Proteste a Beirut. Le caricature di Maometto infiammano anche il Libano
Scritto per noi da
Erminia Calabrese
Beirut. Tabaris e Sofil
sono due zone che fanno da ponte tra Hamra e Asharafiyye. Sono circa 15
mila
manifestanti ad affollare verso le
dieci e mezza di domenica questa zona. In un primo momento le forze di
polizia indietreggiano e lasciano fare. L’edificio Tabaris 812, che
ospita un ufficio del
consolato
danese, brucia, così come brucia il parcheggio del centro Sofil, a
pochi metri
dal consolato. "Allah akbar" (Dio
è più grande) e "La illah illa Allah wa Mohammad rasul Allah" (Non c’è
altro Dio al
di fuori di Dio, e Muhammad è il suo Profeta”) grida la folla. Macchine
della
polizia e
ambulanze della Croce Rossa vengono distrutte. Gli sheikh, i capi
tribali, accorsi sul posto, recitano versetti coranici per
invitare alla tolleranza. Sperano di riportare la
calma, ma è inutile. La polizia spara, ma i manifestanti non si
fermano. La rabbia è tanta.
Scene di guerra. Dopo
il consolato è la volta della chiesa del patrono dei cristiani
libanesi:
il santuario di San Maroun, situato al
centro della città, viene preso d’assalto. Vetri rotti, croci
distrutte, saccheggi. Una macchina della polizia viene spinta contro il
muro della
chiesa. Poi i manifestanti si dirigono verso il quartiere di
Asharafiyye, in piazza Sassine,
quartiere cristiano, e tragicamente la manifestazione in Libano prende
una
connotazione confessionale. Il
quartiere è quasi distrutto. Sulla strada le macchine vengono
capovolte, alcune anche bruciate. Statuette della Madonna e altri
simboli religiosi cristiani
sono fatti a pezzi così come le
vetrine dei negozi. Sassate contro gli edifici.
La gente che abita lì ha paura, non esce di casa. Ad alcuni
sembra rivivere le scene della guerra civile. Michel, un abitante di quella
zona, racconta: "L’ultima volta che mi
sono rifugiato nel mio corridoio è stato il 13 ottobre del 1990. Mi è sembrato
di rivivere una giornata di guerra, dopo 16 anni". Joseph, 20 anni, si sfoga dicendo
"Capiamo
la rabbia dei musulmani, ma non è
questo il modo di reagire. A cosa serve distruggere la chiesa? E i nostri
simboli?". E un altro abitante: "E’ una vergogna. Non abbiamo visto tutto questo
neanche durante
gli avvenimenti del 1978. Ma abbiamo
fatto bene a non reagire, altrimenti ci sarebbe stato un massacro".

Al Mustaqbal, il futuro. Nel pomeriggio,
proprio nel cortile di quella chiesa
distrutta, un gruppo di donne velate stringe tra le mani un fiore bianco. Sono
le
donne del movimento Al Mustaqbal di Saad Hariri, si riconoscono per la loro
sciarpetta azzurra. Ma più in là sempre nello stesso cortile: le bandiere arancioni
del partito di Aoun
cercano di rubar loro la scena, mentre si risuona l’inno di “Le general”, assieme
ai canti dei
Kataeb (la falange cristiana) e delle Forze Libanesi. Nessun inno nazionale,
poche le bandiere libanesi, quelle
bandiere che assieme alla mezzaluna e
alla croce pochi mesi fa avevano riempito Piazza dei Martiri. Così la notte scende
su Acharafiyye. A terra rimangono barre di ferro, proiettili,
vetri e statuette. E il silenzio.