14/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Milioni di cinesi non hanno accesso all’istruzione primaria
Scritto per noi da
Debora Di Dio
 
  Attivista, foto D. Di Dio
Nelle vicinanze di piazza Tian’An Men ho visto un signore che pedalava lungo il marciapiede con la sua bicicletta, a cui aveva appeso un cartello e una bandiera. Malgrado il suo incedere lento e silenzioso, questo contadino stava protestando: era venuto a Pechino da un villaggio nella provincia dello Shaanxi, per chiedere un’educazione primaria per tutti e per raccogliere fondi per i bambini del suo villaggio davanti ai luoghi del potere.
Dopo aver letto il motivo della sua protesta, mi sono avvicinata per parlargli e scattare delle foto, fino a quando la polizia mi ha “suggerito” di allontanarmi perché si era creata una folla intorno a noi.
Questo signore mi ha detto che nel suo villaggio il numero di bambini che vanno a scuola supera appena il 50 percento degli aventi diritto, perché l’istruzione è troppo cara, nonostante sia dichiarata obbligatoria.
 
Una Cina di seconda classe. Questo villaggio non è un caso isolato: come cita un articolo del China Daily, le statistiche dimostrano che nell’ovest della Cina (Tibet e Xinjiang in particolare) 327 contee non hanno le strutture per garantire l’istruzione obbligatoria, mentre in 60 non viene terminato il ciclo completo di studi primari e in 260 esiste ancora un elevato livello di analfabetismo tra le persone di mezza età.
In Tibet, nel 1994, il governo di Pechino impose una politica di educazione obbligatoria. Nonostante ciò gli abitanti delle regioni rurali devono accollarsi le spese per l’istruzione primaria, usufruendo solo di un contributo assistenziale minimo da parte del governo della contea locale. Poiché la maggior parte dei tibetani vive in zone rurali, questa politica impedisce loro di godere dei benefici dell’educazione obbligatoria. Molti tibetani quindi sono costretti a mandare i loro figli in India, dopo averli iscritti nelle scuole della comunità tibetana in esilio.
Secondo un rapporto stilato dal Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia, a partire dal 1984 dai 6mila ai 9mila bambini e giovani hanno lasciato il Tibet per trovare opportunità di studio in India e Nepal.
Sul Libro Bianco dell’Educazione, compilato dal governo, si legge che, dal 1990 al 1995, Pechino ha investito più di un miliardo di yuan per promuovere l’educazione in Tibet. In realtà, gran parte di questa cifra è stata spesa per pagare l’istruzione degli studenti tibetani in tutta la Cina e creare una generazione di quadri tibetani cui è stato fatto il lavaggio del cervello dal punto di vista ideologico.
 
Studenti cinesiAnalfabetismo e lavoro minorile. In Cina ci sono ancora 87 milioni di analfabeti, di cui 23 milioni sono giovani e persone adulte. L’8 percento della popolazione non ha completato il ciclo obbligatorio di nove anni e tutto ciò avviene soprattutto nella parte ovest del paese. Un censimento nazionale ha dimostrato che il 90 percento degli oltre 800 milioni di contadini non ha mai ricevuto un’istruzione superiore. L’Unicef ammette che il governo cinese ha fatto grandi passi avanti per garantire i 9 anni di istruzione obbligatoria, anche se tuttora un milione di bambini all’anno abbandona la scuola per povertà, in particolare tra gli appartenenti alle minoranze etniche e tra le bambine. Molte scuole hanno risorse per garantire appena due o tre anni di scuola ai propri allievi. Si stima che circa i due terzi dei bambini che abbandonano la scuola sono femmine, che non hanno altra scelta se non quella di rinunciare all’istruzione nel caso in cui le famiglie abbiano problemi economici. Così al momento in Cina almeno 150 mila minori vivono e lavorano per strada.
  Mingong in protesta
Divari. Le differenze nello sviluppo economico tra l’est e l’ovest del paese condizionano l’accesso all’istruzione: nella parte orientale e nelle grandi città essa è garantita quasi a tutti; nella parte occidentale, nelle campagne e tra le famiglie dei mingong (i contadini che emigrano in città), invece, garantire l’istruzione ai propri figli è quasi impossibile. 
I lavoratori che migrano in città non godono degli stessi diritti degli abitanti e se vogliono mandare i propri figli a scuola devono pagare tasse molto alte. In alternativa possono far frequentare ai figli le scuole clandestine gestite da altri contadini emigrati, o semplicemente negare ai loro familiari il diritto all’istruzione. Oltre alle tasse per ogni alunno, i mingong sono costretti a pagare anche cifre extra che possono arrivare a decine di migliaia di yuan ogni semestre. Una somma troppo alta per la maggior parte di loro. Secondo una statistica condotta dall’Accademia delle Scienze Sociali di Pechino su 31mila famiglie di emigranti, il salario medio si aggira intorno ai mille yuan (poco più di cento euro), mentre il 20 percento di queste famiglie guadagna addirittura meno della metà e in tutto il paese il 17 percento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno.
Categoria: Bambini, Diritti
Luogo: Cina
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