16/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il governo cinese difende le sue regole per Internet, minimizzando gli episodi di censura
  Utenti di Internet
Una difesa che fa acqua da tutte le parti. Così il governo cinese ha respinto le critiche alla sua legislazione su Internet: “Le nostre regole sono totalmente in linea con quelle del resto del mondo e nessuno è mai stato arrestato per i suoi scritti sul web”. Questa la sintesi del discorso di Liu Zhengrong, funzionario del ministero dell’Informazione, che ha un ufficio dedicato alle questioni della Rete.  “La Cina non controlla Internet in modo diverso rispetto ad altre nazioni dell’Occidente, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna”, ha detto Zhengrong, secondo cui “solo pochi siti” sarebbero stati bloccati nel suo Paese perché avevano quasi tutti contenuti pornografici o terroristici.
 
I fatti, tuttavia, smentiscono la difesa di Pechino. Diverse persone si trovano in prigione per aver diffuso informazioni “pericolose e sensibili”, secondo i 50mila censori che controllano i testi diffusi dai milioni di internauti cinesi.  Tra loro ci sono per esempio il giornalista Shi Tao, condannato l’anno scorso a dieci anni di prigione per aver spedito a un sito straniero un messaggio interno del Partito Comunista, e Li Zhi, imprigionato nel 2003 con altri quattro per aver proposto cambiamenti politici, sempre su Internet. Entrambi i cyberdissidenti, tra l’altro, secondo le organizzazioni per la difesa della libertà d’espressione, prima fra tutte Reporters sans frontières, sarebbero stati “smascherati” grazie all’aiuto di Yahoo, motore di ricerca creato negli Stati Uniti e tra i più usati al mondo.
 
Piazza Tienanmen 1989Il colosso Usa ha reagito alle accuse dicendosi “molto preoccupato” per i governi che sposano la censura, senza però specificare quali. Fra i complici dei censori, oltre a Yahoo, che ha fornito dati sui suoi utenti al governo cinese, ci sono anche altre tre aziende statunitensi: Google, Microsoft e Cisco, che sono in qualche modo scese a patti con Pechino. Molte parole, quindi, come “democrazia”, o argomenti tabù come la strage di piazza Tienanmen, non sono ammessi sui siti cinesi e sono introvabili con i motori di ricerca stranieri. E tra le vittime della censura c’è soprattutto l’informazione giornalistica, con l’oscuramento del sito della Bbc e con la chiusura di alcune redazioni.
 
Ma qualcosa si sta muovendo anche ai vertici del Partito Comunista. Il 14 febbraio, un gruppo di ex funzionari di Mao Zedong ha severamente criticato la politica repressiva che ha portato alla chiusura del giornale d’inchiesta Freezing Point, distribuito con il The China Youth Daily. “La censura getta i semi del disastro”, hanno scritto i tre anziani sostenitori della Rivoluzione culturale. Segno che i tempi sono davvero cambiati e che gli strascichi di regime non convengono più a un Paese in crescita come la Cina.
 
 
 

red

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