02/03/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



L’ambasciata italiana a Addis Abeba ospita da 15 anni due rifugiati comunisti
Apparentemente, quella italiana a Addis Abeba sembra un’ambasciata come tutte le altre. Sono in pochi a sapere che, nei giardini di Villa Italia, sorge un piccolo bungalow che ospita due ex-membri del Derg, il comitato comunista che sotto la guida di Menghistu Haile Mariam governò il Paese per più di tredici anni. Rifugiatisi nell’ambasciata nel maggio 1991, i due vivono “reclusi” da ormai quindici anni, senza contatti con l’esterno e con un processo per genocidio pendente sulla loro testa. Una sorta di Grande Fratello etiope, condito con incidenti diplomatici e morti sospette.
 
L'ambasciata italiana a Addis AbebaFuga dalla morte. La storia comincia nel maggio del 1991, quando l’ormai screditato regime comunista di Menghistu ha i giorni contati. Fronteggiato da almeno quattro gruppi ribelli che marciano sulla capitale, il leader etiope decide di abbandonare il Paese e rifugiarsi in Zimbabwe, lasciando la patata bollente in mano ai suoi collaboratori. Al vice-presidente, il generale Tesfaye Gebre Kidan, spetta l’ingrato compito di trattare con i ribelli nei colloqui organizzati a Londra. Le trattative però falliscono, e ai membri del Derg non resta altro da fare che salvare la pelle: è così che Tesfaye si rifugia, assieme a altri tre militari, nell’ambasciata italiana, ignaro che la sua momentanea ancora di salvezza si trasformerà in una prigione. I suoi compagni di ventura sono Haile Yimenu, Primo Ministro, Adis Tedla, Capo di Stato Maggiore e Berhanu Bayeh, ex-Ministro degli Esteri. Nonostante le ripetute richieste di Addis Abeba l’Italia non può consegnare i quattro, incriminati per genocidio, perché la nostra Costituzione lo vieta in quanto in Etiopia è ancora in vigore la pena di morte.
 
Il leader del Derg Manghistu Haile MariamMorti sospette. Ben presto i quattro diventano degli ospiti scomodi che rischiano di rovinare i rapporti tra i due stati. Confinati in un bungalow nei giardini di Villa Italia, non hanno contatti con l’esterno né possono ricevere visite, secondo quanto riferito da due reporter di Reuters e Bbc. La difficile situazione mette a dura prova gli ex-militari, tanto che nel 1993 Haile Yimenu si suicida in circostanze mai chiarite. Il pressing diplomatico etiope non sortisce effetto, e con il passare del tempo i tre superstiti vengono relegati in una specie di limbo. Dopo tanti anni, la loro sorte non interessa più di tanto neanche l'opinione pubblica etiope. Ma la dura esperienza mette a dura prova il fisico e le menti dei tre: in una giornata di giugno del 2004 Tesfaye e Bayeh vengono alle mani, anche qui in circostanze mai del tutto chiarite. Il primo ha la peggio, viene trasportato in ospedale e muore per le ferite alla testa riportate nella colluttazione. Ma sull’incidente le autorità italiane mantengono uno stretto riserbo. Come in un Grande Fratello televisivo, rimangono solo due concorrenti.
 
Il simbolo del DergAttesa snervante. Dalla morte di Tesfaye sono passati altri due anni, e la situazione non si è sbloccata. “Io non li definirei rifugiati politici, ma ospiti” puntualizza a PeaceReporter Carlo Schillaci, della Farnesina. “E’ ovvio che nell’attuale situazione l’Italia non può fare molto. Solo se alla fine del processo i due non venissero condannati a morte si potrebbe riconsiderare il tutto”. Difficilmente i due potranno sperare in una pena leggera essendo stati membri di una giunta militare che negli anni del “terrore rosso”, dal ’75 al ‘77, ha ucciso in media più di cento oppositori politici a notte. Ma come vivono i due superstiti, come passano le loro interminabili giornate a Villa Italia? PeaceReporter ha provato più volte a contattare l’ambasciatore italiano, ma senza successo. Difficile spiegare questa riluttanza a parlare, anche perché nella vicenda le autorità italiane non hanno alcuna colpa specifica, essendosi trovate a gestire una situazione molto delicata. Intanto, i due sopravvissuti attendono una sentenza che potrebbe cambiare il loro destino. Si saranno pentiti di aver varcato, quella maledetta notte di quindici anni fa, i cancelli di Villa Italia?

Matteo Fagotto

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