13/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



In India decine di migliaia di persone sono costrette ad abbandonare case e villaggi
  zone degli sfollati
Nel gigante indiano del progresso tecnologico esistono zone più remote e dimenticate dove decine di migliaia di persone sono costrette ad abbandonare le loro case a causa della guerriglia e delle operazioni di rappresaglia delle forze di sicurezza. Ma non solo: in alcuni casi si sfiorano veri e propri conflitti etnici e scontri comunitari, dove la violenza è di tutti contro tutti.  Secondo un rapporto dell’Internal displacement monitoring centre, creato a Ginevra nel 1998 dal Consiglio norvegese per il rifugiato, al momento in India gli Internally displaced people (Idps), cioè gli “sfollati interni”, sono oltre 600mila: le vittime più deboli di una violenza che per giorni, mesi o addirittura anni le ha costrette a lasciare ogni cosa e a trovare ripari improvvisati, dai parenti nei casi più fortunati o spesso in campi di soccorso semi-abbandonati, dove mancano acqua potabile, elettricità e ogni altro servizio indispensabile.
Così, percorrendo l’India da un punto cardinale all’altro, incontriamo i pandit kashmiri, di religione indù, colpiti dalla persecuzione dei militanti islamici; migliaia di persone che languono nei campi di soccorso del nord-est dai primi anni Novanta; intere famiglie terrorizzate dalla violenza che potrebbe ripartire fra estremisti indù e musulmani dopo il massacro del 2002 in Gujarat e un numero imprecisato di sfollati per gli scontri tra ribelli maoisti (o naxaliti) e forze di sicurezza in diversi Stati dell’India centrale.
 
La guerra senza fine del Kashmir. Il Kashmir indiano, regione himalayana dell’estremo nord, presenta il maggior numero di sfollati interni per via di un conflitto che fa decine di vittime ogni settimana. Dopo tre guerre fra eserciti indiano e pachistano per la contesa del territorio kashmiro, nel 1989 è cominciata un’insurrezione di militanti islamici contro le forze indiane: alcuni chiedono l’indipendenza, altri la riannessione al Pakistan. Ciò a scapito del 90 per cento della popolazione indù locale, i pandit, che al momento è senza dimora fissa: ovvero dalle 250mila alle 350mila persone sono distribuite fra la capitale indiana Nuova Delhi e la città kashmira di Jammu. Ma la guerra colpisce indistintamente anche i musulmani, soprattutto lungo la Linea di controllo, il confine che divide il Kashmir indiano da quello pachistano, dove si sono consumati, almeno fino alla proclamazione del cessate il fuoco nel novembre 2003, gran parte degli scontri. Dalle 12mila alle 30mila persone, quindi, aspettano di tornare nei villaggi non ancora ricostruiti e dove i terreni sono spesso minati. Finora, tuttavia, solo il 20 per cento dei fondi promessi per sostenere gli Idps kashmiri è stato sborsato dallo stato.
 
Nord-est di guerriglia e pulizia etnica. Nel nord-est,dove vivono 200 dei 430 gruppi tribali di tutta l’India, è attiva oltre una trentina di gruppi ribelli. Un grande afflusso di migranti, inoltre, da Bangladesh, Nepal e Birmania, ha determinato una competizione per le risorse e i posti di lavoro con forti connotati razzisti. Almeno 50mila persone sono morte in totale negli otto stati nord-orientali dalla proclamazione dell’indipendenza dell’India (1947), a causa dei conflitti etnici per il possesso della terra e di quelli di matrice indipendentista. Da mezzo secolo il nord-est soffre l’emarginazione dal resto del Paese, con conseguenze disastrose per la sua economia che hanno generato inevitabilmente spinte autonomiste. Nell’Assam i locali respingono i bengali provenienti dal vicino Bangladesh, mentre gli indigeni bodo si scontrano con quelli santhal. Nel Manipur l’esercito indiano è impegnato contro le milizie ribelli e 6mila persone hanno abbandonato le case per i disordini etnici. Intanto, avanza il processo di pace con i guerriglieri Naga, anche se non si fermano le violenze tra due fazioni ribelli in competizione. Attacchi ai bengali si sono verificati anche nel Tripura, mentre lungo il sensibile confine bengalese le autorità indiane stanno completando un “muro” di filo spinato. Nell’Arunachal Pradesh persino un’organizzazione studentesca minaccia di espellere con la forza la popolazione chakma di origine nepalese.
 
Il centro maoista. In diversi stati dell’India centrale sono aumentati gli scontri tra i ribelli maoisti, detti anche naxaliti, e l’esercito indiano. Uno studio del giugno 2005 dice che i guerriglieri sono presenti in 155 distretti di 15 stati, “colpendo 300 milioni di abitanti attraverso 7mila città e villaggi”. Numeri impressionanti: secondo fonti locali i naxaliti controllerebbero quasi il 20 per cento delle foreste indiane, un’area pari a due volte e mezzo il Bangladesh.
 
Estremismi antichi. Nel febbraio 2002 la celebre moschea di Ayodhya, nello stato occidentale del Gujarat, fu distrutta dagli estremisti indù. Ne seguirono l’assalto a un treno di pellegrini indù da parte di una folla inferocita di musulmani e successivamente giorni ininterrotti di violenze in cui furono uccisi 2mila musulmani, mentre altri 100mila dovettero lasciare le loro case. Negli ultimi tempi gli attacchi ai musulmani del Gujarat sono stati sporadici, ma secondo un’organizzazione locale ci sono ancora 61mila sfollati bisognosi di assistenza.
Il governo indiano finora non ha avviato del tutto piani di sostegno agli Idps, scaricando il più delle volte le responsabilità sulle amministrazioni locali. Oltre alle guerre, poi, ci sono altri fattori che producono migliaia, se non milioni di sfollati ogni anno: i “progetti di sviluppo” voluti proprio dal governo, come la costruzione di dighe e il conseguente trasferimento dei locali, e i disastri naturali come le varie alluvioni, lo tsunami del 26 dicembre 2004 e il terremoto dell’8 ottobre scorso.
 
 

Francesca Lancini

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