14/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un editore kuwaitiano presenta 99 supereroi islamici
Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a lottare. Potrebbe essere questo lo slogan scelto da Naif al-Mutawa per il lancio della sua ultima creatura: the 99, i 99. Questo è il titolo del nuovo fumetto che al-Mutawa, editore kuwaitiano, presenterà al mercato a settembre 2006. Il titolo si riferisce alle 99 virtù islamiche, che saranno incarnate ognuna da un personaggio disegnato dai fumettisti della scuderia di Teshkeel, la casa editrice di al-Mutawa.
 
jabbar, uno dei 99Nuovi archetipi. Il periodo non sembra dei più propizi. In tutto il mondo islamico è ancora rovente la polemica per le vignette apparse sul quotidiano danese Jyllands Posten che i musulmani ritengono offensive verso il Profeta Mohammed. L’idea di uscire con un fumetto che s’ispira alle 99 virtù islamiche rischia di essere considerato blasfemo. Ma al-Mutawa ha le idee chiare e ha un approccio tutto antropologico alla questione. “Esistono due grandi archetipi ai quali si rifanno gli eroi a fumetti che ci sono sul mercato”, spiega in una delle innumerevoli interviste concesse negli ultimi tempi al-Mutawa, “uno d’ispirazione giudaico – cristiana e l’altro d’ispirazione orientale. Abbiamo quindi nel primo caso l’uomo forte che combatte il male, come Superman o l’Uomo Ragno, e nel secondo caso il gruppo di soggetti che da soli non sono forti, ma che tutti uniti diventano una forza. Io punto alla creazione dell’archetipo islamico dell’eroe a fumetti. Le 99 virtù islamiche, tutte assieme, rappresentano la potenza del divino. Questo saranno i 99”.
La novità è proprio questa: creare non solo un nuovo fumetto, ma un parametro ideale di riferimento per i più piccoli da Rabat a Manila. “I ragazzi, quando leggono questo genere di fumetti, si trovano di fronte a un diverso contesto socio – culturale di riferimento”, spiega l’editore del Kuwait, “se vogliono divertirsi sono costretti a farlo con parametri che non gli appartengono. I 99 offriranno invece dei modelli nei quali i ragazzi possano ritrovarsi e che rappresentino un modo per restare comunque legati alle loro radici, alle loro credenze. Voglio che i miei figli non debbano scontrarsi sempre con questa dicotomia e credo che questo sia un modo di combattere l’odio”.

rakan, uno dei middle east heroesVecchi pregiudizi. Al-Mutawa conosce bene l’argomento, visto che la sua casa editrice è la proprietaria dei diritti per tradurre e pubblicare in arabo i fumetti della Marvel, forse la più grande casa di produzione dei fumetti ispirati a tutti gli archetipi che al-Mutawa stesso contesta.
L’imprenditore del Kuwait non è stato il primo a voler creare un modello islamico per i fumetti per ragazzi. Prima di lui ci aveva provato la casa editrice egiziana AK Comics, con i Middle East Heroes. Generati dalla matita di Ayman Kandeel, trentaseienne e del Cairo, si tratta di 4 supereroi: Salila, minigonna e capelli al vento,  Aya, la principessa delle tenebre,  Zein, l’ultimo faraone e Rakan, il guerriero solitario. Non fanno mai riferimento alla politica o alla religione, ma nonostante questo il clero egiziano non ha gradito le generose forme delle eroine femminili. I personaggi femminili non mancano neanche nei 99, ma al-Mutawa ha ritenuto opportuno infilarci anche Butina, una donna in burqa, e un altro personaggio femminile velato. Più politicamente corretto, magari per evitare qualche fatwa rispetto all’uso non proprio ortodosso delle virtù islamiche.
Ma entrambi i fumetti sono legati da un filo rosso: il tema dei paladini del mondo arabo che si battono per proteggerlo dal Male. Il fumetto del Kuwait è ambientato nel 13°secolo e presenta un impero arabo all’apice sotto attacco da parte di orde di mongoli invasori, mentre il fumetto egiziano si ambienta in un futuro imprecisato ma, per intenderci, una delle protagoniste ha perso i genitori nell’esplosione di un reattore nucleare che nel fumetto si chiama Dimondona, che richiama neanche troppo velatamente il reattore nucleare israeliano di Dimona.
Il rischio è che, se la necessità di creare nuovi archetipi culturali di riferimento, come legittimamente professa al-Mutawa, non si voglia strumentalmente cavalcarne un altro: quello della sindrome da accerchiamento. Di questo passo, dell’archetipo in generale non ci libereremo mai. 

Christian Elia

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