13/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Da qualche mese, in Argentina, la polizia è tornata a reprimere

“Da qualche mese c’è più polizia per le strade. Si reprimono le manifestazioni, i piqueteros, i disoccupati protagonisti dei blocchi stradali, vengono incarcerati per delitti che non hanno compiuto: delitti comuni, altrimenti non sarebbe possibile arrestarli. Stiamo assistendo ad un vero e proprio ritorno al passato”. A parlare è Nora Cortinas, una delle madri di Plaza de Mayo. Lei di passato ne sa qualcosa. E contro il passato e i suoi ritorni, non ha mai smesso di lottare: prima per il riconoscimento dei crimini della dittatura, oggi, a fianco dei piqueteros, degli operai delle fabbriche recuperate, dei cittadini, per chiedere diritti elementari come la casa, il lavoro, l’istruzione.

“Tutto –spiega - iniziò qualche mese fa, con il caso Blumberg. Da quando, cioè, lo scorso marzo fu rapito per estorsione e poi ucciso Axel Blumberg, il figlio di un facoltoso imprenditore di Buenos Aires. Da allora il padre si è fatto promotore di un movimento a cui ha aderito la classe media e medio-alta, chiedendo, attraverso marce e mezzi di comunicazione, maggiore sicurezza. A pochi giorni dalla morte del figlio accusò di lassismo i giudici, la polizia, il potere politico. Organizzò una prima grande marcia, in aprile. E poi una seconda, lo stesso mese, per proporre modifichealla legislazione penale. La richiesta fu firmata da cinque milioni di persone. Di recente, in una terza marcia, Blumberg ha addirittura attaccato gli organismi per la difesa dei diritti umani, creando una falsa asociazione tra loro e la criminalità.
Il movimento di Blumberg, portatore di una concezione puramente repressiva di sicurezza, ha purtroppo generato una rapida risposta da parte del potere politico. Da allora, infatti, la legislazione penale ha subito un netto indurimento”.

“Innanzitutto, c’è stata la riforma del cosiddetto ‘codice contravencional’, che regola una serie di comportamenti in città, dai posti degli ambulanti alle manifestazioni. Nel caso delle manifestazioni, ad esempio, è diventato requisito obbligatorio chiedere prima il permesso alle autorità competenti. In caso contrario, le multe vanno da migliaia di pesos a 90 giorni di arresto. A fare le spese di queste ed altre misure, non sono solo i piqueteros (oltre 4000 sono ancora attualmente sotto processo), ma anche i poveri, i cartoneros, tutti quelli che il processo di impoverimento di questi anni ha lasciato sulla strada.
Per essere imprigionati, i manifestanti vengono incriminati di altro. E’ il caso di Raul Castelles, dirigente del Movimento dei disoccupati e Pensionati (MIJD), accusato e detenuto, mesi fa, per estorsione quando aveva solo sollecitato degli aiuti alimentari, durante un’occupazione. E’ il caso, ancora, dei venti dimostranti incarcerati a metà giugno, durante una violenta protesta a Buenos Aires: in quell’occasione, per finire dietro le sbarre, furono accusati di delitti gravi come la privazione di libert à. In realtà, avevano semplicemente impedito l’uscita dei legislatori palazzo della Provincia.
E cosa fa Kirchner? Ascolta le proteste della classe media, le sue pressioni. E prende le misure. Forse, suo malgrado”.

“La cosiddetta ‘politica di sicurezza cittadina’ promossa da Blumberg è di fatto una politica di criminalizzazione della povertà”, spiega Josè Seoane, sociologo dell’ Observatorio Social de la America Latina. “Il progetto fu anticipato da misure come il ‘Piano di protezione integrale dei quartieri’, del novembre 2003. Si trattava (e si tratta) dell’occupazione, da parte delle forze di sicurezza, di una delle tre grandi favelas del Conurbano Bonaerense, l’immensa periferia di Buenos Aires. Il piano vorrebbe ora estendersi ad altri dieci favelas. Poco a poco, cioè, si va associando la povertà al delitto, la protesta alla delinquenza. A tutto si dà lo stesso nome.
Un esempio fra tutti: all’inizio di settembre, in Patagonia, nello stato di Santa Cruz, un gruppo di disoccupati occupò gli impianti petroliferi di Caleta Olivia. Chiedevano lavoro. Tutti imprigionati. Da allora, sono ancora in attesa di processo. E ancora, il 31 agosto, in Plaza de Mayo: altra repressione violenta, con feriti e detenuti. Lo scorso giugno, una protesta culminò in incidenti (probabilmente istigati da gruppi armati dei servizi segreti), e nell’arresto di una ventina di manifestanti. Sono solo degli esempi. I più eclatanti. Ma non si contano i casi di violenza per mano di agenti privati di sicurezza e di poliziotti in borghese che colpiscono con i manganelli. Come ai tempi della dittatura. E’ diretta soprattutto contro i dirigenti sindacali: lo scorso 26 giugno fu ucciso in un quartiere di Buenos Aires, La Boca, un dirigente sindacale della CTA, la Central de Trabajadores Argentinos”.

“Questa militarizzazione – precisa Seoane- è parte di un piano più ampio, è necessaria a tenere a freno i disastri del neoliberismo. Oggi, in Argentina, più di 100 bambini al giorno muoiono di fame. Il debito frena la ripresa economica. Il governo di Kirchner ha fatto molto per saldare i conti con i crimini della dittatura, ma ancora poco per uscire dalla crisi. Ad oggi, non esiste un progetto chiaro di sviluppo.
E giorno dopo giorno la protesta aumenta. Soprattutto ad opera dei piqueteros, i lavoratori disoccupati che reclamano lavoro, piani di assistenza sociale, mense popolari, tariffe facilitate per il gas e la luce. Ma in tutto ciò, vale la pena aggiungere un dato ancora più inquietante: la repressione si associa all’impunità. Nessuna delle morti avvenute tra il 1994 e il 2003, a mano della polizia, è stata chiarita. Soprattutto, non sono mai stati chiariti i responsabili politici. Il massacro di Avellaneda, ad esempio: in questa periferia di Buenos Aires, nel 2002 le forze di polizia si resero responsabili di una repressione che provocò la morte di due militanti piqueteros e con oltre 70 feriti. Molti di loro furono detenuti per brevi periodi e sottoposti a torture come la simulazione di fucilazione. Da allora, è stata fatta chiarezza su alcuni dei responsabili materiali, ma non su quelli politici. Stesso dicasi della repressione del 19 e 20 dicembre 2001, che lasciò un tragico saldo di 33 morti e centinaia di detenuti. Il governo di Kirchner si è distinto per la condanna senza precedenti ai delitti della dittatura, è arrivato addirittura a chiedere scusa al popolo argentino in nome dello Stato. Non dimenticheremo mai questi meriti. Ma non possiamo ignorare la violazione dei diritti del presente”.

Administrator SlampDesk

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità