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Gli scontri. Tutto è cominciato sabato 4 febbraio, con una rivolta che ha coinvolto circa
2.000 persone nel carcere di Pitchess e che la polizia ha faticato a domare. Un
detenuto afro-americano di 45 anni è morto per le percosse ricevute. Da lì, ogni
giorno c’è qualcuno che vuole farla pagare all’altra parte. Nuove rivolte sono
scoppiate a Pitchess, che con 21mila detenuti è il più grande centro di detenzione
della contea di Los Angeles, e in altre prigioni cittadine. Mercoledì le guardie
penitenziarie sono dovute intervenire sparando proiettili di gomma per dividere
300 detenuti, giovedì hanno dovuto usare i gas lacrimogeni per rimettere ordine
in una rissa che ha coinvolto 200 prigionieri. In totale, 28 detenuti sono stati
ricoverati e almeno 90 hanno riportato ferite di una certa entità.
Le motivazioni. La tesi che viene comunemente accettata è che a iniziare i disordini siano stati
i membri di gang latinoamericane dopo il via libera arrivato dalla mafia messicana,
che ha voluto vendicarsi per l’aggressione da parte di una banda afro-americana
nel sud di Los Angeles. Sono gang che si contendono il traffico di droga e lottano
per il territorio. “Siamo convinti che tutto nasca da lì”, ha detto un portavoce
dello sceriffo. “E’ un piccolo gruppo di persone, la maggior parte dei detenuti
non vuole immischiarsi”. Per cercare di dividere le due comunità in carcere, i
responsabili del centro di Pitchess sono ricorsi – la legge lo vieta, si fa solo
in casi di emergenza – alla separazione razziale dei detenuti. Neri da una parte,
latinos dall’altra. E le celle sono rimaste chiuse a chiave per due giorni, con detenuti
di entrambe le comunità a lamentarsi di vestire da giorni gli stessi indumenti,
senza poter fare la doccia o chiamare a casa. Giovedì una settantina di leader
religiosi – cristiani e musulmani – hanno visitato le carceri delle rivolte, nella
speranza di calmare le acque. Una rivolta è comunque scoppiata anche dopo la loro
visita.
Il risentimento tra comunità. Le carceri statunitensi sono le più affollate del mondo. Gli Usa hanno 2 milioni
di detenuti, nessun altro Paese li supera: ogni 100mila abitanti, 715 sono in
carcere. Le rivolte di questi giorni, più che per sovraffollamento, potrebbero
però spiegarsi con un astio tra le due comunità che va oltre la rivalità tra gang.
La pensa così Earl Ofari Hutchinson, un attivista afro-americano che conduce un
talk-show su una radio di Los Angeles. “Quello che succede in carcere è sintomatico
di un malessere più ampio”, spiega. I latinos, in California e nel resto degli States, grazie all’immigrazione stanno aumentando
di numero e hanno recentemente superato di numero gli afro-americani. “I neri
e i latinos si scontrano nelle scuole, sulla strada, sul posto di lavoro, negli
ospedali. Non intendo scontri fisici, ma lotte per il territorio nelle aree che
stanno cambiando demograficamente, diventando prevalentemente latinoamericane”.Alessandro Ursic