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Avevano organizzato una bella festa di Capodanno per i commilitoni più giovani,
nella scuola militare di Chelyabinsk, regione degli Urali. Li avevano legati alla
sedia e poi giù botte, sevizie e violenze sessuali. Uno di questi, il diciannovenne
Andrei Sychev, dopo tre ore di abusi e quattro giorni senza cure, è adesso in
pericolo di vita: per una cancrena gli sono state amputate gambe e genitali. I
sei responsabili dell'episodio sono in carcere e il generale Viktor Sidorov, comandante
della scuola militare, è stato licenziato dal ministro della Difesa Sergei Ivanov.
L'associazione delle madri dei soldati, capeggiata da Valentina Melnikova, ha
chiesto le dimissioni dello stesso ministro. Altri recenti casi di sevizie, che
hanno portato un giovane al ricovero in un ospedale psichiatrico dopo mesi di
pestaggi, e un altro ad amputazione degli arti inferiori a seguito di una necrosi,
hanno arricchito di macabri dettagli un fenomeno conosciuto da anni e da anni
inutilmente denunciato dalle organizzazioni per i diritti umani.
"Ci hanno insegnato a fare così". Un rapporto di Human Rights Watch pubblicato nel 2005 parla di coscritti soggetti
ad abusi 'su vasta scala'. Umiliazioni, aggressioni, molestie di ogni sorta hanno
generato un sistema e una cultura dell'abuso che nel tempo si è auto-perpetuata,
trasformando i torturati in torturatori, come testimoniano le parole del sergente
Aleksander Siviakov, il quale, all'avvocato che gli chiedeva come gli fosse venuto
in mente di picchiare così ferocemente un ragazzino di 19 anni, ha risposto: "L'ho
fatto perché così mi è stato insegnato dal primo momento che sono entrato in caserma".
E' perciò normale che i militari più anziani, spesso con il tacito assenso dei
superiori, si abbandonino a pratiche come spegnere la sigaretta sulla schiena
dei cadetti, o estorcere loro denaro, oppure ancora chiedere loro di compiere
azioni umilianti.
Centinaia di suicidi. Una nuova vergogna ha colpito l'esercito russo venerdì scorso, quando il vice-comandante
delle Forze missilistiche di Novosibirsk, Vladimir Konstantinov, è stato sospeso
per 3 anni per aver utilizzato i soldati come forza-lavoro. L'alto ufficiale 'affittava'
i suoi sottoposti alle imprese locali, una pratica comune in un'Armata Rossa con
stipendi da fame, un'assistenza sanitaria scarsa o nulla e nessun diritto per
i nuovi arrivati. Il 'bullismo' è diffuso nell'80% delle caserme russe. Secondo
i dati del ministero della Difesa russo, nel 2005 sono stati registrati 20mila
casi. Le morti verificatesi 'non in combattimento' sono state 1.300 (più del doppio
secondo le organizzazioni indipendenti). I suicidi sono stati 220 nel 2004, 276
nel 2005. Secondo quanto riferito dallo stesso Comitato delle madri dei soldati,
per bocca della presidentessa Valentina Melnikova, i giovani militari vengono
obbligati con le botte a offrirsi volontari per la Cecenia, il teatro di guerra
più pericoloso e letale per i russi, con 25mila soldati morti da quando, dodici
anni fa, iniziò il conflitto. I reduci della Cecenia si ripropongono poi come
'nonni' in caserma, o come poliziotti nelle città russe, dove applicano le stesse
forme di abuso praticate negli anni di guerra.
La proposta delle madri dei soldati: un esercito di volontari. Da tempo si parla di contromisure tese a ridurre gli episodi di nonnismo, come
una linea telefonica anonima, centri di emergenza, un più efficace monitoraggio
delle unità militari, o ancora una collaborazione fattiva con le associazioni
dei famigliari dei coscritti. Il Comitato delle madri suggerisce l'abolizione
della ferma obbligatoria (due anni) e la creazione di un esercito di volontari.
Putin ha promesso pugno di ferro contro gli abusi in caserma, mentre la proposta
del ministro Ivanov è quella di creare una polizia militare per estirpare la dedovshchina, il nonnismo da caserma. Un'idea considerata da molti non troppo brillante,
se è vero che spesso i poliziotti militari annoverano tra le loro fila gli stessi
feroci sergenti reduci dal fronte ceceno.
Luca Galassi