14/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La jihad arriva in Russia, a conferma del ‘nuovo corso’ del conflitto ceceno
MappaCentinaia di soldati delle forze speciali russe camminano lentamente per le strade del villaggio protetti dai blindati che avanzano facendo loro da scudo. I militari fanno irruzione in tutte le case alla ricerca di guerriglieri: interrogano, picchiano e sequestrano le persone sospette. Un rastrellamento in piena regola. La gente ha paura, ma il peggio deve ancora venire. D’un tratto i soldati si buttano a terra nella neve e cominciano a scaricare le loro  mitragliatrici contro i muri di alcune abitazioni dove hanno trovato un gruppo di ribelli. Inizia una violentissima battaglia che durerà settantadue ore. Alla fine sul terreno rimangono i corpi senza vita di almeno 7 soldati russi e 12 guerriglieri. Secondo fonti locali, tra questi ci sarebbero in realtà civili disarmati uccisi dal fuoco russo.
E’ successo pochi giorni fa. Non in Cecenia, bensì in un villaggio di nome Tukui-Mekteb, nella regione russa di Stavropol. Un ulteriore e preoccupante allargamento del conflitto ceceno, che dopo essersi esteso alle altre repubbliche russe del Caucaso settentrionale (Dagehstan, Inguscezia, Nord Ossezia e Cabardino-Balcaria), dilaga ora verso nord, all’interno della stessa Repubblica Federale Russa.
 
Abdul-Khalim SadulayevLa vittoria dei ‘religiosi’ sui ‘laici’ della vecchia guardia. La metamorfosi del conflitto ceceno, da guerra di liberazione nazionale a jihad anti-russa estesa a tutto il Caucaso e oltre, sembra quindi essere completata. Un cambiamento che ha coinciso con la radicale trasformazione ‘politica’ della leadership indipendentista cecena.
Dopo l’uccisione di Aslan Mashkadov, avvenuta quasi un anno fa, la vecchia guardia dei ‘laici’ è stata soppiantata dalla nuova generazione dei ‘religiosi’, capeggiati dal suo successore Abdul-Khalim Sadulayev, dal pazzo sanguinario Shamil Basayev e dal fanatico Movladi Udugov.
L’ultimo atto di questa transizione è avvenuto il 6 febbraio con il ‘licenziamento’ o il ‘degradamento’ dei maggiori rappresentanti ceceni esiliati in Occidente, tutti appartenenti alla vecchia generazione mashkadovita: Akhmed Zakayev, Ilyas Akhmadov e Umar Khanbiyev. Sadulayev e gli altri ‘religiosi’ si erano stancati delle critiche sempre più dure che i ‘laici’ muovevano al ‘nuovo corso’ dell’indipendentismo ceceno. Critiche che si concentravano su aspetti fondamentali, come l’abbandono dell’obiettivo della creazione di uno stato ceceno indipendente e laico a favore di un fantomatico emirato islamico del Caucaso del Nord, o come la pretesa che la lotta armata dei ceceni non debba rispettare le regole e le convenzioni del diritto internazionale consentendo quindi azioni terroristiche che colpiscono anche i civili.
 
Soldati russi in CeceniaMentre in Cecenia la guerra continua senza sosta. Tutto questo mentre in Cecenia i combattimenti continuano al ritmo di 5-10 morti al giorno.
Tra venerdì e sabato scorso, per esempio, i guerriglieri hanno attaccato un convoglio militare russo nei pressi del villaggio di Avtury, distretto di Shali, uccidendo quattro soldati. Due poliziotti del governo ceceno filorusso sono stati uccisi dai ribelli dopo aver fatto irruzione in una casa del villaggio di Alhazurova, distretto di Urus-Martan. Anche due ceceni sono morti nello scontro a fuoco. Un altro soldato russo è stato ammazzato dai tiri dei ceceni contro una postazione dell’esercito vicino a Grozny. Uno stillicidio quotidiano intervallato da attentati clamorosi, come sembra sia stato quello all’origine della potente esplosione che il 7 febbraio ha devastato la caserma del famigerato battaglione russo ‘Vostok’ a Kurchaloy, uccidendo almeno 13 soldati e ferendone garvemente una ventina. 

Enrico Piovesana

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