Per gli Usa i maoisti sono una minaccia alla democrazia. Per i nepalesi lo è invece re Gyanendra
Attualmente solo gli Usa descrivono i maoisti come la più
grossa minaccia alla democrazia in Nepal. Per i partiti politici nepalesi, per
le vicine superpotenze come l’India, per l’Ue e secondo la maggioranza del
popolo nepalese, l'ostacolo al ritorno dell’ordine costituzionale in Nepal è
rappresentato dal re Gyanendra.

Lunedì scorso, un candidato sindaco di un sobborgo della
città di Kathmandu, capitale del Nepal, è stato gravemente ferito a seguito di
un attacco a colpi di arma da fuoco da parte di uomini non meglio identificati.
Il sabato precedente i ribelli maoisti avevano avvertito tutti i candidati di
ritirarsi o di prepararsi a subire “severe ripercussioni”. Un mese fa i maoisti
hanno ucciso un altro candidato nella parte orientale del paese. Secondo il re
nepalese – che ha preso il potere assoluto attraverso un colpo militare
esattamente un anno fa – questi incidenti mostrano chiaramente il male insito
nel terrorismo. Le prossime elezioni, che il monarca stesso ha indetto per l'8
febbraio, sono chiamate a confrontarsi con esso. Se gli elettori desiderano un
Nepal pacifico e democratico, sostiene il re, devono sconfiggere i maoisti e
recarsi alle urne.
Come discorso politico ricorda il linguaggio predominante
della "guerra al terrore". Ma nell'universo politico del mondo allo
specchio di Gyanendra, niente è quello che sembra. Dietro l’insistenza nel
portare avanti queste elezioni, il re nepalese sta presentando un'apparente
rispettabilità politica al regime assolutista che ha imposto un anno fa. Nei
suoi calcoli questa mossa non può che essere una manovra vincente in ogni caso.
Se i maoisti riescono a bloccare le elezioni, egli potrà far valere le ragioni
morali per cui intendeva portare avanti un processo democratico, e dichiarare
che ciò gli è stato impedito dal terrorismo. Se i maoisti non riusciranno nel
loro obiettivo e il voto procederà regolarmente – ad oggi, uno scenario meno
probabile – il re potrà contare sulla legittimità elettorale in merito alla sua
proposta di ritornare ad un sistema feudale per governare il paese.

Ma il sovrano, come commentava un noto funzionario della
Casa Bianca riferendosi alla sua sempre ottima amministrazione, si sta creando
la sua personale realtà. All'interno della “comunità basata sulla realtà”,
fuori dal palazzo del re non ci sono solo i maoisti a opporsi al suo progetto.
Lo scorso novembre i sette principali partiti politici del Nepal hanno firmato
un accordo con i maoisti nella direzione di un'assemblea costituente che possa
scrivere una nuova – e democratica – costituzione per il Nepal. I maoisti hanno
dichiarato un cessate il fuoco e hanno aspettato per quattro mesi una risposta
del re di fronte alla loro offerta di dialogo. Ma nessuna risposta è arrivata
da un re che crede, contro ogni evidenza, che la ribellione maoista che dura da
dieci anni possa essere sconfitta solo con la forza. Ora i principali partiti
politici stanno boicottando le elezioni, i maoisti hanno ripreso le armi e il
re resta saldo sulle proprie posizioni.
Katmandu è sotto occupazione militare, è una città segnata
da continue proteste di strada da parte di quei cittadini che vedono rispecchiate
le loro speranze per la democrazia non nelle elezioni volute del re, ma nella
restaurazione del congresso sospeso e nell’eliminazione del potere monarchico
assoluto. Il regime ha risposto con arresti di massa, detenzione di leader
politici, sospensione delle università, coprifuoco intermittenti e la chiusura
delle reti di telefonia mobile. Negli scorsi anni, duecento giornalisti hanno
perso il loro lavoro dopo che il governo aveva fatto chiudere giornali e
stazioni radio per scongiurare reportage negativi.

Ma la più importante tra le sfide alle elezioni deve ancora
arrivare. Dopo aver dimostrato di essere in grado di giungere nel cuore del
paese – nella capitale, i maoisti hanno indetto uno sciopero dei trasporti fino
all’11 febbraio. Se nel paese gli scioperi precedenti possono insegnare
qualcosa – in passato gli scioperi sono stati "rinforzati"
dall’uccisione di coloro che disobbedivano agli ordini –, lo scenario per il
Nepal sarà quello di un sistema dei trasporti paralizzato, di rifornimenti vitali
che crescono a fatica, e di una nazione che si siederà per sopportare, meglio
che potrà, questi ultimi test di resistenza.
Ma se i nepalesi si dimostrano resistenti, la nazione è sul
punto di un collasso economico e politico. Il turismo, il secondo fattore di
ricchezza della bilancia commerciale, sul quale dipendono 100.000 nepalesi, è
sceso del 40% e l’economia, una delle più povere dell’Asia, sta crollando sotto
il peso di minori redditi e maggiori spese militari.
Le possibilità per il re che queste elezioni possano
equivalere ad una maggiore credibilità nei confronti del regime sono molto
scarse. Il suo status internazionale è talmente compromesso che una decina di
giorni fa l’Unione europea ha descritto le elezioni nepalesi come “un passo
indietro per la democrazia”. Nonostante i resoconti secondo cui l’esercito
avrebbe costretto molti dei candidati a non farsi avanti, più di 600 aspiranti
al governo hanno ritirato le loro candidature e altre diverse centinaia si
trovano sotto protezione. Ciò assicura che, ritirandosi, essi non creino
imbarazzo al re. Questa impressionante assenza di ambizione politica ha
lasciato un quarto dei 4146 seggi incontestati, e ha fatto sì che non si
svolgesse nessuna elezione in 12 delle 58 province per assenza di candidati
disponibili.

I consiglieri del re restano indifferenti al fatto che la
disperata campagna militare dispone di poche regole, come mai prima, e continua
a causare sempre più vittime innocenti tra i civili. Il braccio destro del re,
Tulsi Giri, ha recentemente detto dei maoisti che “le loro spalle sono rotte”.
Subito dopo i ribelli hanno lanciato l’ultima serie di azioni dimostrative.
Quando il re ha preso il potere un anno fa lui e i suoi
consiglieri pensavano con eccessiva fiducia che i maoisti sarebbero stati messi
alle strette in sei mesi. Allora e solo allora, dicevano, il palazzo potrà
iniziare a parlare di dialogo. Un anno dopo i maoisti continuano a dimostrare
la loro capacità di operare attraverso la nazione e bloccare il paese quando lo
vogliono.
Quando il re ha preso il potere un anno fa, egli e i suoi
consiglieri pensavano, tradendo un'eccessiva fiducia, che i maoisti sarebbero
stati messi alle strette in sei mesi. Allora e solo allora, dicevano, il
"palazzo" potrà iniziare a parlare di dialogo. Un anno dopo i maoisti
continuano a dimostrare la loro capacità di operare in lungo e in largo per
tutta la nazione e di bloccare il paese quando lo vogliono.
Adesso solo gli Usa continuano a descrivere i maoisti come
la più grossa minaccia alla democrazia in Nepal. Per i partiti politici del
Nepal, per le superpotenze vicine come l’India, per l’UE e sempre più secondo
le opinioni dei nepalesi, il più grosso ostacolo alla pace e al ritorno
dell’ordine costituzionale è lo stesso re. Questa indegna farsa elettorale non
servirà a cambiare le cose.