Chavez vuole armare la popolazione per potersi difendere da eventuali invasioni straniere
Armiamoci. “Non sono sufficienti 100mila Kalasnikov - quelli attualmente in possesso della
repubblica bolivariana ndr - per difendere il nostro Paese”. Così si è espresso
il vulcanico presidente del Venezuela Hugo Chavez sabato
scorso, durante una discorso a Caracas.
Armare la popolazione con un milione di fucili, con le relative munizioni, in
modo da potersi difendere in caso di invasione da parte degli Stati Uniti. Questa
in sintesi, la volontà di Chavez, secondo il quale “il Venezuela deve avere uomini
e donne bene equipaggiati dal punto di vista degli armamenti”.
Pare addirittura che l’amministrazione venezuelana abbia già iniziato a prendere
contatti con paesi amici che possano vendere armi e munizioni, cosa che ha infastidito
l’amministrazione Usa, che non ha mai avuto ottimi rapporti con Chavez.
La grande paura venezuelana di un’invasione da parte degli Stati Uniti ha avuto
inizio con il ‘Plan Balboa’, un piano (ma forse sarebbe bene dire un’esercitazione
militare segreta già avvenuta), che avrebbe fra i suoi scopi la conoscenza dettagliata
del territorio venezuelano (soprattutto quello dove sono ubicati i maggiori giacimenti
di petrolio, nella regione occidentale della nazione), l’eventuale preventivo
di spesa dell’operazione intera, la quantificazione di uomini, armi e munizioni
da usare durante l’attacco. Sembra un film d’azione hollywodiano ma non lo è.
Il Piano Balboa sarebbe servito dunque a fare delle prove.
Crisi in corso. Che non siano idilliaci i rapporti fra i due paesi è risaputo. A complicarli
ancora di più è stata l’espulsione di John Correa, uno degli addetti militari
dell’ambasciata statunitense a Caracas, bollato come “persona non grata”, avvenuta
all’inizio del mese di febbraio. E’ stato lo stesso Hugo Chavez, che come il suo
amico e collega Fidel Castro ha una sorta di idiosincrasia per tutto quello che
è made in Usa, (in più terrorizzato per eventuali sabotaggi o attentati), a riferire che il
collaboratore dell’ambasciata non si era comportato in maniera corretta, contravvenendo
alle regole internazionali sulle delegazioni diplomatiche.
Di diverso avviso l’ambasciatore Usa a Caracas, William Bronwield, che dice di
aver solo ricevuto la nota presidenziale col decreto di espulsione, ma che questa
mancava totalmente di una spiegazione. Ed è andato al contrattacco. Chavez infatti
sostiene di essere a conoscenza anche del colore dei mobili delle stanze dove
Correa avrebbe ricevuto i suoi speciali ‘collaboratori’, che avrebbero poi fornito
informazioni preziose all’amministrazione Bush. Secondo Bronwield, le dichiarazioni
del presidente indicano la presenza di spie all’interno dell’ambasciata Usa, e
quindi questa sarebbe una vera operazione di spionaggio. Ma, per smorzare un po’
i toni della polemica, l’ambasciatore Usa ha dichiarato: “Io accetto che un uomo
di Chavez si sia infiltrato da noi. Fa parte della realtà della vita e non chiedo
né espulsioni né scuse”. Come risposta statunitense, comunque, è arrivata l’espulsione
di Jeny Figuerardo Frias, capo gabinetto dell’ambasciata venezuelana negli Usa,
giudicato anch’egli “persona non grata”. Una reazione diplomatica di “rappresaglia
politica e comunque un attacco irrazionale alla nostra nazione” ha fatto sapere
il vicepresidente venezuelano Vecente Rangel, in merito all’espulsione della diplomatica
di Caracas.
Ma il petrolio? Certo, uno degli aspetti che unisce i due paesi è il petrolio. Gli stati Uniti
si approvvigionano regolarmente dai rubinetti venezuelani anche se i rapporti
fra i due stati non sono buoni. Rumsfield ha fatto sapere nei giorni scorsi che
secondo lui Chavez assomiglierebbe, nello stile politico, a Hitler. “Ha molti
soldi derivanti dal petrolio. E’ stato eletto legalmente, come Hitler, e adesso
lavora a stretto contatto con un leader populista come il neo eletto presidente
boliviano Evo Morales e con il suo amico di vecchia data Fidel Castro. Questo
è un segnale preoccupante”. Le risposte non si sono fatte attendere. La situazione
è abbastanza critica e il diverbio internazionale sta assumendo toni sempre più
tesi, tanto che Ranger è intervenuto dicendo: “la situazione con gli Usa è complessa
e difficile perché Washington è impegnato in un’escalation di aggressioni nei
nostri confronti”, e sul tema Hitler ha aggiunto: “E’ una sfacciataggine quanto
detto da questo signore della guerra. Perché, se c’è qualcuno che può essere paragonato
a Hitler, è Bush, che invade nazioni, massacra popoli e inserisce carceri in tutte
le nazioni”. La battaglia a colpi di parole durerà ancora molto tempo.