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Detenuti non comuni. La notizia ha destato molto
scalpore perché non sono prigionieri come tutti gli altri: tra gli evasi ci
sono 18 uomini accusati di essere gli affiliati di al-Qaeda in Yemen. Spiccano
i nomi di Jamal Badaoui, condannato per aver progettato e realizzato l’attacco
all’USS Cole (incrociatore della flotta Usa di stanza nel porto di Aden), che
costò la vita a 17 militari statunitensi il 12 ottobre 2000, e Fawaz Yahya Al
Rabeei, uno dei responsabili dell’attentato contro la petroliera francese
Limburg nel golfo di Aden dell’ottobre del 2002. L’Interpol, attraverso il suo
segretario generale Ronald Noble, ha confermato la notizia dell’evasione e ha
lanciato un ‘allarme arancione’, quindi appena inferiore a quello rosso,
sottolineando che la situazione non può essere considerata come una faccenda di
affari interni dello Yemen, data la pericolosità dei fuggitivi. Ma l’appello di
Noble alla collaborazione internazionale suona anche come una bocciatura del
governo di Ali Abdullah Saleh. “Non
possiamo sapere quali saranno le conseguenze di questa evasione sui rapporti
tra Yemen e Stati Uniti”, scriveva oggi Mounir Mawri, uno dei commentatori
politici yemeniti più autorevoli, nel suo editoriale, “ma una cosa è certa:
questo incidente avrà ripercussioni serie sia all’interno del Paese che
all’esterno”. Il timore del giornalista yemenita fa il paio con le
dichiarazioni di Noble. Il problema dunque non è solo quello connesso alla
latitanza di pericolosi terroristi.
Alleanza a pagamento. Tutto è cominciato proprio nel
2000, dopo l’attentato all’incrociatore Cole. Accadeva un anno prima dell’attacco
alle Torri Gemelle, ma i servizi segreti statunitensi cominciavano a toccare
con mano la crescita preoccupante delle organizzazioni che colpivano, in giro
per il mondo, con sempre maggior precisione, obiettivi Usa. Da quell’episodio
è
cominciata una serrata attività diplomatica dell’amministrazione Clinton prima,
e di quella Bush dopo, per elaborare programmi di ‘assistenza’ ai governi
locali nella lotta al terrorismo. Il Presidente amanita Saleh sembrava l’uomo
ideale: fama di duro, era stato capace di riunificare lo Yemen dopo la guerra
civile, che aveva causato la morte di più di 10mila persone nella seconda metà
degli anni Ottanta. Una quantità enorme di denaro è stata versata nelle casse
del governo di Sa’ana da Washington, ma gli aiuti non sono stati solo di ordine
economico. Militari Usa e agenti della Cia sono diventati elementi del
paesaggio yemenita da tempo. L’investimento degli Stati Uniti sull’uomo forte
Saleh è stato massiccio e finalizzato all’arruolamento nel campo dei governi
arabi ‘amici’ dello Yemen. Il suo compito era semplice: spezzare le reni alla
rete del terrorismo internazionale, che proprio in Yemen aveva una delle sue
centrali operative principali.
Un investimento infruttuoso. L’evasione di Badaoui e degli altri, però, sancisce
in modo evidente il fallimento della scelta del governo degli Stati Uniti e di
quello di Saleh. Da tempo infatti, le organizzazioni internazionali che si
battono per il rispetto dei diritti umani, come Human Rights Watch e
Amnesty International, denunciano le violazioni del governo di Sa’ana:
arresti arbitrari, processi che non rispettano i diritti della difesa, censura
dei mezzi d’informazione e così via. Ma Washington, in nome dell’alleanza
d’interesse stipulata nel 2000, non ha mai fatto mancare il suo appoggio al
Presidente Saleh. Il problema è però che a Washington i conti non tornano. Il
regime di Saleh infatti non è riuscito a ottenere grandi risultati e, per le
crescenti pressioni degli islamisti yemeniti, ha rilasciato nei giorni scorsi
206 detenuti che erano stati accusati di terrorismo. Mohammed Sabry, leader
dell’opposizione laica a Saleh, ha dichiarato sulla stampa che non si sente di
escludere che “il governo abbia favorito la fuga dei 23 detenuti per stemperare
le tensioni con gli islamisti”. Il governo Usa non rimprovera a Saleh solo di
essersi ‘ammorbidito’ nella lotta al terrorismo, ma anche di distrarre i
finanziamenti statunitensi per risolvere i suoi problemi politici interni. Il
6
febbraio scorso, come accade periodicamente da un anno a questa parte, le
truppe yemenite hanno compiuto un’azione nello Yemen del nord, finalizzata a
spazzare via gli uomini del predicatore sciita al-Houti, costata la vita di 15
ribelli che si oppongono al governo centrale. Saleh ha da sempre il problema del
tribalismo nel Paese, che sfugge al controllo governativo (l’ha confermato il
rapimento della comitiva di italiani un mese fa) come anche la minoranza
sciita. Saleh utilizza le armi, i fondi e l’addestramento fornito dagli Usa per
risolvere i suoi problemi politici con la violenza, e si fa scappare sotto il
naso 23 pericolosi terroristi. Per gli Stati Uniti il Medio Oriente diventa
sempre più un rebus irrisolvibile. Christian Elia