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Fuga dalla morte. La storia comincia nel maggio del 1991, quando
l’ormai screditato regime comunista di Menghistu ha i giorni contati.
Fronteggiato da almeno quattro gruppi ribelli che marciano sulla capitale, il
leader etiope decide di abbandonare il Paese e rifugiarsi in Zimbabwe,
lasciando la patata bollente in mano ai suoi collaboratori. Al vice-presidente,
il generale Tesfaye Gebre Kidan, spetta l’ingrato compito di trattare con i
ribelli nei colloqui organizzati a Londra. Le trattative però falliscono, e ai
membri del Derg non resta altro da fare che salvare la pelle: è così che
Tesfaye si rifugia, assieme a altri tre militari, nell’ambasciata italiana,
ignaro che la sua momentanea ancora di salvezza si trasformerà in una prigione.
I suoi compagni di ventura sono Haile Yimenu, Primo Ministro, Adis Tedla, Capo
di Stato Maggiore e Berhanu Bayeh, ex-Ministro degli Esteri. Nonostante le
ripetute richieste di Addis Abeba l’Italia non può consegnare i quattro,
incriminati per genocidio, perché la nostra Costituzione lo vieta in quanto in
Etiopia è ancora in vigore la pena di morte.
Morti sospette. Ben presto i quattro diventano degli ospiti scomodi
che rischiano di rovinare i rapporti tra i due stati. Confinati in un bungalow nei giardini di Villa Italia,
non hanno contatti con l’esterno né possono ricevere visite, secondo quanto
riferito da due reporter di Reuters e
Bbc. La difficile situazione mette a
dura prova gli ex-militari, tanto che nel 1993 Haile Yimenu si suicida
in
circostanze mai chiarite. Il pressing diplomatico etiope non sortisce
effetto,
e con il passare del tempo i tre superstiti vengono relegati in una
specie di
limbo. Dopo tanti anni, la loro sorte non interessa più di tanto
neanche l'opinione pubblica etiope. Ma la dura esperienza mette a dura
prova il fisico e le menti dei tre: in
una giornata di giugno del 2004 Tesfaye e Bayeh vengono alle mani,
anche qui in
circostanze mai del tutto chiarite. Il primo ha la peggio, viene
trasportato in
ospedale e muore per le ferite alla testa riportate nella
colluttazione. Ma
sull’incidente le autorità italiane mantengono uno stretto riserbo.
Come in un
Grande Fratello televisivo, rimangono solo due concorrenti.
Attesa
snervante. Dalla morte di Tesfaye sono passati altri due anni,
e la situazione non si è sbloccata. “Io non li definirei rifugiati politici, ma
ospiti” puntualizza a PeaceReporter
Carlo Schillaci, della Farnesina. “E’ ovvio che nell’attuale situazione
l’Italia non può fare molto. Solo se alla fine del processo i due non venissero
condannati a morte si potrebbe riconsiderare il tutto”. Difficilmente i due
potranno sperare in una pena leggera essendo stati membri di una giunta
militare che negli anni del “terrore rosso”, dal ’75 al ‘77, ha ucciso in media
più di cento
oppositori politici a notte. Ma come vivono i due superstiti, come passano le
loro interminabili giornate a Villa Italia? PeaceReporter
ha provato più volte a contattare l’ambasciatore italiano, ma senza successo.
Difficile
spiegare questa riluttanza a parlare, anche perché nella vicenda le autorità
italiane non hanno alcuna colpa specifica, essendosi trovate a gestire una
situazione molto delicata. Intanto, i due sopravvissuti attendono una sentenza
che potrebbe cambiare il loro destino. Si saranno pentiti di aver varcato,
quella maledetta notte di quindici anni fa, i cancelli di Villa Italia?
Matteo Fagotto