A Baghdad puo’ succedere che la redazione di un giornale sia costretta a farsi
largo in pochi locali angusti situati in un palazzo fatiscente, posto tra un cumulo
di macerie e un edificio semidistrutto dai bombardamenti. Basta poco spazio per
riunirsi, organizzare il giornale e scrivere finalmente quello che succede senza
censura e con senso critico. Dopo la caduta di Saddam Hussein circa cento giornali,
stampati fino ad allora in modo clandestino, hanno visto la luce del giorno.
Con loro, radio e tv locali (al nord tra i curdi e a sud a Najaf e a Kerbala)
e satellitari. Dopo anni di oscurità, finalmente la libertà di raccontare. Saddam
Hussein fece sparire del tutto i diversi giornali che animavano la vita politica
e culturale del paese dopo la liberazione dall’occupazione inglese. Il piano era
ben congeniato: cancellare la storia del paese e la memoria collettiva. In questa
situazione le nuove generazioni non hanno mai potuto accedere a strumenti di analisi
e di conoscenza al di fuori dei dogmi e delle dottrine fornite direttamente da
Saddam e dal partito unico. Dopo la caduta di Saddam Hussein, sono nati nuovi
giornali e sono riapparsi alcuni quotidiani cui l'ex dittatore aveva cambiato
il nome prima di chiuderli definitivamente. E' il caso del quotidiano Ta’akhi
(La Fratellanza), giornale dei curdi a cui all’inizio degli anni Settanta Saddam
Hussein aveva imposto il nome di Al Iraq, con il preciso obiettivo di togliere
l’identità culturale a questo popolo. Oggi i quotidiani o le riviste sono pubblicate
in arabo, in curdo o in inglese. Ogni partito e ogni fazione ha il suo giornale.
I giornalisti che hanno ripreso a lavorare sono spesso gli stessi che scrivevano
per gli organi di stampa durante il regime. Allora esisteva anche un sindacato
della stampa, presieduto da un figlio di Saddam. Le pagine erano colme di propaganda
e di ossequi a Saddam Hussein. Anche nelle case degli iracheni qualcosa è cambiato:
ora grazie alla parabola gli iracheni possono ascoltare le informazioni trasmesse
dai canali satellitari.
Durante il regime di Saddam Hussein, si poteva vedere solo la tv di Stato e la
parabola era proibita. In Iraq ora c'è la libertà di stampa e la libertà di scegliere
ciò che si vuole ascoltare o leggere. Ma non ancora fino in fondo. Mancano canali
televisivi nazionali: esiste per ora l’Iraqi Media Networks creato da Paul Bremer,
capo dell'amministrazione provvisoria in Iraq. L’Iraqi Media Networks ha iniziato
a trasmettere all’inizio di maggio dell’anno scorso dal Palazzo delle convenzioni
e comprende due canali televisivi, tre radio di cui una FM e due a onde medie.
Ci lavorano diverse centinaia di persone tra giornalisti e tecnici. Le televisioni
e le radio dell’Iraqi Media Networks sono accusate di essere i mezzi di comunicazione
degli Stati Uniti. Trasmettono soprattutto musica, documentari, film americani.
Le informazioni che forniscono spesso riguardano ciò che fa e intende fare la
forza di coalizione.
A conferma di questo basta ricordare che è stato sempre Paul Bremer a ordinare
la chiusura qualche settimana fa del settimanale sciita al-Hawza, vicino al gruppo
di al-Sadr. Bremer ha dichiarato che il settimanale potrà riaprire se verrà cambiata
la linea editoriale. Gli Stati Uniti giocano un ruolo attivo nella ricostruzione
e nell'organizzazione dei mezzi di informazione iracheni. A metà aprile, Paul
Bremer ha dato vita anche a una commissione, che avrà il compito di ricostruire
il sistema dei media in Iraq.
Il direttore generale di questa nuova autorità per i media è Siyamend Zaid Osmane,
di origine curda, un tempo ricercatore ad Amnesty International e, in seguito,
vicepresidente nel settore della strategia alla United Press. La commissione ha
l’incarico di proporre una legge per regolare la diffusione dei media, elaborare
dei criteri professionali e attribuire le frequenze radio e televisive. Nelle
intenzioni di questo gruppo di lavoro c'è anche quello di lavorare per creare
e difendere la libertà di stampa. I giornalisti in Iraq hanno un compito difficile:
ricostruire un sistema distrutto e intraprendere la strada verso la democrazia.
Durante il regime di Saddam Hussein, per poter frequentare la scuola di giornalismo
si doveva essere membri del partito Ba'ath. Un giornalista non doveva mai criticare
o metter e in dubbio le fonti ufficiali. In prima pagina ci doveva sempre essere
un editoriale che glorificava le azioni di Saddam Hussein. Ora i giornalisti dovranno
andare di nuovo a scuola per imparare ex novo il loro mestiere. E per ricostruire
una propria identità.
Sonia Sartori