Nella capitale del Tibet cinese. La modernità importata e la censura
Dal nostro inviato
I tibetani di Lhasa sono ridotti ad una minoranza colorata ma silenziosa. Sono
i frutti di oltre mezzo secolo di occupazione culturale che negli ultimi 15 anni
ha preso forme sempre più pervasive ed irriguardose. Sono il risultato delle efficacissime
politiche di repressione e censura adottate dai cinesi nella regione del Tar (Regione
Autonoma Tibetana ) e nelle ex regioni orientali tibetane, oggi cinesi tout court.
Per le strade o nei chioschi-friggitoria all’aperto, nessuno parla più di politica,
l’indipendentismo è un ricordo sbiadito o sgradito. Persino i monaci, che fino
alla fine degli anni ’80 sono stati i primattori della resistenza politica e culturale
delle tradizioni del Tetto Del Mondo, sono decimati in numero, e sottoposti al
controllo da parte di reggenti filo-cinesi.
Il tempo della resistenza pare finito per lasciare spazio alla rassegnazione
con cui, specialmente i giovani, rinunciano a coltivare e ad esercitare la pericolosa
occupazione del libero pensiero per rincorrere l’unico treno disponibile verso
la modernità: quello offerto dal regime cinese.
Così quello che rimane sono solo le vestigia dell’apparato messo in piedi dai
cinesi per reprimere le opinioni dissidenti. Sui tetti del Barkhor, il quartiere
tibetano di Lhasa, ci sono ancora le telecamere di video sorveglianza della polizia,
anche se la zona è frequentata soprattutto da inoffensivi pellegrini e turisti.
E sono al loro posto anche i tristemente noti osservatori cinesi: appostati nelle
piazze un tempo impedivano ai monaci di allacciare contatti con gli stranieri.
Oggi se un monaco avvicina un turista non lo fa più per passargli messaggi di
nascosto come accadeva fino a un decennio fa. Anche il ritornello “Kutchi Dalai
Lama picciu ” –“Dammi una foto del Dalai Lama ”- è caduto in prescrizione. Così
mentre i tibetani approcciano gli stranieri per recitare il loro nuovo mantra:
“I love you, gimme money!”, gli osservatori rimangono placidi a sorseggiare il
loro tè al gelsomino, giocando a carte con i negozianti.
Oggi la lingua che i tibetani apprendono nelle scuole, è il mandarino, e insieme
alla lingua, ri-apprendono la propria identità e il loro presente. Anche la propria
storia, creativamente interpretata come “pacifica liberazione ” è diventata un
fatto accettato per convenzione. Certo, la maggior parte dei tibetani è consapevole
della differenza che passa tra una versione condivisa ed una realtà esperita o
tramandata, ma una verità che non può essere detta alla lunga scompare. Il brusio
della rimozione si affievolisce ogni giorno di fronte al volume degli altoparlanti
che scandiscono le giornate della propaganda pubblica e alla solida ufficialità
dei quotidiani del regime.
In questo scenario le migliori possibilità di fare informazione sugli eventi
che accadono in Tibet e per raggiungere l’intera comunità dei tibetani, gran parte
dei quali vive in esilio, vengono offerte da internet. Dalle newsletter delle
organizzazioni umanitarie internazionali e dalle versioni online dei quotidiani
pubblicati al di fuori dal territorio cinese.
Per limitare le potenzialità sovversive offerte dalla Rete, le autorità cinesi
fino a due anni fa utilizzavano un sistema che, come il fratello minore di Echelon,
aveva lo scopo di monitorare una serie di parole chiave per poter filtrare le
pagine web dai contenuti ritenuti sensibili.
Dal 2003 il sistema è stato modificato, molto probabilmente a causa della crescente
presenza di turisti internazionali, che ha portato ad un netto aumento nel numero
di internet point e cyber cafè. I sistemi di filtro sono ancora attivi e impediscono
di accedere ad alcuni siti di informazione sgraditi, tra cui anche la CNN.
Gli stessi motori di ricerca non possono spaziare proprio liberamente nelle loro
indagini.
La novità nel sistema di controllo della rete è stata la diffusione delle Internet
Browsing Registration Cards, un sistema di navigazione con carta prepagata -adottato
soprattutto con cinesi e tibetani - che permette alle autorità di collegare facilmente
il profilo dell’utente alle pagine da lui visitate. I sistemi di controllo sembrano
viaggiare a due diverse velocità: negli internet point frequentati da cinesi e
tibetani, che si riconoscono perché sono generalmente ambienti rumorosi, sporchi
e fumosi, le linee sono estremamente congestionate e si adottano filtri molto
selettivi che impediscono quasi completamente la navigazione verso siti che non
siano cinesi. Al contrario, in quelli dove si affollano turisti e cinesi interessati
alle amenità occidentali -come il body bultding o il calcio, la linea non si fa
attendere e i filtri non si fanno sentire poi tanto. Uno straniero in visita
a Lhasa può accedere alla rete senza bisogno di dichiarare i propri dati, inviare
e ricevere posta elettronica con relativa facilità e senza rischiare un interrogatorio
per una parola di troppo. Può anche arrivare a leggere alcuni dei quotidiani online
del suo paese e siti governativi; e se poi, in un momento di slancio anti-colonialista,
decidesse pure di stampare una foto di Sua Santità l’Innominabile, non correrebbe
i rischi che avrebbe corso un tempo, quando un simile gesto avrebbe potuto costargli
un fermo di polizia ed eventualmente l’espulsione dal paese.
A questo punto però, subentrerebbe la figura del gestore dell’internet point,
il quale, memore delle passate intimidazioni e degli interrogatori subiti, inizierebbe,
con malcelata apprensione, a tempestare lo sprovveduto turista di domande tipo”In
che albergo risiedi a Lhasa? “, “In che stanza? “, e di raccomandazioni come “Non
girare per strada con quella foto in tasca! ”oppure “Non buttarla in un cestino,
falla a pezzi o bruciala! “. Poi con solerte abnegazione inizierebbe a ripulire
la cronologia delle pagine visitate e, recuperando un'espressione di tranquillo
paternalismo, lo congederebbe. Tutto questo, a meno che lo straniero non avesse
pure l’intenzione di visionare le proprie foto digitali o masterizzarle su un
Cd, perché in quel caso le procedure di indagine ripartirebbero da capo, e questa
volta tanto più a lungo quanto più numerose fossero le fotografie. “Dove hai scattato
questa foto? ”, “E quest’altra? “ e via così fino alla reciproca esasperazione.
Forse è questa l’ultima generazione dei sistemi cinesi per il controllo della
libertà di opinione: l’autocensura.