La speranza di facilitare l’uscita delle forze della Coalizione dal
pantano iracheno attraverso il dialogo con parte delle milizie ribelli
si scontra con il fallimento delle
trattative, che puntavano a
un’alleanza contro al Qaeda, e con la nascita di un nuovo movimento
armato sunnita: i Rivoluzionari dell’Anbar.
I Rivoluzionari dell’Anbar. Il gruppo, composto in prevalenza da arabi
sunniti legati al caduto regime di Saddam, aveva iniziato un delicato
processo di dialogo con esponenti delle forze della Coalizione, in
seguito alla rottura dell’alleanza strategica in chiave anti-Usa con le
milizie al Qaeda. Diverse formazioni ribelli composte da sunniti
iracheni si erano rivolte agli Usa come segno di rottura con la linea
sanguinaria delle milizie di al Zarqawi, e in diverse parti del paese
erano anche stati fondati dei gruppi chiamati People’s cells,
Cellule
del Popolo, formate in cooperazione col ministero della Difesa allo
scopo di garantire la sicurezza nelle aree sunnite. Il nemico da cui
difendersi, in questo caso, non sono gli Usa, e nemmeno al Qaeda, bensì
gli sciiti delle brigate Badr - accusate di abusi e violenze
indiscriminate contro i sunniti - e le milizie peshmerga curde.
Mentre dunque le forze della Coalizione tentano di ricacciare fuori dal
paese i combattenti di al Qaeda, i tre principali gruppi etnici
conducono una battaglia senza regole tra di loro per consolidare o
incrementare il potere acquisito con le elezioni politiche di dicembre.
Dalla caduta di Saddam, gruppi armati sciiti e curdi hanno agito come
strumenti di pressione politica, piantonando con le armi i diritti
acquisiti dopo decenni di oppressione, e infiltrandosi massicciamente
tra le fila della polizia irachena. Ufficiali sunniti contattati dalla
Reuters, rimasti anonimi, hanno dichiarato che il nuovo gruppo armato
conta già centinaia di uomini, e avrà solo un’azione difensiva: “I
sunniti non hanno le Brigate del Badr, o i Peshmerga curdi. In tempi
come questi di forti tensioni settarie, abbiamo bisogno di loro (i
rivoluzionari dell’Anbar) per proteggere la gente. É un nostro
diritto”. Le brigate Badr sono una forza di polizia ufficiosa, contano
circa diecimila uomini, sono spalleggiate dal ministero dell’interno e,
tramite il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica, ricevono
aiuti e formazione da Teheran.
Il fallimento dei negoziati. Gli incontri
tra ufficiali del Pentagono e gruppi ribelli iracheni (ex baathisti,
islamisti ed ex esponenti della Guardia Repubblicana del Raìs, ndr )
non hanno avuto molta risonanza sui media internazionali, ma del loro
esito si è potuto leggere sulla stampa irachena. Il quotidiano al Sabah
sosteneva, nei giorni scorsi, che i negoziati tra Usa e gruppi armati
sono falliti perché le richieste formulate dagli insorti iracheni
sarebbero state respinte. I ribelli avrebbero proposto un anno di
tregua in cambio del ritiro di metà delle forze Usa entro il 2006, ma
non solo. Pretendevano cariche ufficiali nel nuovo governo iracheno e
altri privilegi per i sunniti. Stando al quotidiano i negoziatori
statunitensi si sarebbero impegnati per un ritiro, ma non prima di
cinque anni. Il 1 febbraio, il quotidiano al Mashriq riportava
l’appello dell’Iraqi Accord Front, il principale partito sunnita, in
cui si minacciavano imprecisate azioni di disobbedienza civile in tutto
il Paese se il governo non avesse acconsentito alle loro richieste: in
questo caso si trattava del rilascio dei prigionieri e della
repressione delle milizie attive nel Paese. Tariq al-Hashimi,
segretario del partito, spiegava così il suo piano per riportare
l’ordine: schierare l’esercito in tutta Baghdad per proteggere la
popolazione e costringere alle dimissioni il ministro dell’interno e la
sua squadra. Omar al Jaburi, responsabile dei diritti umani per il
partito sunnita ha spiegato che “i sunniti sono decisi a fermare lo
spargimento di sangue in Iraq. Diamo al governo e alle forze
multinazionali l’ultima opportunità per soddisfare le nostre richieste,
altrimenti saremo costretti a chiedere alle altre forze politiche di
dichiarare la disobbedienza
civile in tutto il Paese”. Nel frattempo, il vice Primo Ministro Ahmed
Chalabi ha ribadito che gli iracheni non sostengono più Zarqawi e il
suo gruppo. “Alcuni gruppi armati – ha ricordato – stanno partecipando
alla ricerca di una soluzione politica e hanno affrontato le milizie di
Zarqawi in scontri pericolosi, quando al Qaeda in Iraq tantava di
cacciare gli sciiti da Ramadi”.