10/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La situazione dei bambini in Iraq è un incubo
“Passeggiando per le strade di Baghdad ci si trova circondati da bambini che giocano alla guerra con armi giocattolo di ogni tipo, costruite con qualsiasi cosa. La guerra ha privato i nostri ragazzi della loro infanzia, della loro innocenza. Trascorrono il tempo sommersi dal fragore di bombe ed esplosioni, assorbendo dalla televisione immagini d’inaudita violenza, e nessuno fa niente per proteggerli. Mi appello a tutti quelli che hanno a cuore il destino dei nostri figli: battiamoci perché ai bambini venga restituita la loro innocenza”.
 
bimbo iracheno armato per le strade di baghdadVittime di guerra. Queste sono le parole con le quali Nahi al-Ameri, giornalista del quotidiano iracheno Al-Taakhi, ha chiuso il suo articolo del 26 gennaio scorso. Un appello doloroso, lanciato da un intellettuale iracheno che, dovendo accettare un presente inquietante, teme che venga per sempre compromesso anche il futuro stesso dell’Iraq. A conferma dei timori di Nahi, arriva un rapporto della Api, l’Associazione degli Psicologi Iracheni, pubblicato il 5 febbraio scorso, che rende un quadro cupo della situazione dell’infanzia nell’Iraq in guerra. “L’occupazione militare compromette in modo grave lo sviluppo psicologico dei bambini iracheni”, denuncia Maruan Abdullah, portavoce dell’Api, “i minori soffrono per il clima costante d’insicurezza e per la paura con cui convivono. In particolare, rappresenta un trauma il terrore costante generato in loro dalle esplosioni e dai rapimenti”. L’indagine dell’Api si basa su circa mille interviste raccolte, in tutto l’Iraq, negli ultimi quattro mesi e il dottor Abdullah ha sottolineato come i bambini abbiano colpito gli intervistatori per la grande difficoltà comunicativa. “E’ incredibile”, racconta sconsolato lo psicologo iracheno, “nella loro testa non c’è spazio che per pistole, fucili, cannoni e bombe”.
 
un bimbo iracheno che raccoglie proiettili per venderli al mercato neroUn futuro incerto. Il clima di terrore nel quale crescono i bambini iracheni, secondo il rapporto dell’Api, rischia di compromettere anche il loro futuro, una volta che finirà la guerra. “Nel 92 percento dei casi”, racconta il dottor Abdullah, “i bambini intervistati hanno sospeso gli studi. Il motivo principale è la paura di venire rapiti, in particolare per quei ragazzi che hanno un parente che lavora per gli stranieri o che sono figli di un professionista, come un insegnante o un medico, perché nella disastrata economia irachena rappresentano le persone più benestanti. Questo fenomeno rischia di far crescere una generazione a bassa scolarizzazione. Inoltre abbiamo calcolato che almeno 50 dei bambini intervistati, se non curati in tempo, potrebbero crescere con forme più o meno gravi di ritardo mentale”. La cultura popolare irachena, secondo l’Api, non aiuta  il lavoro degli psicologi. “Molti iracheni credono che gli psicologi siano i medici dei pazzi”, si duole il medico iracheno, “per questo non portano i loro figli da noi e questo c’impedisce ogni forma di terapia e di recupero”. Nello stesso campo dell’Api, a luglio 2005, ha provato a fare qualcosa anche la Croce Rossa irachena, varando un programma di sostegno per i bambini che soffrono di traumi connessi alla guerra. Ma il progetto è stato congelato per mancanza di fondi. “Questo dell’Api è solo l’ultimo di una serie di studi sugli effetti psicologici del conflitto sui bambini iracheni”, commenta Ferdous al-Abadi, portavoce della Croce Rossa irachena, “ma sfortunatamente non abbiamo potuto lavorare in questo senso perché la massima parte delle risorse finanziarie sono concentrate sull’emergenza profughi”. Una scelta obbligata, forse, ma che non tiene nella giusta considerazione la risorsa più preziosa di un popolo, che non è il petrolio, ma i suoi figli.

Christian Elia

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