorismo” sono
confermate dai trattati di strategia militare e dalle definizioni che
persino il sito del Dipartimento di Stato Usa adotta per spiegare di
cosa si tratta.
La guerra fatta con i bombardieri causa stragi di
civili, quella fatta con le donne e gli uomini bomba anche.
Perché? E' persino banale dirlo, perché
la guerra deve essere fatta, per sua stessa natura, in modo da
ottenere il massimo risultato con le minime perdite.
Ed è banale
anche questo, perché la guerra è lotta per la vita o
la morte, dunque pone tutto in gioco. E per questo non esclude
nessun mezzo, perché in amore e in guerra tutto è
lecito.
E il disonore, così come la colpa, non esiste in guerra, se non per i vinti.
Non c'è
convenzione o diritto umanitario che tenga: vincitori e vinti ne
hanno sempre fatto a meno. Del resto la durata media degli 8.400
trattati di pace siglati tra il 1550 avanti Cristo e il 1860 è stata di
soli due anni*.
Ma, dice il maestro, la morte di un essere umano non può
avere come significato la vittoria: la perdita di una vita è
sempre e comunque una sconfitta. E la morte di un combattente è
forse meno morte di quella di qualsiasi essere umano? Se esiste la
guerra, non può esistere qualcosa che la limiti o la moderi.
Lo fa dire bene Sergio Leone, a James Coburn, nel suo Giù la testa:
"Quando ho cominciato ad usare la dinamite credevo in tante cose,
in tutte. Poi ho cominciato a credere solo nella dinamite".
La guerra
non è una premessa di alcuni mali, magari collaterali. È essa stessa il
male assoluto.
Un male che ha dominato la storia umana, se in 3.358 anni*, (dal 1496 avanti
Cristo al 1861) ci sono stati 3.130 anni di
guerra e 277 di pace, ovvero tredici anni di guerra per ogni anno di
pace.
Ma non è detto che un male, per quanto radicato, debba essere per sempre.
La guerra, semplicemente, va abolita.
Non ci sono altre soluzioni: va resa tabù, orrenda nelle coscienze e punita nelle
leggi così
come oggi lo è l'incesto. Che una volta era assai più
diffuso della guerra.