La Primavera di Beirut scende in Piazza della libertà, per ricordare Hariri un anno dopo
Scritto per noi da
Erminia Calabrese
Ricordo il 14 febbraio scorso, quando un’autobomba uccise
l’ex primo ministro libanese Rafiq
Hariri sul lungomare di Beirut, in quella Down Town, di cui era stato
egli stesso ideatore.

La primavera di Beirut. É iniziata così quella che la
stampa ha definito “La primavera di
Beirut”: le manifestazioni di Piazza, le accuse alla Siria, gli attentati, il
ritiro dell’ esercito siriano, le nuove elezioni, la vittoria del partito al
Moustaqbal (di Hariri), il ritorno di Michel Aoun e di Samir Geagea, la
formazione del nuovo governo. Sono questi i ricordi che si rivivono questa
mattina nell’ex Piazza dei Martiri, ora Piazza della Libertà. Protagonista di
giornata è la folla del 14 marzo: musulmani, cristiani e drusi che si oppongono
alla tutela siriana e chiedono la verità sull’omicidio di Hariri. É un
movimento che conta oltre un milione di persone, in un paese con 4 milioni di
abitanti. Fin dalle 7 di mattina molti autobus provenienti dal nord, dalla Beqaa,
dal sud e dalla periferia di Beirut hanno raggiunto il centre ville, per dirigersi
alla moschea al-Amin, dove si
trova la tomba di Hariri. Una sola
bandiera, quella rossa e bianca del paese dei cedri, ondeggia nel cuore della
città. I canti patriottici si mescolano con i versetti coranici della moschea.
Nel cielo palloncini azzurri (il colore del partito di Hariri) e a lato della
piazza, donne e uomini con sul petto la spilla raffigurante Hariri e cartelli
con la scritta: Nurid al haqiqah”, vogliamo la verita.
I leader libanesi. Poi arrivano anche i leader,
coloro che questa manifestazione l’hanno tanto pubblicizzata e forse anche
politicizzata. Saad Hariri, ora leader di
Al-Moustaqbal, Walid
Joumblatt, capo druso del Partito Socialista, e Samir Geagea, delle Forze
Libanesi. È Saad Hariri a parlare da dietro un vetro blindato: “Ci hanno
lasciato a Baabda (palazzo presidenziale libanese) i resti della loro tutela,
noi gli diciamo di prendere i simboli della loro tutela e oppressione, perchè
il popolo libanese non accetterà nessun compromesso.” Poi Joumblatt: “Diciamo
al tiranno terrorista Bashar al Assad che i libanesi sono uomini liberi. Gli
diciamo di recuperare il suo agente
Emile Lahoud.” E giù con gli applausi e le grida, “Asha Lubnan“, Viva il libano,
“Al haqiqa li agli lubnan”, La verità per il bene del Libano”, e ancora l’inno
nazionale. Su alcuni cartelli si legge: “L’estensione del mandato ha ucciso
Hariri”, “Lahoud è anticostituzionale”. Altri si riferiscono a Assad: “ Non è
abbastanza Assad?” o ancora “Si al popolo siriano. No ai servizi segreti siriani”. A quel punto sale sul palco Nayla
Tueni, sorella del parlamentare giornalista Giubran Tueni, assassinato lo
scorso dicembre: “Un solo paese, un solo esercito, una sola sovranità” dice la
donna. Poi, riprendendo le parole del fratello: “Noi musulmani e cristiani,
giuriamo su Dio, che resteremo uniti per il bene del Libano”.

12:55. Poi alle 12:55: il silenzio. È a quell’ora che
un anno fa Beirut tremò e Hariri perse la vita. In città sono state
adottate misure di sicurezza estreme,
Beirut è blindata, molti sono i controlli anche lasciando piazza dei
Martiri,
mentre il resto della città è deserto. Tutte le attività sono
chiuse.Mohammad un commerciante della zona dice: ӏ grazie ad
Hariri se abbiamo costruito tutto
questo e allora è giusto che i nostri negozi oggi siano chiusi.
Dobbiamo
rispettarlo.” Michel di 23 anni dice invece di non essere sceso in
piazza
perché “Il nostro generale (Michel Aoun) non ci ha invitato a
partecipare. Non
vogliamo creare dei problemi con i ragazzi delle forze libanesi, ma il
nostro
leader è onesto almeno”. Ahmad, 22 anni: “Per noi oggi resta il giorno
dell’
amore: l’amore per il Libano.” La festa dell’amore è ricordata cosi a
Beirut e
non poteva essere altrimenti.