07/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Proteste a Beirut. Le caricature di Maometto infiammano anche il Libano
Scritto per noi da
Erminia Calabrese
 
Beirut. Tabaris  e Sofil sono due zone che fanno da ponte tra Hamra e Asharafiyye. Sono circa 15 mila manifestanti ad affollare  verso le dieci e mezza di domenica questa zona. In un primo momento le forze di polizia indietreggiano e lasciano fare. L’edificio Tabaris 812, che ospita un ufficio del consolato danese, brucia, così come brucia il parcheggio del centro Sofil, a pochi metri dal consolato. "Allah akbar" (Dio è più grande) e "La illah illa Allah wa Mohammad rasul Allah" (Non c’è altro Dio al di fuori di Dio, e Muhammad è il suo Profeta”) grida la folla. Macchine della polizia e  ambulanze della Croce Rossa vengono distrutte. Gli sheikh, i capi tribali, accorsi sul posto, recitano  versetti coranici per invitare alla tolleranza. Sperano di riportare la calma, ma è inutile. La polizia spara, ma i manifestanti non si fermano. La rabbia è tanta.
 
Scene di guerra. Dopo il consolato è la volta della chiesa del patrono dei cristiani libanesi: il santuario di San Maroun, situato al centro della città, viene preso d’assalto. Vetri rotti, croci distrutte, saccheggi. Una macchina della polizia viene spinta contro il muro della chiesa. Poi i manifestanti si dirigono verso il quartiere di Asharafiyye, in  piazza Sassine, quartiere cristiano, e tragicamente la manifestazione in Libano prende una connotazione confessionale. Il quartiere è quasi distrutto. Sulla strada le macchine vengono capovolte, alcune anche bruciate. Statuette della Madonna e altri simboli religiosi cristiani  sono fatti a pezzi  così come le vetrine dei negozi. Sassate contro gli edifici.
La gente che abita lì ha paura, non esce di casa. Ad alcuni sembra rivivere le scene della guerra civile. Michel, un abitante di quella zona, racconta: "L’ultima volta che mi sono rifugiato nel mio corridoio è stato il 13 ottobre del 1990. Mi è sembrato di rivivere una giornata di guerra, dopo 16 anni". Joseph, 20 anni, si sfoga dicendo "Capiamo la rabbia dei musulmani, ma non è questo il modo di reagire. A cosa serve distruggere la chiesa? E i nostri simboli?". E un altro abitante: "E’ una vergogna. Non abbiamo visto tutto questo neanche durante gli  avvenimenti del 1978. Ma abbiamo fatto bene a non reagire, altrimenti ci sarebbe stato un massacro".
 
Al Mustaqbal, il futuro. Nel  pomeriggio, proprio nel cortile di  quella chiesa distrutta, un gruppo di donne velate stringe tra le mani un fiore bianco. Sono le donne del movimento Al Mustaqbal di Saad Hariri, si riconoscono per la loro sciarpetta azzurra. Ma più in là sempre nello stesso cortile: le bandiere arancioni del partito di Aoun cercano di rubar loro la scena, mentre si risuona l’inno di “Le general”, assieme ai canti dei Kataeb (la falange cristiana) e delle Forze Libanesi. Nessun inno nazionale, poche le bandiere libanesi, quelle bandiere che assieme alla mezzaluna e alla croce pochi mesi fa avevano riempito Piazza dei Martiri. Così la notte scende su Acharafiyye. A terra rimangono barre di ferro, proiettili, vetri e statuette. E il silenzio.  
Categoria: Guerra, Religione, Costume
Luogo: Libano
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