16/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Nuovamente in discussione la legge che nega la cittadinanza israeliana alle coppie miste
“I cittadini israeliani che vorranno sposare dei palestinesi dovranno andare a vivere a Jenin”. Lo ha dichiarato il giudice Michel Cheshin presso l’Alta Corte d’Israele, dove martedì si discuteva un emendamento alla legge sulla Cittadinanza.
 
Separati in casa. La discussione della Corte riguarda la legge che regola la concessione della cittadinanza israeliana. E l’emendamento in questione, proposto nel 2003 dal Centro Legale Adalah per i Diritti della Minoranza Araba in Israele, ha lo scopo di cancellare la norma temporanea che impedisce la riunificazione delle famiglie miste israelo-palestinesi sul territorio di Tel Aviv. Secondo Sarah, Whitson di Human Rights Watch, “Le coppie miste sposate, costrette a vivere separate, sono migliaia. E un problema di non minor conto è quello dei figli, cui viene impedito di vivere con entrambi i genitori”. Il decreto temporaneo sulla cittadinanza è in vigore dal luglio 2003, ma le domande di ricongiungimento sono congelate dal 2002. Stando a dati forniti dal quotidiano Haaretz, alla fine del 2004 le coppie coinvolte dalla legge erano tra 16 e 21 mila, molte di queste si trovano costrette a scegliere tra lasciare il paese per vivere assieme o trasferirsi nei Territori Occupati. I cittadini israeliani, così come i palestinesi di Gerusalemme est, se si sposano in Cisgiordania rischiano di perdere la residenza in Israele, e all’opposto, quando è il coniuge arabo a spostarsi in Israele, questo avviene illegalmente.
 
Punizione collettiva. Cheshin ha motivato la sua presa di posizione spiegando che “L’Autorità Palestinese è un governo nemico, un governo che intende distruggere il nostro stato e non è disposto a riconoscere Israele”. Il giudice ha cercato di puntare l’attenzione sui rischi che lo stato si accollerebbe per garantire la cittadinanza a individui potenzialmente pericolosi, confermando la sensazione che l’ampia vittoria di Hamas alle elezioni di gennaio abbia cambiato in peggio l’immagine che in Israele si ha dei palestinesi: “Occorre ascoltare le dichiarazioni quotidiane di Hamas –dichiarava ancora il giudice Cheshin -.Sono i palestinesi che li hanno votati. Perchè dovremmo fare entrare individui che potrebbero portare degli attacchi terroristi? Siamo in tempo di guerra: il romanticismo è toccante, ma questa è una questione di vita o di morte, e il diritto alla vita ha la priorità”. La legge era stata già estesa nel 2005, con alcune eccezioni per le donne sopra i 25 anni e gli uomini over 35. Condizioni assai limitanti se si considera che, secondo una statistica delle Nazioni Unite nei Territori Occupati Palestinesi, l’età media per le donne che si sposano è di 21 anni, 25 per gli uomini. Le eccezioni anagrafiche inoltre, sono applicate solo nel caso in cui il coniuge arabo non sia parente di qualche persona sospettata di attività terroristiche.
 
Il dritto all’amore? Il presidente della giuria, Aharon Barak, ha proposto che si studiassero opzioni meno lesive dei diritti umani, come documenti d’identità diversi per gli israeliani che acquisiscono la cittadinanza tramite il coniuge. Ma con ogni probabilità, il documento temporaneo avrà semplicemente una proroga. I firmatari della petizione fanno notare che l’emendamento discrimina in modo razzista i matrimoni tra israeliani e palestinesi rispetto a quelli con qualsiasi altra cittadinanza: “La libertà personale è la base dei diritti umani” vi si legge. Questa norma nega ai palestinesi il “diritto di amare ed essere amati da un partner, il diritto a stabilire una casa e un‘esistenza comune senza ostacoli istituzionali”.  

Naoki Tomasini

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