Il governo cinese difende le sue regole per Internet, minimizzando gli episodi di censura
Una difesa che fa
acqua da tutte le parti. Così il governo cinese ha respinto le critiche alla
sua legislazione su Internet: “Le nostre regole sono totalmente in linea con
quelle del resto del mondo e nessuno è mai stato arrestato per i suoi scritti
sul web”. Questa la sintesi del discorso di Liu Zhengrong, funzionario del
ministero dell’Informazione, che ha un ufficio dedicato alle questioni della
Rete. “La Cina non controlla Internet in modo diverso rispetto ad altre nazioni dell’Occidente,
come gli Stati
Uniti e la Gran Bretagna”, ha detto Zhengrong, secondo cui “solo pochi siti”
sarebbero stati bloccati nel suo Paese perché avevano quasi tutti contenuti
pornografici o terroristici.
I fatti, tuttavia,
smentiscono la difesa di Pechino. Diverse persone si trovano in prigione per
aver diffuso informazioni “pericolose e sensibili”, secondo i 50mila censori che
controllano i testi diffusi dai milioni di internauti cinesi. Tra loro ci sono per esempio il giornalista
Shi Tao, condannato l’anno scorso a dieci anni di prigione per aver spedito a
un sito straniero un messaggio interno del Partito Comunista, e Li Zhi,
imprigionato nel 2003 con altri quattro per aver proposto cambiamenti politici,
sempre su Internet. Entrambi i cyberdissidenti, tra l’altro, secondo le
organizzazioni per la difesa della libertà d’espressione, prima fra tutte
Reporters sans frontières, sarebbero stati “smascherati” grazie all’aiuto di
Yahoo, motore di ricerca creato negli Stati Uniti e tra i più usati al mondo.

Il colosso Usa ha
reagito alle accuse dicendosi “molto preoccupato” per i governi che sposano la
censura, senza però specificare quali. Fra i complici dei censori, oltre a
Yahoo, che ha fornito dati sui suoi utenti al governo cinese, ci sono anche
altre tre aziende statunitensi: Google, Microsoft e Cisco, che sono in qualche
modo scese a patti con Pechino. Molte parole, quindi, come “democrazia”, o argomenti
tabù come la strage di piazza Tienanmen, non sono ammessi sui siti cinesi e
sono introvabili con i motori di ricerca stranieri. E tra le vittime della
censura c’è soprattutto l’informazione giornalistica, con l’oscuramento del
sito della Bbc e con la chiusura di alcune redazioni.
Ma qualcosa si sta
muovendo anche ai vertici del Partito Comunista. Il 14 febbraio, un gruppo di
ex
funzionari di Mao Zedong ha severamente criticato la politica repressiva che
ha portato alla chiusura del giornale d’inchiesta Freezing Point, distribuito
con il The China Youth Daily. “La censura getta i semi del disastro”, hanno
scritto i tre anziani sostenitori della Rivoluzione culturale. Segno che i
tempi sono davvero cambiati e che gli strascichi di regime non convengono più
a
un Paese in crescita come la Cina.