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Un sistema in pericolo. Nel
2004 il reporter Robert Fisk descrisse
quella che chiamava “Guerra all’istruzione”: “il personale delle
università - raccontava nella sua inchiesta - sospetta che sia in atto
una campagna per privare l’Iraq dei suoi accademici, per la distruzione
dell’identità culturale irachena”. Il sistema educativo iracheno fino
agli anni ’80 era uno dei migliori della regione, ma da allora il suo
livello è crollato drammaticamente. Le cifre dell’Unicef, raccolte nel
maggio 2004, suggerivano che solo il 55 percento degli uomini e il 25
percento delle donne in Iraq fossero in grado di leggere. Oggi una
delle ragioni più evidenti per la scarsa educazione è la violenza, che
incombe su ogni quartiere e villaggio, al punto che le famiglie
preferiscono tenere i figli a casa. Ma anche il clima di intolleranza
religiosa sta scoraggiando la popolazione: le politiche tentate dal
ministero dell’educazione per promuovere tolleranza e libertà di
pensiero negli atenei sono fallite, anche a causa delle pressioni dei
politici conservatori. I testi scolastici sono stati modificati per
estirpare la propaganda baathista, ma in compenso, i
vecchi programmi sono stati rimpiazzati dagli insegnamenti religiosi
basilari. Anche diversi funzionari pubblici hanno subito la violenza
contro gli atenei: come il ministro dell'Istruzione, sfuggito l’8
febbraio a un attentato contro suo convoglio. Il ministro, lo sciita,
Sami al Mudafar, era stato attaccato
anche in passato, quando era ministro del governo Allawi. Al Mudafar,
docente all’università di Baghdad sotto Saddam e diventato rettore dopo
l’invasione del Paese, era minacciato dalla guerriglia per aver diverse
volte protestato contro la crescente influenza islamica negli atenei.
“Le università - dichiarava al quotidiano iracheno al Ittihad -
dovrebbero diventare delle zone franche dalla politica. I docenti non
possono essere minacciati, rapiti
o uccisi. Occorre tenere la politica fuori dalle aule e concentrarsi
sulla formazione.”
Strutture educative e ricostruzione. Le violenze sugli accademici e le
loro fughe all’estero fanno sì che gli insegnanti che restano siano
sempre meno qualificati, ma l’altro grave problema per gli studenti
iracheni è la distruzione delle infrastrutture: mancano laboratori,
librerie, palestre. La gran parte delle 15 mila scuole irachene è stata
saccheggiata o distrutta dopo la caduta di Saddam, e ancora oggi si
trova in condizioni precarie: ”Solo il 40 percento degli istituti– si
legge in un report delle Nazioni Unite – è in fase di ricostruzione.
L’impatto di queste difficoltà sul mondo accademico potrebbe sentirsi
ancora per decenni”. A fine gennaio è stato promesso il restauro di mille
scuole elementari, che al momento sono al limite dell’agibilità: almeno
questa per oltre centomila bambini iracheni, è una buona notizia. Naoki Tomasini