25/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Bangladesh è tra i luoghi dove sono più frequenti le intimidazioni e le aggressioni alla stampa.
Dal suo letto di ospedale nella capitale del Bangladesh, Dhaka, il foto-reporter Firoz Chowdhury spiega perché non ha sporto denuncia contro le persone che lo hanno assalito il giorno prima: “Sono armati, è troppo rischioso”.
 
Chowdhury è capo-fotografo del quotidiano più letto del Paese, il Prothom Alo. Ha 13 anni di esperienza e documenta le dimostrazioni politiche violente e gli scioperi che spesso invadono le strade di Dhaka. Il 3 marzo, è stato colpito su collo, schiena, spalle e gambe da alcuni membri dell’ala studentesca del Partito Nazionalista locale (BNP), lo Jatiyatabadi Chhatra Dal(JCD), mentre filmava una protesta di studenti al campus dell’Università della capitale.
 
“Il Bangladesh - dichiara Chowdhury - è un posto dove crimine, politica e violenza si esercitano per strada, rendendo il giornalismo indipendente una professione molto pericolosa. I funzionari del governo ordinano sistematicamente ai loro scagnozzi di colpire i giornalisti che denunciano la corruzione. Un ambiente politico molto disgregato divide il Paese e i giornalisti sono visti come coloro che aggravano la situazione”.
 
Il reporter, ancora sofferente, racconta con un filo di voce come una protesta pacifica di studenti contro l’accoltellamento di un professore, si sia trasformata in violenza quando i militanti del JCD hanno fatto irruzione in mezzo alla folla. Le foto scattate da Chowdhury prima che i membri del JCD lo attaccassero, ritraggono una giovane donna picchiata dalla polizia e un militante che prende a calci un gruppo di manifestanti. Quel giorno molti altri giornalisti vennero malmenati dai fedeli del JCD e dalla polizia. Non è la prima volta che Chowdhury viene attaccato da attivisti politici. E’ “normale, ordinaria amministrazione”, dichiara. “Noi giornalisti siamo sempre nel mirino. Il governo copre gli aggressori e non li punisce. La polizia sa quando il JCD colpirà”.
 
L’ ex ministro degli Interni, responsabile della sicurezza durante le aggressioni all’università, dà un’altra versione dei fatti. “La polizia fa solo il proprio lavoro”, sostiene. “I giornalisti che documentano le manifestazioni lo fanno a loro rischio perché la polizia e le autorità non riescono a distinguere la stampa dai manifestanti”. I reporter locali non sono d’accordo: “In città ci conoscono e telecamere e attrezzature ci distinguono tra la folla”, replicano.
 
La Dhaka University si trova al centro della città e rappresenta la linea del fronte della turbolenta vita politica del Paese. E’ comune assistere a proteste e risse. Il campus ha svolto un ruolo importante nella guerra d’indipendenza tra Bangladesh e Pakistan nel 1971, quando gli studenti radicali attaccarono l’esercito pachistano che, in risposta, bombardò l’università massacrando numerosi ragazzi e intellettuali.
 
In Bangladesh i gruppi politici considerano importante il sostegno degli studenti. Entrambi i partiti, il Bangladesh National Party (BNP) attualmente al governo e l’Awami League (AL) all’opposizione, hanno costituito fazioni studentesche per raccogliere voti tra i giovani. Gli studenti utilizzano le maniere forti per farsi capire, sia nei campus che in tutto il Paese, servendosi di delinquenti armati e di militanti più anziani. Secondo il Dr. Kamal Hossain, avvocato per i diritti umani e tra autori della Carta Costituzionale del Paese nel 1972, questi metodi vengono utilizzati dagli anni ’80, con gravi conseguenze  per la stampa. “Giovani banditi e disoccupati vengono reclutati per manipolare le elezioni, servire i capi, praticare estorsioni, delle quali a volte è complice anche la polizia. E l’obiettivo principale di questi gruppi sono i giornalisti”.
 
Come Hasan Jahid Tusher, 25 anni, studente di giornalismo all’Università di Dhaka e corrispondente in lingua inglese per il quotidiano bengalese The Daily Star. Viveva al campus e si occupava di politica. L’8 marzo 2003, Tusher denunciò in un articolo che un gruppo di attivisti del JCD aveva picchiato uno studente per non aver obbedito ai loro ordini. Qualche mese dopo un gruppo di venti uomini del JCD mise a soqquadro la stanza e lo picchiò con spranghe di ferro e bastoni, e in seguito lo trascinò per tre rampe di scale. Fu abbandonato fuori dal dormitorio e soccorso da alcuni studenti. Poco fu fatto per punire i responsabili. Quattro assalitori vennero espulsi dal JCD, ma poterono rimanere al campus.
 
Due mesi più tardi, il giornalista Shafiul Haque Mithu fu aggredito da sostenitori del BNP. Mithu, corrispondente del quotidiano locale Janakantha, viene da Pirojpur, uno dei distretti tristemente famosi per le violenze contro la stampa e l’assenza di leggi, tanto che viene anche cjiamato “la valle della morte”. Qui negli ultimi 4 anni sono stati uccisi cinque giornalisti. Le zone rurali sono in mano a organizzazioni criminali. “Una rete locale, capeggiata da esponenti politici, ha imposto il terrore nelle campagne. I capi ordinano saccheggi per arricchirsi”, aggiunge l’avvocato Hossain. Dopo l’aggressione, Mithu fu ricoverato in ospedale, ma oggi soffre ancora di violenti mal di testa e dolori al braccio destro. Il mese prossimo partirà per l’India dove sarà curato. Ora vive a Dhaka presso alcuni parenti. Per lui è troppo rischioso restare a Pirojpur.
 
Secondo i giornalisti l’attuale clima di violenza che colpisce la stampa bengalese non rispecchia tuttavia la storia di questo Paese. Secondo l’editore di The Daily Star, Mahfuz Anam, durante l’occupazione inglese, il Bangladesh vantava una libera stampa anticolonialista. Dal 1947 al 1971, i media locali scrissero molti articoli contro il governo pachistano. Il giro di vite è arrivato nel 1991, quando nel Paese si tennero le prime elezioni democratiche, dopo le dittature militari e i colpi di stato del periodo 1975 - ‘90.
 
La difficile vittoria del BNP nel 1992 irritò profondamente la leadership dell’opposizione Awami League, dando inizio alla divisione politica del paese. Tali tensioni sono la causa di gran parte delle attuali violenze contro i media. “Il ritorno alla democrazia fu un sollievo per la stampa” ma da allora “c’è  malgoverno e i media lo mettono in evidenza”, dice Anam.
 
Durante il governo del leader dell’ Awami League, Sheikh Hasina (1996 al 2001), i giornalisti furono perseguitati. Nel 1999, nel foyer del Janakantha fu rimossa una mina anticarro. Nel gennaio 2001, il reporter Tipu Sultan venne picchiato su ordine del parlamentare Joynal Hazari, dell’Awami League.
 
Nonostante molti quotidiani della capitale, come i The Daily Star, Prothom Alo e Janakantha riportano in prima pagina articoli critici e vignette politiche sul partito al governo BNP senza subire rappresaglie dirette, i quotidiani indipendenti risentono ancora delle pressioni del governo. I giornalisti del Janakantha non hanno accesso ai lavori ufficiali dell’esecutivo che ha tra l’altro annullato i contratti pubblicitari con la testata.
 
L’aspra rivalità tra i due maggiori partiti e i loro dirigenti, il Primo Ministro Khaleda Zia del BNP ed il leader dell’Awami League,  Sheikh Hasina, ha alimentato la cultura della violenza in Bangladesh. Anam spiega: “Le forze criminali sono diventate indispensabili per combattere gli avversari e raccogliere voti. Al Parlamento siedono ben noti delinquenti. Il giornalismo indipendente è cresciuto insieme alla delinquenza dei politici”. Anche gli stessi giornalisti sono divisi in Bangladesh. Tutte le associazioni della stampa, sia locale che nazionale, appartengono a due grandi raggruppamenti, uno che sostiene il BNP e l’altro l’AL.
 
Francesca Lancini
Categoria: Diritti
Luogo: Bangladesh