23/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Nella capitale del Tibet cinese. La modernità importata e la censura
Dal nostro inviato
 
Lhasa, Foto di Naoki Tomasini
I tibetani di Lhasa sono ridotti ad una minoranza colorata ma silenziosa. Sono i frutti di oltre mezzo secolo di occupazione culturale che negli ultimi 15 anni ha preso forme sempre più pervasive ed irriguardose. Sono il risultato delle efficacissime politiche di repressione e censura adottate dai cinesi nella regione del Tar (Regione Autonoma Tibetana ) e nelle ex regioni orientali tibetane, oggi cinesi tout court.
Per le strade o nei chioschi-friggitoria all’aperto, nessuno  parla più di politica, l’indipendentismo è un ricordo sbiadito o sgradito. Persino i monaci, che fino alla fine degli anni ’80 sono stati i primattori della resistenza politica e culturale delle tradizioni del Tetto Del Mondo, sono decimati in numero, e sottoposti al controllo da parte di reggenti filo-cinesi.
Il tempo della resistenza pare finito per lasciare spazio alla rassegnazione con cui, specialmente i giovani, rinunciano a coltivare e ad esercitare la pericolosa occupazione del libero pensiero per rincorrere l’unico treno disponibile verso la modernità: quello offerto dal regime cinese.
 
Così quello che rimane sono solo le vestigia dell’apparato messo in piedi dai cinesi per reprimere le opinioni dissidenti. Sui tetti del Barkhor, il quartiere tibetano di Lhasa, ci sono ancora le telecamere di video sorveglianza della polizia, anche se la zona è frequentata soprattutto da inoffensivi pellegrini e turisti. E sono al loro posto anche i tristemente noti osservatori cinesi: appostati nelle piazze un tempo impedivano ai monaci di allacciare contatti con gli  stranieri. Oggi se un monaco avvicina un turista non lo fa più per passargli messaggi di nascosto come accadeva fino a un decennio fa. Anche il ritornello “Kutchi Dalai Lama picciu ” –“Dammi una foto del Dalai Lama ”- è caduto in prescrizione. Così mentre i tibetani approcciano gli stranieri per recitare il loro nuovo mantra: “I love you, gimme money!”, gli osservatori rimangono placidi a sorseggiare il loro tè al gelsomino, giocando a carte con i negozianti.
Oggi la lingua che i tibetani apprendono nelle scuole, è il mandarino, e insieme alla lingua, ri-apprendono la propria identità e il loro presente. Anche la propria storia, creativamente interpretata come “pacifica liberazione ” è diventata un fatto accettato per convenzione. Certo, la maggior parte dei tibetani è consapevole della differenza che passa tra una versione condivisa ed una realtà esperita o tramandata, ma una verità che non può essere detta alla lunga scompare. Il brusio della rimozione si affievolisce ogni giorno di fronte al volume degli altoparlanti che scandiscono le giornate della propaganda pubblica e alla solida ufficialità dei quotidiani del regime.
In questo scenario le migliori possibilità di fare informazione sugli eventi che accadono in Tibet e per raggiungere l’intera comunità dei tibetani, gran parte dei quali vive in esilio, vengono offerte da internet. Dalle newsletter delle organizzazioni umanitarie internazionali e dalle versioni online dei quotidiani pubblicati al di fuori dal territorio cinese.
Per limitare le potenzialità sovversive offerte dalla Rete, le autorità cinesi fino a due anni fa utilizzavano un sistema che, come il fratello minore di Echelon, aveva lo scopo di monitorare una serie di parole chiave per poter filtrare le pagine web dai contenuti ritenuti sensibili.
Dal 2003 il sistema è stato modificato, molto probabilmente a causa della crescente presenza di turisti internazionali, che ha portato ad un netto aumento nel numero di internet point e cyber cafè. I sistemi di filtro sono ancora attivi e impediscono di accedere ad alcuni siti di informazione sgraditi, tra cui anche la CNN.
Gli stessi motori di ricerca non possono spaziare proprio liberamente nelle loro indagini.
 
Quotidiano cineseLa novità nel sistema di controllo della rete è stata la diffusione delle Internet Browsing Registration Cards, un sistema di navigazione con carta prepagata -adottato soprattutto con cinesi e tibetani - che permette alle autorità di collegare facilmente il profilo dell’utente alle pagine da lui visitate. I sistemi di controllo sembrano viaggiare a due diverse velocità: negli internet point frequentati da cinesi e tibetani, che si riconoscono perché sono generalmente ambienti rumorosi, sporchi e fumosi, le linee sono estremamente congestionate e si adottano filtri molto selettivi che impediscono quasi completamente la navigazione verso siti che non siano cinesi. Al contrario, in quelli dove si affollano turisti e cinesi interessati alle amenità occidentali -come il body bultding o il calcio, la linea non si fa attendere e i filtri non si fanno sentire poi tanto.  Uno straniero in visita a Lhasa può accedere alla rete senza bisogno di dichiarare i propri dati, inviare e ricevere posta elettronica con relativa facilità e senza rischiare un interrogatorio per una parola di troppo. Può anche arrivare a leggere alcuni dei quotidiani online del suo paese e siti governativi; e se poi, in un momento di slancio anti-colonialista, decidesse pure di stampare una foto di Sua Santità l’Innominabile, non correrebbe i rischi che avrebbe corso un tempo, quando un simile gesto avrebbe potuto costargli un fermo di polizia ed eventualmente l’espulsione dal paese.
A questo punto però, subentrerebbe la figura del gestore dell’internet point, il quale, memore delle passate intimidazioni e degli interrogatori subiti, inizierebbe, con malcelata apprensione, a tempestare lo sprovveduto turista di domande tipo”In che albergo risiedi a Lhasa? “, “In che stanza? “, e di raccomandazioni come “Non girare per strada con quella foto in tasca! ”oppure “Non buttarla in un cestino, falla a pezzi o bruciala! “. Poi con solerte abnegazione inizierebbe a ripulire la cronologia delle pagine visitate e, recuperando un'espressione di tranquillo paternalismo, lo congederebbe. Tutto questo, a meno che lo straniero non avesse pure l’intenzione di visionare le proprie foto digitali o masterizzarle su un Cd, perché in quel caso le procedure di indagine ripartirebbero da capo, e questa volta tanto più a lungo quanto più numerose fossero le fotografie. “Dove hai scattato questa foto? ”, “E quest’altra? “ e via così fino alla reciproca esasperazione.
 
Forse è questa l’ultima generazione dei sistemi cinesi per il controllo della libertà di opinione: l’autocensura.

Naoki Tomasini

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