Scritto per noi da
Debora Di Dio
Nelle
vicinanze di piazza Tian’An Men ho visto un signore che pedalava lungo il
marciapiede con la sua bicicletta, a cui aveva appeso un cartello e una
bandiera. Malgrado il suo incedere lento e silenzioso, questo contadino stava
protestando: era venuto a Pechino da un villaggio nella provincia dello Shaanxi,
per chiedere un’educazione primaria per tutti e per raccogliere fondi per i
bambini del suo villaggio davanti ai luoghi del potere.
Dopo
aver letto il motivo della sua protesta, mi sono avvicinata per parlargli e
scattare delle foto, fino a quando la polizia mi ha “suggerito” di allontanarmi
perché si era creata una folla intorno a noi.
Questo signore mi ha detto che
nel suo villaggio il numero di bambini che vanno a scuola supera appena il 50
percento degli aventi diritto, perché l’istruzione è troppo cara, nonostante
sia dichiarata obbligatoria.
Una Cina
di seconda classe. Questo villaggio non è un caso isolato: come cita un
articolo del China Daily, le statistiche dimostrano che nell’ovest della Cina
(Tibet e Xinjiang in particolare) 327 contee non hanno le strutture per
garantire l’istruzione obbligatoria, mentre in 60 non viene terminato il ciclo
completo
di studi primari e in 260 esiste ancora un elevato livello di analfabetismo tra
le persone di mezza età.
In Tibet, nel 1994, il governo di Pechino impose una
politica di educazione obbligatoria. Nonostante ciò gli abitanti delle regioni
rurali devono accollarsi le spese per l’istruzione primaria, usufruendo solo di
un contributo assistenziale minimo da parte del governo della contea locale. Poiché
la maggior parte dei tibetani vive in zone rurali, questa politica impedisce
loro di godere dei benefici dell’educazione obbligatoria. Molti tibetani quindi
sono costretti a mandare i loro figli in India, dopo averli iscritti nelle
scuole della comunità tibetana in esilio.
Secondo un rapporto stilato dal
Centro Tibetano per i Diritti Umani e la
Democrazia, a partire dal 1984 dai 6mila ai 9mila bambini e
giovani hanno lasciato il Tibet per trovare opportunità di studio in India e
Nepal.
Sul Libro Bianco dell’Educazione, compilato dal governo, si legge che,
dal 1990 al 1995, Pechino ha investito più di un miliardo di yuan per promuovere
l’educazione in Tibet. In realtà, gran parte di questa cifra è stata spesa per
pagare l’istruzione degli studenti tibetani in tutta la Cina e creare una
generazione di quadri tibetani cui è stato fatto il lavaggio del cervello dal
punto di vista ideologico.
Analfabetismo
e lavoro minorile. In Cina ci sono ancora 87 milioni di analfabeti, di cui
23 milioni sono giovani e persone adulte. L’8 percento della popolazione non ha
completato il ciclo obbligatorio di nove anni e tutto ciò avviene soprattutto
nella
parte ovest del paese. Un censimento nazionale ha dimostrato che il 90 percento
degli oltre 800 milioni di contadini non ha mai ricevuto un’istruzione
superiore. L’Unicef ammette che il governo cinese ha fatto grandi passi avanti
per
garantire i 9 anni di istruzione obbligatoria, anche se tuttora un milione di
bambini all’anno abbandona la scuola per povertà, in particolare tra gli
appartenenti alle minoranze etniche e tra le bambine. Molte scuole hanno
risorse per garantire appena due o tre anni di scuola ai propri allievi. Si
stima che circa i due terzi dei bambini che abbandonano la scuola sono femmine,
che non hanno altra scelta se non quella di rinunciare all’istruzione nel caso
in cui le famiglie abbiano problemi economici. Così al momento in Cina almeno
150 mila minori vivono e lavorano per strada.

Divari. Le
differenze nello sviluppo economico tra l’est e l’ovest del paese condizionano
l’accesso all’istruzione: nella parte orientale e nelle grandi città essa è
garantita quasi a tutti; nella parte occidentale, nelle campagne e tra le
famiglie dei mingong (i contadini che
emigrano in città), invece, garantire l’istruzione ai propri figli è quasi impossibile.
I
lavoratori che migrano in città non godono degli stessi diritti degli abitanti
e se vogliono mandare i propri figli a scuola devono pagare tasse molto alte.
In alternativa possono far frequentare ai figli le scuole clandestine gestite
da altri contadini emigrati, o semplicemente negare ai loro familiari il
diritto all’istruzione. Oltre alle tasse per ogni alunno, i mingong sono costretti a pagare anche
cifre extra che possono arrivare a decine di migliaia di yuan ogni semestre. Una
somma troppo alta per la maggior parte di loro. Secondo una statistica condotta
dall’Accademia delle Scienze Sociali di Pechino su 31mila famiglie di
emigranti, il salario medio si aggira intorno ai mille yuan (poco più di cento
euro), mentre il 20 percento di queste famiglie guadagna addirittura meno della
metà e in tutto il paese il 17 percento della popolazione vive con meno di un
dollaro al giorno.