Nuovamente in discussione la legge che nega la cittadinanza israeliana alle coppie miste
“I cittadini israeliani che vorranno sposare dei palestinesi
dovranno andare a vivere a Jenin”. Lo ha dichiarato il giudice Michel Cheshin
presso l’Alta Corte d’Israele, dove martedì si discuteva un emendamento alla
legge sulla Cittadinanza.

Separati in casa. La discussione della Corte riguarda
la legge che regola la concessione della cittadinanza israeliana. E
l’emendamento in questione, proposto nel 2003 dal Centro Legale Adalah per i
Diritti della Minoranza Araba in Israele, ha lo scopo di cancellare la norma
temporanea che impedisce la riunificazione delle famiglie miste
israelo-palestinesi sul territorio di Tel Aviv. Secondo Sarah, Whitson di Human
Rights Watch, “Le coppie miste sposate, costrette a vivere separate, sono
migliaia. E un problema di non minor conto è quello dei figli, cui viene
impedito di vivere con entrambi i genitori”. Il decreto temporaneo sulla
cittadinanza è in vigore dal luglio 2003, ma le domande di ricongiungimento
sono congelate dal 2002. Stando a dati forniti dal quotidiano Haaretz, alla
fine del 2004 le coppie coinvolte dalla legge erano tra 16 e 21 mila, molte di
queste si trovano costrette a scegliere tra lasciare il paese per vivere
assieme o trasferirsi nei Territori Occupati. I cittadini israeliani, così come
i palestinesi di Gerusalemme est, se si sposano in Cisgiordania rischiano di
perdere la residenza in Israele, e all’opposto, quando è il coniuge arabo a spostarsi
in Israele, questo avviene illegalmente.
Punizione collettiva. Cheshin ha motivato la sua
presa di posizione spiegando che “L’Autorità Palestinese è un governo nemico,
un governo che intende distruggere il nostro stato e non è disposto a riconoscere
Israele”. Il giudice ha cercato di puntare l’attenzione sui rischi che lo stato
si accollerebbe per garantire la cittadinanza a individui potenzialmente
pericolosi, confermando la sensazione che l’ampia vittoria di Hamas alle
elezioni di gennaio abbia cambiato in peggio l’immagine che in Israele si ha
dei palestinesi: “Occorre ascoltare le dichiarazioni quotidiane di Hamas
–dichiarava ancora il giudice Cheshin -.Sono i palestinesi che li hanno votati.
Perchè dovremmo fare entrare individui che potrebbero portare degli attacchi
terroristi? Siamo in tempo di guerra: il romanticismo è toccante, ma questa è
una questione di vita o di morte, e il diritto alla vita ha la priorità”. La
legge era stata già estesa nel 2005, con alcune eccezioni per le donne sopra i
25 anni e gli uomini over 35. Condizioni assai limitanti se si considera che,
secondo una statistica delle Nazioni Unite nei Territori Occupati Palestinesi,
l’età media per le donne che si sposano è di 21 anni, 25 per gli uomini. Le
eccezioni anagrafiche inoltre, sono applicate solo nel caso in cui il coniuge
arabo non sia parente di qualche persona sospettata di attività terroristiche.

Il dritto all’amore? Il
presidente della giuria, Aharon Barak, ha proposto che si studiassero opzioni
meno lesive dei diritti umani, come documenti d’identità diversi per gli
israeliani che acquisiscono la cittadinanza tramite il coniuge. Ma con ogni
probabilità, il documento temporaneo avrà semplicemente una proroga. I
firmatari della petizione fanno notare che l’emendamento discrimina in modo
razzista i matrimoni tra israeliani e palestinesi rispetto a quelli con
qualsiasi altra cittadinanza: “La libertà personale è la base dei diritti
umani” vi si legge. Questa norma nega ai palestinesi il “diritto di amare ed
essere amati da un partner, il diritto a stabilire una casa e un‘esistenza
comune senza ostacoli istituzionali”.