10/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Ossezia del Sud: Tbilisi vuole il ritiro delle truppe russe, rischiando di scatenare una nuova guerra
MappaLa Georgia del governo filo-Usa di Mikhail Saakashvili sta nuovamente cercando di scatenare una guerra in Ossezia del Sud. Il problema è che stavolta rischia di riuscirci davvero. Dopo innumerevoli provocazioni fallite nei confronti delle milizie separatiste sudossete, il governo di Tbilisi ha deciso di puntare direttamente contro le forze armate di Mosca che da 14 anni controllano la regione contesa in qualità di peacekeepers. I georgiani, che – non a torto –  accusano il Cremlino di sostenere e proteggere i separatisti, stanno infatti per chiedere ufficialmente il ritiro del contingente russo dalla regione contesa (cosa che Mosca ha già chiarito che non farà), minacciando in caso contrario di cacciarli manu militari in quanto “forza straniera d’occupazione”. Una minaccia alla quale il comandante dei caschi blu russi, generale Marat Kulakhmetov, ha risposto in maniera inequivocabile: “Se i georgiani ci manderanno contro il loro esercito diventeranno carne da cannone”.
 
Peacekeepers russi in Ossezia del SudIl 15 febbraio la Georgia chiederà il ritiro russo. Il voto del parlamento georgiano sul ritiro delle truppe russe dall’Ossezia del Sud è stato fissato per il 15 febbraio. E l’esito è scontato. “Se dopo il voto i peacekeepers russi si rifiuteranno di lasciare il nostro territorio – ha detto ai giornalisti Georgy Targamadze, presidente della commissione Difesa del parlamento – la Georgia li dichiarerà invasori e adotterà adeguate misure per espellerli”.
Da Tskhinvali, capitale dell’autoproclamata repubblica sudosseta, il leader separatista Eduard Kokoity fa sapere di essere “pronto a respingere un’aggressione armata georgiana” e di contare sull’aiuto “delle repubbliche russe del Caucaso del Nord”, come dire Ossezia del Nord, come dire Russia.
A Mosca la situazione viene definita “allarmante” da Boris Gryzlov, speaker della Duma, “seriamente preoccupante” da Andrei Kelin, portavoce del ministero degli Esteri. Il Cremlino si limita a far notare che la Georgia può proporre ma non certo ordinare il ritiro dei caschi blu, il quale potrebbe essere legalmente deciso solo dalla Commissione congiunta di controllo quadripartita (Russia, Georgia, Ossezia del Sud e Ossezia del Nord) da cui essi dipendono. Anche da Washington, che Tbilisi considera ormai il suo alleato principale, arrivano inviti alla cautela. Julie Finley, ambasciatore Usa all’Osce, ha detto che “il ritiro dei peacekeepers dalla zona di conflitto potrebbe avere effetti destabilizzanti”.
 
Peacekeepers russi in Ossezia del SudProvocazioni, scontri e movimenti di truppe. Questa ultima escalation della tensione – seguita a un periodo in cui invece la soluzione del conflitto sembrava ormai a portata di mano – è stata innescata da un grave quanto strano incidente avvenuto la notte del 31 gennaio nel villaggio di Tkviavi, in piena ‘zona di conflitto’. L’auto privata di un georgiano si è scontrata con un camion militare russo. Pochi minuti dopo sul posto c’erano già le troupe televisive georgiane e soprattutto trecento soldati di Tbilisi che volevano sequestrare il mezzo russo. I militari di Mosca hanno chiamato rinforzi e ne è scaturita una gran rissa con spari in aria, conclusasi solo per miracolo senza vittime.
Mercoledì scorso, 8 febbraio, tre ufficiali russi sono arrivati sul luogo dell’incidente per indagare sui fatti, ma sono stati arrestati dai militari georgiani perché “sprovvisti di regolari documenti”.
Nelle stesse ore, dieci camion Kamaz carichi di truppe regolari georgiane sono entrate nella zona di conflitto scaricando almeno 250 soldati nei pressi del villaggio di Eredvi.
La risposta del generale russo Kulakhmetov è arrivata il giorno dopo: all’alba di giovedì i carri armati di Mosca sono stati mossi per creare nuovi checkpoint attorno ad alcuni villaggi sudosseti abitati da georgiani, come Prisi, Arguiti e Tsveriakho, e sono andati a rafforzare quelli già esistenti.
 
Il presidente Saakashvili attorniato dalla follaDa Tbilisi: “Il sentimento antirusso è fortissimo; qui sono tutti con Misha”. L’aumento della tensione e la possibilità di un nuovo conflitto armato sembrano non preoccupare più di tanto l’opinione pubblica georgiana, compattamente schierata a fianco di ‘Misha’, come viene comunemente chiamato il presidente Mikhail Saakashvili.
“La gente qui è tutta con il presidente – spiega da Tbilisi una fonte di PeaceReporter – e anche chi non è con lui, e sono pochi, nutre comunque un fortissimo sentimento antirusso, un sentimento quasi irrazionale che viene abilmente alimentato e manipolato dal governo. Un esempio lampante è stata la recente crisi del gas. Per dodici giorni la città è rimasta senza riscaldamento e senza luce per la mancanza di forniture dalla Russia. Saakashvili ha subito accusato Mosca di sabotaggio. Ma molti sono certi che si sia trattato al contrario di una manovra del governo per far montare il sentimento antirusso alla vigilia di questa nuova crisi. Ormai i georgiani si rifiutano perfino di parlare la lingua russa, considerandola la lingua del nemico. Qui nessuno vuole una nuova guerra perché le ferite del conflitto del ’92 sono ancora aperte; ma se davvero dovesse scoppiare, tutto il paese di stringerà attorno al suo presidente”.  

Enrico Piovesana

Articoli correlati: Conflitto in quest'area: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti:
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità