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In
questo senso le immagini hanno un potere immenso, quello
di costringerci a guardare negli occhi, seppur mediati da un obiettivo
fotografico, le persone delle quali parliamo quando esprimiamo il
nostro parere sul fenomeno migratorio. Poche persone avranno mai
l’occasione di trovarsi di fronte a uno sbarco di migranti ed è per
questo che
un lavoro come quello del fotografo argentino Juan Medina è molto
importante.
Perché porta l’osservatore a sentirsi stretto nella morsa di quella
barca
affollata, inchiodato dal terrore dello sguardo di un uomo che
rischia di annegare. Solo conoscendo, seppur in modo virtuale,
determinate angosce, si dovrebbe esprimere un giudizio. Non prima. Sono
venti
le foto di Juan Medina in esposizione alla galleria FORMA di Milano, scattate
tra il 2003 e il 2005. Medina, anche se
è nato a Buenos Aires nel 1963, è praticamente spagnolo di adozione, vivendo da
più di vent’anni in Europa. E proprio nel suo lavoro di fotografo della
Reuters, impegnato sul fronte spagnolo della migrazione, ha raccolto la
testimonianza degli sbarchi di clandestini nell’isola di Fuerteventura, nelle
Canarie. Le venti foto esposte hanno una forza incredibile: rendono con immediatezza
l’ambiente e, allo stesso tempo, il carico di contraddizioni che si porta
dietro il fenomeno migratorio.
Le
parabole di cui è disseminata tutta l’Africa
riempiono i cuori dei giovani africani di sogni e aspettative, di un
modello di
vita, rappresentato magari da un calciatore, ma anche da un
immigrato che torna in patria con la macchina nuova, dando per pudore
un’immagine della sua vita più serena di quella reale. Quelle persone affastellate
su un guscio di noce che qualche
criminale chiama
nave, spesso ignorano la solitudine e il rifiuto che nella maggior
parte dei
casi li aspetta nella parte ricca del mondo. Ma cominciano a farsene
un’idea
durante il viaggio. Una delle foto più dure di quelle esposte presso la
galleria Forma mostra il corpo di un migrante morto, alla deriva e in pasto
agli
uccelli, nell’Oceano Atlantico. La traversata verso le isole Canarie è
molto
rischiosa a causa delle forti correnti, ma è comunque
preferita
negli ultimi tempi a quella dello Stretto di Gibilterra o al tentativo di saltare
le reti di Ceuta e
Melilla,
che la Spagna ha militarizzato. Ma i disperati il viaggio lo tentano lo
stesso,
e quel corpo che galleggia è un monito ai suoi compagni di viaggio e a
noi,
cittadini della civilissima Europa che non sa accogliere una persona
che ha
bisogno di aiuto. Ed è un grido di aiuto che si legge negli
occhi dei
migranti fotografati mentre tentano disperatamente di stare a galla su
un salvagente
o mentre tentano d’issarsi a bordo su una barca. Un grido che non è
ascoltato
da chi corre su una spiaggia mozzafiato, come si vede in quella che
forse è la
foto più significativa, dove s'ignora un uomo morto nel
tentativo di
migliorare la sua vita, rinchiuso in un sacco giallo. Christian Elia