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Vittime di guerra. Queste sono le parole con le quali
Nahi al-Ameri, giornalista del quotidiano iracheno Al-Taakhi, ha chiuso il suo articolo del 26 gennaio scorso.
Un appello doloroso, lanciato da un intellettuale iracheno che, dovendo
accettare un presente inquietante, teme che venga per sempre compromesso anche
il futuro stesso dell’Iraq. A conferma dei timori di Nahi, arriva un rapporto
della Api, l’Associazione degli Psicologi Iracheni, pubblicato il 5 febbraio
scorso, che rende un quadro cupo della situazione dell’infanzia nell’Iraq in
guerra. “L’occupazione militare compromette in modo grave lo sviluppo
psicologico dei bambini iracheni”, denuncia Maruan Abdullah, portavoce
dell’Api, “i minori soffrono per il clima costante d’insicurezza e per la paura
con cui convivono. In particolare, rappresenta un trauma il terrore costante
generato in loro dalle esplosioni e dai rapimenti”. L’indagine dell’Api si basa
su circa mille interviste raccolte, in tutto l’Iraq, negli ultimi quattro mesi
e il dottor Abdullah ha sottolineato come i bambini abbiano colpito gli
intervistatori per la grande difficoltà comunicativa. “E’ incredibile”,
racconta sconsolato lo psicologo iracheno, “nella loro testa non c’è spazio che
per pistole, fucili, cannoni e bombe”.
Un futuro incerto. Il clima di terrore nel quale crescono i bambini iracheni,
secondo il rapporto dell’Api, rischia di compromettere anche il loro futuro,
una volta che finirà la guerra. “Nel 92 percento dei casi”, racconta il dottor
Abdullah, “i bambini intervistati hanno sospeso gli studi. Il motivo principale
è la paura di venire rapiti, in particolare per quei ragazzi che hanno un
parente che lavora per gli stranieri o che sono figli di un professionista,
come un insegnante o un medico, perché nella disastrata economia irachena
rappresentano le persone più benestanti. Questo fenomeno rischia di far
crescere una generazione a bassa scolarizzazione. Inoltre abbiamo calcolato che
almeno 50 dei bambini intervistati, se non curati in tempo, potrebbero crescere
con forme più o meno gravi di ritardo mentale”. La cultura popolare irachena,
secondo l’Api, non aiuta il lavoro
degli psicologi. “Molti iracheni credono che gli psicologi siano i medici dei
pazzi”, si duole il medico iracheno, “per questo non portano i loro figli da
noi e questo c’impedisce ogni forma di terapia e di recupero”. Nello stesso
campo dell’Api, a luglio 2005, ha provato a fare qualcosa anche la Croce Rossa
irachena, varando un programma di sostegno per i bambini che soffrono di traumi
connessi alla guerra. Ma il progetto è stato congelato per mancanza di fondi.
“Questo dell’Api è solo l’ultimo di una serie di studi sugli effetti psicologici
del conflitto sui bambini iracheni”, commenta Ferdous al-Abadi, portavoce della
Croce Rossa irachena, “ma sfortunatamente non abbiamo potuto lavorare in questo
senso perché la massima parte delle risorse finanziarie sono concentrate
sull’emergenza profughi”. Una scelta obbligata, forse, ma che non tiene nella
giusta considerazione la risorsa più preziosa di un popolo, che non è il
petrolio, ma i suoi figli.
Christian Elia