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Al Gore, che ha vinto più voti di George W. Bush ma ha perso le elezioni presidenziali
col trucco del 2000, non si è lamentato più di tanto per lo sgarbo; tuttavia di
recente ha fatto un discorso di fuoco in cui ha accusato il presidente di trascinare
il paese verso un irreversibile cambio di regime politico. Il ricorso alla tortura
e allo spionaggio interno costituirebbero la fine della Repubblica americana non
solo per i contenuti di tali politiche, ma in primo luogo per i modi con cui sono
state perseguite. Il presidente e l’accozzaglia che lo attornia ed è stata elevata
a varie altisonanti cariche, sta da tempo, e su varie questioni, apertamente teorizzando
l’extra-legalità dell’esecutivo. Adesso, con l’introduzione di piccoli paragrafi
interpretativi allegati alle leggi che firma, il presidente intende emendarle
o, come nel caso della proibizione della tortura, creare per sé e la sua carica
l’eccezione che nel testo di legge è esplicitamente vietata.
Che le leggi spetti al Congresso farle e al Presidente firmarle o rimandarle
alle Camere è limpidissimo dalla Costituzione. Che le leggi si applichino a tutti
e che all’esecutivo spetti metterle in forza, non evaderle, è altresì limpido.
Nonostante ciò, Bush e i suoi si sono inventati più di una volta nuove procedure,
hanno creato per esse un nome dal suono legalistico ma mai sancito legalmente,
ed invocano per legittimare tali azioni le fantomatiche ‘prerogative del ‘comandante
in capo’, dichiarando che né le corti né il Congresso possono opinare a riguardo.
Questa è una pratica autoritaria sorretta da una teoria altrettanto autoritaria
del potere, forse nata ex post facto, forse cercata volonterosamente (questo per
me rimane un mistero, ma poco importa per la deriva delle istituzioni). Per esempio
lo spionaggio contro cittadini americani senza supervisione delle corti è in violazione
di una assai esplicita legge passata nel 1978; inoltre tale azione aggira la Corte
segreta istituita da tale legge per gestire lo spionaggio interno. Alberto Gonzales,
ministro della Giustizia, ha spiegato in una audizione al Senato che nella vaga
risoluzione seguita al 11 Settembre 2001 (risoluzione e non legge, notate bene)
le Camere hanno implicitamente autorizzato il Presidente a disconoscere tale legge;
e che comunque, al di là di tale risoluzione, l’autorità di aggirare corti e Congresso
è inerente alle prerogative del èresidente in quanto ‘Commander in Chief’; ovvero in quanto capo delle forze armate.
Bisogna giustamente capire l’allarmismo di Gore; poiché in questi stessi giorni
la presidenza continua a teorizzare l’idea che la ‘guerra contro il terrorismo’
sia una di lunga durata, ‘generazionale’; e dunque, di conseguenza che questi
ed altri immaginifici poteri del presidente non abbiano scadenza alcuna, poiché
il suo ruolo di Guerriero e Protettore della patria sarà in prima fila. La strategia
della tensione, dell’ansia, del protettore, dell’uomo a cavallo, usata tante volte
per destabilizzare democrazie altrui si è ritorta contro la repubblica statunitense.
Questo è un autogolpe, forse nato da abitudini e non intenzioni pienamente ragionate;
lo chiamo auto-golpe perché oltre a Bush e i suoi, i Democrats dovevano agitarsi
di più nel 2000; ma di fatto sono stati complici di questo processo, cercando
di accordarsi al presidente nelle sue politiche estere, e partecipando troppo
spesso alla logica dello stato di emergenza. Al Gore si è sganciato dall’élite
del partito a partire dalla preparazione ideologica e politica della guerra in
Iraq; ma è finito ai margini del suo stesso partito. Stiamo parlando di un uomo
che ricevette più voti di Clinton e più di Bush (selezionato dalla Corte Suprema,
non dal popolo americano). Intanto Hillary Clinton, che è una delle possibili contendenti per la presidenza nel 2008, si è allineata alle ulteriori involuzioni dell’America in uno stato d’emergenza per fini di potere interno. Non solo non si è associata al j’accuse di Gore, ma lavora nell’opposta direzione. Non bisogna stupirsi delle difficoltà di questo partito, incapace di seguire i Repubblicani fino in fondo, ma anche incapace di articolare il bisogno di legalità e democrazia che esiste in ampi settori della società americana.