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Principali vittime. Non è un’esagerazione dire che i bambini sono
le principali vittime di questa guerra: il gruppo ribelle guidato da Joseph
Kony è composto per l’80 percento da bambini-soldato, rapiti durante i raid nei
villaggi e costretti a diventare guerriglieri, semplici portatori o, nel caso
delle bambine, schiave sessuali dei capi ribelli. Si calcola che dall’inizio
del conflitto siano circa 30 mila i bambini rapiti. Molti di questi sono morti,
molti altri, fortunatamente, sono riusciti a fuggire. Ma per chi viene ripreso
la sentenza di morte è la regola. E, cosa ancora peggiore, eseguita dai suoi
stessi “commilitoni”, obbligati a uccidere questi piccoli disertori a bastonate
o, nei casi peggiori, a morsi. I ribelli sopravvivono così da vent’anni,
saccheggiando i villaggi nord-ugandesi ridotti ormai allo stremo, tanto che il
90 percento della popolazione della zona vive nei campi per sfollati
organizzati dal governo. Anche se il conflitto sembra aver superato la fase più
acuta (dove i ribelli potevano contare su una forza di tremila “soldati” a
fronte dei circa 500 attuali), la guerra è ancora lontana dalla conclusione.
Pendolari notturni. Per far fronte all’emergenza i bambini hanno deciso
di organizzarsi da soli: a sera, circa 6 mila di loro lasciano i villaggi e
raggiungono le città di Kitgum e Gulu, maggiormente protette, per dormire là e
sfuggire agli attacchi notturni dei ribelli che si concentrano in campagna. Un
fenomeno che dura da alcuni anni, e che nei primi tempi vedeva i bambini
alloggiati in strutture di fortuna: ospedali, stazioni degli autobus, case
abbandonate, col tempo sostituite da strutture messe in piedi da organizzazioni
umanitarie sia internazionali che locali. PeaceReporter
ha sentito Zachariah Otto, coordinatore della Charity for Peace Foundation, nata nel 2003 e operante a Gulu assieme
a altre ventidue associazioni. “L’emergenza vera e propria è passata, visto che
ora ospitiamo circa 300 bambini a notte. Ma nei momenti peggiori siamo arrivati
a 6 mila…”. Un lavoro oscuro ma utilissimo, senza ricevere un soldo dal governo
ugandese: “Non abbiamo donatori fissi, ci aiutano varie associazioni e
agenzie umanitarie, come l’Unicef. Le autorità ci forniscono solo i soldati per
la sicurezza nostra e dei bambini”.
Attività
collaterali. Il lavoro dell’associazione non è però limitato
all’alloggio per i piccoli ospiti. “Portiamo avanti attività ricreative, come
danze tradizionali e lezioni religiose la domenica, incoraggiando sempre i
bambini a fare ritorno alle proprie case durante il giorno”, conferma Zachariah.
Il rischio infatti è che la separazione finisca per disgregare le famiglie e
quindi la società, che è poi l’obiettivo a cui mirano i ribelli con i rapimenti
e gli attacchi dei bambini-soldato ai loro stessi villaggi e ai parenti. La
continuazione del conflitto rischia di fare dei giovani attuali una generazione
perduta, anche perché fino alla fine della guerra non sarà possibile avviare
programmi di sviluppo nel nord del Paese. Per questo i colloqui di pace,
cominciati un anno fa ma ormai arenatisi, hanno un’importanza fondamentale.
“Qui la gente rimane fiduciosa” conclude Zachariah, “e parte dei ribelli sembra
voglia sinceramente finirla con questa guerra”. Sperando che un giorno non
troppo lontano le porte della Fondazione si chiudano per sempre. Per mancanza
di
ospiti. Matteo Fagotto