
Centinaia di soldati delle forze speciali russe camminano
lentamente per le strade del villaggio protetti dai blindati che avanzano
facendo loro da scudo. I militari fanno irruzione in tutte le case alla ricerca
di guerriglieri: interrogano, picchiano e sequestrano le persone sospette. Un
rastrellamento in piena regola. La gente ha paura, ma il peggio deve ancora
venire. D’un tratto i soldati si buttano a terra nella neve e cominciano a
scaricare le loro mitragliatrici contro
i muri di alcune abitazioni dove hanno trovato un gruppo di ribelli. Inizia una
violentissima battaglia che durerà settantadue ore. Alla fine sul terreno
rimangono i corpi senza vita di almeno 7 soldati russi e 12 guerriglieri.
Secondo fonti locali, tra questi ci sarebbero in realtà civili disarmati uccisi
dal fuoco russo.
E’ successo pochi giorni fa. Non in Cecenia, bensì in un
villaggio di nome Tukui-Mekteb, nella regione russa di Stavropol. Un ulteriore
e preoccupante allargamento del conflitto ceceno, che dopo essersi esteso alle
altre repubbliche russe del Caucaso settentrionale (Dagehstan, Inguscezia, Nord
Ossezia e Cabardino-Balcaria), dilaga ora verso nord, all’interno della stessa
Repubblica Federale Russa.
La vittoria dei ‘religiosi’ sui ‘laici’ della vecchia
guardia. La metamorfosi del conflitto ceceno, da guerra di liberazione
nazionale a
jihad anti-russa estesa a tutto il Caucaso e oltre, sembra
quindi essere completata. Un cambiamento che ha coinciso con la radicale
trasformazione ‘politica’ della leadership indipendentista cecena.
Dopo l’uccisione di Aslan Mashkadov, avvenuta quasi un anno
fa, la vecchia guardia dei ‘laici’ è stata soppiantata dalla nuova generazione
dei ‘religiosi’, capeggiati dal suo successore Abdul-Khalim Sadulayev, dal
pazzo sanguinario Shamil Basayev e dal fanatico Movladi Udugov.
L’ultimo atto di questa transizione è avvenuto il 6 febbraio
con il ‘licenziamento’ o il ‘degradamento’ dei maggiori rappresentanti ceceni
esiliati in Occidente, tutti appartenenti alla vecchia generazione
mashkadovita: Akhmed Zakayev, Ilyas Akhmadov e Umar Khanbiyev. Sadulayev e gli
altri ‘religiosi’ si erano stancati delle critiche sempre più dure che i ‘laici’
muovevano al ‘nuovo corso’ dell’indipendentismo ceceno. Critiche che si
concentravano su aspetti fondamentali, come l’abbandono dell’obiettivo della
creazione di uno stato ceceno indipendente e laico a favore di un fantomatico
emirato islamico del Caucaso del Nord, o come la pretesa che la lotta armata
dei ceceni non debba rispettare le regole e le convenzioni del diritto
internazionale consentendo quindi azioni terroristiche che colpiscono anche i
civili.
Mentre in Cecenia la guerra continua senza sosta.
Tutto questo mentre in Cecenia i combattimenti continuano al ritmo di 5-10
morti al giorno.
Tra venerdì e sabato scorso, per esempio, i guerriglieri
hanno attaccato un convoglio militare russo nei pressi del villaggio di Avtury,
distretto di Shali, uccidendo quattro soldati. Due poliziotti del governo
ceceno filorusso sono stati uccisi dai ribelli dopo aver fatto irruzione in una
casa del villaggio di Alhazurova, distretto di Urus-Martan. Anche due
ceceni sono morti nello scontro a fuoco. Un altro soldato russo è stato
ammazzato dai tiri dei ceceni contro una postazione dell’esercito vicino a
Grozny. Uno stillicidio quotidiano intervallato da attentati clamorosi, come
sembra sia stato quello all’origine della potente esplosione che il 7 febbraio
ha devastato la caserma del famigerato battaglione russo ‘Vostok’ a Kurchaloy,
uccidendo almeno 13 soldati e ferendone garvemente una ventina.