08/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Lo Yemen sotto accusa per la fuga di 23 affiliati ad al-Qaeda
Un carcere di massima sicurezza alla periferia di Sa’ana, capitale dello Yemen. Poliziotti armati fino ai denti che presidiano l’edificio, ma che non si accorgono di una fila indiana di prigionieri in fuga dopo aver percorso un tunnel di 150 metri, scavato sotto le mura perimetrali del penitenziario. Non è la sceneggiatura di un film, ma il racconto dell’evasione di 23 detenuti avvenuta ieri.
 
jamal badaouiDetenuti non comuni. La notizia ha destato molto scalpore perché non sono prigionieri come tutti gli altri: tra gli evasi ci sono 18 uomini accusati di essere gli affiliati di al-Qaeda in Yemen. Spiccano i nomi di Jamal Badaoui, condannato per aver progettato e realizzato l’attacco all’USS Cole (incrociatore della flotta Usa di stanza nel porto di Aden), che costò la vita a 17 militari statunitensi il 12 ottobre 2000, e Fawaz Yahya Al Rabeei, uno dei responsabili dell’attentato contro la petroliera francese Limburg nel golfo di Aden dell’ottobre del 2002. L’Interpol, attraverso il suo segretario generale Ronald Noble, ha confermato la notizia dell’evasione e ha lanciato un ‘allarme arancione’, quindi appena inferiore a quello rosso, sottolineando che la situazione non può essere considerata come una faccenda di affari interni dello Yemen, data la pericolosità dei fuggitivi. Ma l’appello di Noble alla collaborazione internazionale suona anche come una bocciatura del governo di Ali Abdullah Saleh. “Non possiamo sapere quali saranno le conseguenze di questa evasione sui rapporti tra Yemen e Stati Uniti”, scriveva oggi Mounir Mawri, uno dei commentatori politici yemeniti più autorevoli, nel suo editoriale, “ma una cosa è certa: questo incidente avrà ripercussioni serie sia all’interno del Paese che all’esterno”. Il timore del giornalista yemenita fa il paio con le dichiarazioni di Noble. Il problema dunque non è solo quello connesso alla latitanza di pericolosi terroristi.
 
la uss cole distrutta dalle bombe dell'attentatoAlleanza a pagamento. Tutto è cominciato proprio nel 2000, dopo l’attentato all’incrociatore Cole. Accadeva un anno prima dell’attacco alle Torri Gemelle, ma i servizi segreti statunitensi cominciavano a toccare con mano la crescita preoccupante delle organizzazioni che colpivano, in giro per il mondo, con sempre maggior precisione, obiettivi Usa. Da quell’episodio è cominciata una serrata attività diplomatica dell’amministrazione Clinton prima, e di quella Bush dopo, per elaborare programmi di ‘assistenza’ ai governi locali nella lotta al terrorismo. Il Presidente amanita Saleh sembrava l’uomo ideale: fama di duro, era stato capace di riunificare lo Yemen dopo la guerra civile, che aveva causato la morte di più di 10mila persone nella seconda metà degli anni Ottanta. Una quantità enorme di denaro è stata versata nelle casse del governo di Sa’ana da Washington, ma gli aiuti non sono stati solo di ordine economico. Militari Usa e agenti della Cia sono diventati elementi del paesaggio yemenita da tempo. L’investimento degli Stati Uniti sull’uomo forte Saleh è stato massiccio e finalizzato all’arruolamento nel campo dei governi arabi ‘amici’ dello Yemen. Il suo compito era semplice: spezzare le reni alla rete del terrorismo internazionale, che proprio in Yemen aveva una delle sue centrali operative principali.
 
il presidente dello yemen saleh e il presidente usa bushUn investimento infruttuoso. L’evasione di Badaoui e degli altri, però, sancisce in modo evidente il fallimento della scelta del governo degli Stati Uniti e di quello di Saleh. Da tempo infatti, le organizzazioni internazionali che si battono per il rispetto dei diritti umani, come Human Rights Watch e Amnesty International, denunciano le violazioni del governo di Sa’ana: arresti arbitrari, processi che non rispettano i diritti della difesa, censura dei mezzi d’informazione e così via. Ma Washington, in nome dell’alleanza d’interesse stipulata nel 2000, non ha mai fatto mancare il suo appoggio al Presidente Saleh. Il problema è però che a Washington i conti non tornano. Il regime di Saleh infatti non è riuscito a ottenere grandi risultati e, per le crescenti pressioni degli islamisti yemeniti, ha rilasciato nei giorni scorsi 206 detenuti che erano stati accusati di terrorismo. Mohammed Sabry, leader dell’opposizione laica a Saleh, ha dichiarato sulla stampa che non si sente di escludere che “il governo abbia favorito la fuga dei 23 detenuti per stemperare le tensioni con gli islamisti”. Il governo Usa non rimprovera a Saleh solo di essersi ‘ammorbidito’ nella lotta al terrorismo, ma anche di distrarre i finanziamenti statunitensi per risolvere i suoi problemi politici interni. Il 6 febbraio scorso, come accade periodicamente da un anno a questa parte, le truppe yemenite hanno compiuto un’azione nello Yemen del nord, finalizzata a spazzare via gli uomini del predicatore sciita al-Houti, costata la vita di 15 ribelli che si oppongono al governo centrale. Saleh ha da sempre il problema del tribalismo nel Paese, che sfugge al controllo governativo (l’ha confermato il rapimento della comitiva di italiani un mese fa) come anche la minoranza sciita. Saleh utilizza le armi, i fondi e l’addestramento fornito dagli Usa per risolvere i suoi problemi politici con la violenza, e si fa scappare sotto il naso 23 pericolosi terroristi. Per gli Stati Uniti il Medio Oriente diventa sempre più un rebus irrisolvibile. 

Christian Elia

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