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Piove sul bagnato. Il signor Mih rappresenta il
popolo saharawi che attende la liberazione del Sahara Occidentale occupato, a
metà degli anni Settanta, dal Marocco. Da allora, tutti i profughi saharawi in
fuga dai bombardamenti dell’aviazione marocchina sono fuggiti e vivono in 5
grandi campi profughi nei dintorni di Tindouf, nell’Algeria orientale. Le
condizioni di vita, in mezzo al deserto del Sahara, sono molto dure, ma una
vera e propria catastrofe è arrivata a complicare la vita dei saharawi. “Era
dal 1994 che non vedevamo una cosa del genere”, racconta Mih, “ha cominciato a
piovere giovedì scorso all’alba e non ha più smesso fino a sabato notte. Le
strutture dei campi profughi non hanno nessuna possibilità di resistere alla
forza di una massa d’acqua del genere. In poche ore, la metà delle strutture
scolastiche, mediche e amministrative dei campi è andata distrutta”. Oltre ai
danni alle scarse infrastrutture, il problema più urgente è quello degli
sfollati. “Sono 12mila le famiglie che hanno perso tutto: le tende sono state
spazzate via, con tutto quello che contenevano. Non abbiamo nulla per offrire
un riparo a questa gente”, racconta il portavoce della Rasd in Italia, “tutte
le nostre costruzioni sono fatte di mattoni e sabbia. Potete immaginare
l’effetto cha ha avuto su queste il diluvio che ci ha colpito. Adesso che il
sole è tornato, si stanno solidificando dei veri e propri fiumi di fango e la
situazione è disperata”. Anche perché, come accade sempre in casi del genere,
e
in particolare in un campo profughi, si è subito presentato il rischio di
epidemie. “Abbiamo il terrore che si diffonda la malaria”, spiega Mih, “non
abbiamo farmaci e non sappiamo come affrontare l’emergenza dei virus: ci sono
già i primi casi di dissenteria e temiamo che la situazione possa degenerare,
anche perché non abbiamo i mezzi per affrontare tutto questo”.
L’appello. Da trenta anni i saharawi vivono in condizioni
inumane. La zona dell’Algeria dove hanno trovato rifugio è priva di qualsiasi
risorsa e non possono sviluppare nessuna forma di attività per autosostenersi.
Vivono della solidarietà della comunità internazionale, che però ha sempre
preferito gli aiuti umanitari a un serio impegno per risolvere la situazione.
La Rasd, e il Fronte Polisario che ne rappresenta il braccio militare, hanno
sospeso gli attacchi contro il Marocco, preferendo il dialogo per la soluzione
della controversia che vede la monarchia di Rabat occupare illegalmente una parte
del Sahara Occidentale. La zona
occupata è divisa da quella che il Fronte Polisario ha liberato da un muro di
sabbia. Da più di dieci anni si attende il referendum promesso dalle Nazioni
Unite per l’autodeterminazione del popolo saharawi, ma il Marocco è sempre
riuscito a boicottare qualunque passo avanti politico. Così migliaia di
persone, scacciate dalle loro case, vivono nel deserto, in condizioni sanitarie
e ambientali estreme. La scarsità d’acqua è il problema principale e
l’inondazione dei giorni scorsi sembra quasi uno scherzo beffardo del destino.
“Lanciamo
un appello alla comunità internazionale”, conclude Mih, “aiutateci in qualunque
modo. Abbiamo bisogno di tutto. Per ora si è mosso solo il governo algerino, che
ci ha inviato aiuti e un ospedale da campo. Attendiamo un segnale a breve
dalla Spagna e speriamo in un aiuto dell’Italia, alla quale ci siamo rivolti
immediatamente”. Dopo le precipitazioni furiose degli ultimi giorni i saharawi,
oltre a essere profughi di guerra, sono anche sfollati a causa di una calamità
naturale. Ma non è per nulla naturale costringere migliaia di persone a vivere
nel deserto per trenta anni. Con gli aiuti della comunità internazionale. Christian Elia