Ossezia del Sud: Tbilisi vuole il ritiro delle truppe russe, rischiando di scatenare una nuova guerra

La Georgia del governo filo-Usa di Mikhail Saakashvili sta
nuovamente cercando di scatenare una guerra in Ossezia del Sud. Il problema è
che stavolta rischia di riuscirci davvero. Dopo innumerevoli provocazioni
fallite nei confronti delle milizie separatiste sudossete, il governo di
Tbilisi ha deciso di puntare direttamente contro le forze armate di Mosca che
da 14 anni controllano la regione contesa in qualità di peacekeepers. I
georgiani, che – non a torto – accusano
il Cremlino di sostenere e proteggere i separatisti, stanno infatti per
chiedere ufficialmente il ritiro del contingente russo dalla regione contesa
(cosa che Mosca ha già chiarito che non farà), minacciando in caso contrario di
cacciarli manu militari in quanto “forza straniera d’occupazione”. Una minaccia
alla quale il comandante dei caschi blu russi, generale Marat Kulakhmetov, ha
risposto in maniera inequivocabile: “Se i georgiani ci manderanno contro il
loro esercito diventeranno carne da cannone”.
Il 15 febbraio la Georgia chiederà il ritiro russo.
Il voto del parlamento georgiano sul ritiro delle truppe russe dall’Ossezia del
Sud è stato fissato per il 15 febbraio. E l’esito è scontato. “Se dopo il voto
i peacekeepers russi si rifiuteranno di lasciare il nostro territorio – ha
detto ai giornalisti Georgy Targamadze, presidente della commissione Difesa del
parlamento – la Georgia li dichiarerà invasori e adotterà adeguate misure per
espellerli”.
Da Tskhinvali, capitale dell’autoproclamata repubblica
sudosseta, il leader separatista Eduard Kokoity fa sapere di essere “pronto a
respingere un’aggressione armata georgiana” e di contare sull’aiuto “delle
repubbliche russe del Caucaso del Nord”, come dire Ossezia del Nord, come dire
Russia.
A Mosca la situazione viene definita “allarmante” da Boris
Gryzlov, speaker della Duma, “seriamente preoccupante” da Andrei Kelin,
portavoce del ministero degli Esteri. Il Cremlino si limita a far
notare che la Georgia può proporre ma non certo ordinare il ritiro dei
caschi blu, il quale potrebbe essere legalmente deciso solo dalla
Commissione congiunta di controllo quadripartita (Russia, Georgia,
Ossezia del Sud e Ossezia del Nord) da cui essi dipendono.
Anche da Washington, che Tbilisi considera ormai il suo
alleato principale, arrivano inviti alla cautela. Julie Finley,
ambasciatore Usa all’Osce, ha detto che “il ritiro dei peacekeepers
dalla zona di conflitto potrebbe avere effetti destabilizzanti”.
Provocazioni, scontri e movimenti di truppe. Questa
ultima escalation della tensione – seguita a un periodo in cui invece
la
soluzione del conflitto sembrava ormai a portata di mano – è stata innescata da
un grave quanto strano incidente avvenuto la notte del 31 gennaio nel villaggio
di Tkviavi, in piena ‘zona di conflitto’. L’auto privata di un georgiano si è
scontrata con un camion militare russo. Pochi minuti dopo sul posto c’erano già
le troupe televisive georgiane e soprattutto trecento soldati di Tbilisi che
volevano sequestrare il mezzo russo. I militari di Mosca hanno chiamato
rinforzi e ne è scaturita una gran rissa con spari in aria, conclusasi solo per
miracolo senza vittime.
Mercoledì scorso, 8 febbraio, tre ufficiali russi sono
arrivati sul luogo dell’incidente per indagare sui fatti, ma sono stati
arrestati dai militari georgiani perché “sprovvisti di regolari documenti”.
Nelle stesse ore, dieci camion Kamaz carichi di truppe
regolari georgiane sono entrate nella zona di conflitto scaricando almeno 250
soldati nei pressi del villaggio di Eredvi.
La risposta del generale russo Kulakhmetov è arrivata il
giorno dopo: all’alba di giovedì i carri armati di Mosca sono stati mossi per
creare nuovi checkpoint attorno ad alcuni villaggi sudosseti abitati da
georgiani, come Prisi, Arguiti e Tsveriakho, e sono andati a rafforzare quelli
già esistenti.
Da Tbilisi: “Il sentimento antirusso è fortissimo; qui sono tutti con
Misha”. L’aumento della tensione e la possibilità di un
nuovo conflitto armato sembrano non preoccupare più di tanto l’opinione
pubblica georgiana, compattamente schierata a fianco di ‘Misha’, come viene
comunemente chiamato il presidente Mikhail Saakashvili.
“La gente qui è tutta
con il presidente – spiega da Tbilisi una fonte di PeaceReporter – e anche chi
non è con lui, e sono pochi, nutre comunque un fortissimo sentimento antirusso,
un sentimento quasi irrazionale che viene abilmente alimentato e manipolato dal
governo. Un esempio lampante è stata la recente crisi del gas. Per dodici
giorni la città è rimasta senza riscaldamento e senza luce per la mancanza di
forniture dalla Russia. Saakashvili ha subito accusato Mosca di sabotaggio. Ma
molti sono certi che si sia trattato al contrario di una manovra del governo
per far montare il sentimento antirusso alla vigilia di questa nuova crisi.
Ormai i georgiani si rifiutano perfino di parlare la lingua russa,
considerandola la lingua del nemico. Qui nessuno vuole una nuova guerra perché
le ferite del conflitto del ’92 sono ancora aperte; ma se davvero dovesse
scoppiare, tutto il paese di stringerà attorno al suo presidente”.