13/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Piogge torrenziali aggravano la situazione nei campi dei rifugiati saharawi
“Chiediamo l’aiuto di tutta la comunità internazionale, da soli non possiamo farcela. Abbiamo bisogno di tutto: coperte, medicinali, tende da campo e generi alimentari. Superata l’emergenza, dovremo lavorare per ricostruire quello che è stato distrutto”. Al telefono Omar Mih, il rappresentante della Rasd (Repubblica Araba Saharawi Democratica) in Italia, illustra con dignità una situazione drammatica.
 
uno dei rari pozzi che i saharawi sono riusciti a scavare nel desertoPiove sul bagnato. Il signor Mih rappresenta il popolo saharawi che attende la liberazione del Sahara Occidentale occupato, a metà degli anni Settanta, dal Marocco. Da allora, tutti i profughi saharawi in fuga dai bombardamenti dell’aviazione marocchina sono fuggiti e vivono in 5 grandi campi profughi nei dintorni di Tindouf, nell’Algeria orientale. Le condizioni di vita, in mezzo al deserto del Sahara, sono molto dure, ma una vera e propria catastrofe è arrivata a complicare la vita dei saharawi. “Era dal 1994 che non vedevamo una cosa del genere”, racconta Mih, “ha cominciato a piovere giovedì scorso all’alba e non ha più smesso fino a sabato notte. Le strutture dei campi profughi non hanno nessuna possibilità di resistere alla forza di una massa d’acqua del genere. In poche ore, la metà delle strutture scolastiche, mediche e amministrative dei campi è andata distrutta”. Oltre ai danni alle scarse infrastrutture, il problema più urgente è quello degli sfollati. “Sono 12mila le famiglie che hanno perso tutto: le tende sono state spazzate via, con tutto quello che contenevano. Non abbiamo nulla per offrire un riparo a questa gente”, racconta il portavoce della Rasd in Italia, “tutte le nostre costruzioni sono fatte di mattoni e sabbia. Potete immaginare l’effetto cha ha avuto su queste il diluvio che ci ha colpito. Adesso che il sole è tornato, si stanno solidificando dei veri e propri fiumi di fango e la situazione è disperata”. Anche perché, come accade sempre in casi del genere, e in particolare in un campo profughi, si è subito presentato il rischio di epidemie. “Abbiamo il terrore che si diffonda la malaria”, spiega Mih, “non abbiamo farmaci e non sappiamo come affrontare l’emergenza dei virus: ci sono già i primi casi di dissenteria e temiamo che la situazione possa degenerare, anche perché non abbiamo i mezzi per affrontare tutto questo”.
 
una bimba in un campo profughi saharawiL’appello. Da trenta anni i saharawi vivono in condizioni inumane. La zona dell’Algeria dove hanno trovato rifugio è priva di qualsiasi risorsa e non possono sviluppare nessuna forma di attività per autosostenersi. Vivono della solidarietà della comunità internazionale, che però ha sempre preferito gli aiuti umanitari a un serio impegno per risolvere la situazione. La Rasd, e il Fronte Polisario che ne rappresenta il braccio militare, hanno sospeso gli attacchi contro il Marocco, preferendo il dialogo per la soluzione della controversia che vede la monarchia di Rabat occupare illegalmente una parte del Sahara Occidentale. La zona occupata è divisa da quella che il Fronte Polisario ha liberato da un muro di sabbia. Da più di dieci anni si attende il referendum promesso dalle Nazioni Unite per l’autodeterminazione del popolo saharawi, ma il Marocco è sempre riuscito a boicottare qualunque passo avanti politico. Così migliaia di persone, scacciate dalle loro case, vivono nel deserto, in condizioni sanitarie e ambientali estreme. La scarsità d’acqua è il problema principale e l’inondazione dei giorni scorsi sembra quasi uno scherzo beffardo del destino. “Lanciamo un appello alla comunità internazionale”, conclude Mih, “aiutateci in qualunque modo. Abbiamo bisogno di tutto. Per ora si è mosso solo il governo algerino, che ci ha inviato aiuti e un ospedale da campo. Attendiamo un segnale a breve dalla Spagna e speriamo in un aiuto dell’Italia, alla quale ci siamo rivolti immediatamente”. Dopo le precipitazioni furiose degli ultimi giorni i saharawi, oltre a essere profughi di guerra, sono anche sfollati a causa di una calamità naturale. Ma non è per nulla naturale costringere migliaia di persone a vivere nel deserto per trenta anni. Con gli aiuti della comunità internazionale. 

Christian Elia

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