12/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Una mostra a Milano sui migranti a Fuerteventura
Il dramma delle migrazioni siamo abituati a percepirlo come una specie di tavola pitagorica della disperazione. Non esiste un telegiornale che, per ovvii motivi, vada oltre il numero di clandestini. Come se dietro le asettiche statistiche non parlassero di uomini, donne e bambini.
 
una delle reti di contenimento a melillaIn questo senso le immagini hanno un potere immenso, quello di costringerci a guardare negli occhi, seppur mediati da un obiettivo fotografico, le persone delle quali parliamo quando esprimiamo il nostro parere sul fenomeno migratorio. Poche persone avranno mai l’occasione di trovarsi di fronte a uno sbarco di migranti ed è per questo che un lavoro come quello del fotografo argentino Juan Medina è molto importante. Perché porta l’osservatore a sentirsi stretto nella morsa di quella barca affollata, inchiodato dal terrore dello sguardo di un uomo che rischia di annegare. Solo conoscendo, seppur in modo virtuale, determinate angosce, si dovrebbe esprimere un giudizio. Non prima. Sono venti le foto di Juan Medina in esposizione alla galleria FORMA di Milano, scattate tra il 2003 e il 2005.  Medina, anche se è nato a Buenos Aires nel 1963, è praticamente spagnolo di adozione, vivendo da più di vent’anni in Europa. E proprio nel suo lavoro di fotografo della Reuters, impegnato sul fronte spagnolo della migrazione, ha raccolto la testimonianza degli sbarchi di clandestini nell’isola di Fuerteventura, nelle Canarie. Le venti foto esposte hanno una forza incredibile: rendono con immediatezza l’ambiente e, allo stesso tempo, il carico di contraddizioni che si porta dietro il fenomeno migratorio.
Come le maglie delle squadre di calcio europee. In una foto c’è un ragazzo con la maglia di David Bechkam, l’ala inglese del Real Madrid. Addosso ha poco altro. In un’altra foto, un migrante stipato su una barchetta con decine di persone indossa la maglia del Milan. Simboli del successo e del denaro.
 
un migrante appena sbarcatoLe parabole di cui è disseminata tutta l’Africa riempiono i cuori dei giovani africani di sogni e aspettative, di un modello di vita, rappresentato magari da un calciatore, ma anche da un immigrato che torna in patria con la macchina nuova, dando per pudore un’immagine della sua vita più serena di quella reale. Quelle persone affastellate su un guscio di noce che qualche criminale chiama nave, spesso ignorano la solitudine e il rifiuto che nella maggior parte dei casi li aspetta nella parte ricca del mondo. Ma cominciano a farsene un’idea durante il viaggio. Una delle foto più dure di quelle esposte presso la galleria Forma mostra il corpo di un migrante morto, alla deriva e in pasto agli uccelli, nell’Oceano Atlantico. La traversata verso le isole Canarie è molto rischiosa a causa delle forti correnti, ma è comunque preferita negli ultimi tempi a quella dello Stretto di Gibilterra o al tentativo di saltare le reti di Ceuta e Melilla, che la Spagna ha militarizzato. Ma i disperati il viaggio lo tentano lo stesso, e quel corpo che galleggia è un monito ai suoi compagni di viaggio e a noi, cittadini della civilissima Europa che non sa accogliere una persona che ha bisogno di aiuto. Ed è un grido di aiuto che si legge negli occhi dei migranti fotografati mentre tentano disperatamente di stare a galla su un salvagente o mentre tentano d’issarsi a bordo su una barca. Un grido che non è ascoltato da chi corre su una spiaggia mozzafiato, come si vede in quella che forse è la foto più significativa, dove s'ignora un uomo morto nel tentativo di migliorare la sua vita, rinchiuso in un sacco giallo. 

Christian Elia

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