08/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Una lista delle persone che hanno perso la vita in modo violento diventa opera d’arte.
 
L'artista Fernando Pertuz in giro per la ColombiaArte e guerra. Quando l’arte tocca la realtà, quando un’opera riesce a sensibilizzare l’opinione pubblica, il lavoro dell’artista si amplifica e sconfina in maniera prepotente, distruggendo tutte le barriere culturali e avvicinando i popoli. E’ già successo a Fernando Botero che in diverse sue opere ha raccontato la brutalità della guerriglia colombiana e le nefandezze compiute dai soldati statunitensi ad Abu Grahib e ci aveva raccontato: "Queste sono opere dettate dall’indignazione che ho sentito io ma che ha sentito tutto il mondo quando abbiamo saputo che i soldati statunitensi torturavano i prigionieri iracheni a Abu Ghraib”.
Quelle opere sono state tanto apprezzate a livello mondiale che lo stesso Botero già sei mesi fa aveva deciso di regalarle al  Museo di Baghdad (se fosse stato ancora in piedi…). "Quando ci sono situazioni di ingiustizia io mi sento in dovere a fare qualcosa", ha detto Botero. Il percorso di Botero però lo sta facendo anche un altro artista molto conosciuto. Si tratta di Fernando Pertuz.
 
L'icona della morteLa violenza della guerra fonte ispiratrice per gli artisti. Se per caso vi trovate per le strade di Bogotà o Barrequilla, Medellin o Calì, e vi imbattete in un uomo vestito da “morte” come se fosse carnevale, che distribuisce volantini, bene non abbiate paura: quello è Fernando Pertuz. “Mi vesto da morte ma non sono la morte. Lo faccio solo per far riflettere la gente su quello che ci riguarda da vicino” spiega l’artista sta lavorando a un’opera molto particolare. “Io non voglio che la morte violenta esista ancora in Colombia. Ma è una realtà. La mia opera sarà composta da una lista di nominativi di persone che sono morte di morte violenta, che verrà poi pubblicata in un sito internet. Insieme ai nomi sono alla ricerca anche delle loro fotografie. Certo è una lista tragica, ma deve servire come monito alla società colombiana, a quelli che la controllano e l’amministrano, in modo che sappiano che non vogliamo più che succeda tutto questo”.
 
La guerra porta inevitabilmente lutti e tragedieOpere d'arte. L’opera di Pertuz è formata da due parti. La prima, forse quella di maggiore impatto, lo vede girare per le strade più frequentate delle maggiori città colombiane, nel suo abito quasi carnevalesco e a volte inquietante, a distribuire volantini che spiegano la sua opera e riportano il modo in cui la gente può aiutare l’artista. La seconda parte, appunto, sarà formata dalla pubblicazione del lavoro in una pagina web. Per Pertuz travestirsi da morte era importantissimo al fine di preparare meglio la sua opera. “Posso toccare le persone relazionarmi con loro, vedere come mi guardano e apprendere sempre qualcosa in più di quello che avviene nel nostro Paese, attraverso la voce delle persone che si ritrovano, loro malgrado, in mezzo al conflitto”.
In quest’opera si uniscono gli aspetti sociali e politici di una società malata come quella colombiana. Si parla di morti in guerra ma anche di morti violente dovute al periodo storico che sta vivendo la Colombia con tutti i suoi “cartelli”. “Nel mondo ci sono cose terribili. Se nessuno fa nulla, non cambierà mai niente. Questa opera, in realtà, è solo un pretesto per fare in modo che la gente esca dal mutismo e dall’omertà”. 
Nonostante possa fare impressione il metodo col quale l’artista insegue le sue fantasie per portarle alla realtà, trova d’accordo molti dei passanti ai quali distribuisce il suo volantino, come nel caso di Juan Pablo che dice: “Mi sembra una buona idea. Farò il possibile per appoggiarlo perché se continuiamo a non fare nulla per combattere questa situazione non andremo da nessuna parte. A chi gli ha chiesto se quest’opera avesse degli altri perché, Pertuz ha risposto candidamente: “In parte l’ho fatto per mio figlio. La sua generazione dovrà conoscere molte cose. Quest’opera non si venderà ma riuscire a commuovere la gente è molto più gratificante".

Alessandro Grandi

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