Aspettando la pace, i Somali si arrangiano. Anche grazie ai telefonini
Non si può certo dire che i
Somali non siano abituati alle situazioni di emergenza: dopo una guerra
civile
durata 14 anni, che ha provocato circa mezzo milione di morti e ha
portato alla
scomparsa del governo centrale, si sperava che il processo di pace
avviato
nell’ottobre 2004 a Nairobi, in Kenya, portasse qualche miglioramento.
Domenica per la prima volta i parlamentari si sono riuniti in
territorio somalo, ma la strada verso la pace è ancora lunga. La
popolazione non si perde comunque d’animo: nella regione centrale di
Galguduud il commercio dei telefonini ha portato elettricità e acqua
corrente.
Per tentare di lasciarsi indietro l’eredità della guerra.
Miracolo somalo. Non è un segreto che le compagnie di telefoni
cellulari facciano buoni affari in tutta l’Africa, soprattutto per la loro
praticità rispetto alle reti di telefonia fisse che coprono solo alcune parti
del territorio. Una regola che vale anche per la Somalia, dove le compagnie del
settore sono tra le più competitive del continente. Merito di uno stato inesistente,
che non richiede tasse né permessi per cominciare le attività. Il tutto è
lasciato allo spirito di iniziativa locale, con il risultato che le compagnie
telefoniche somale applicano le tariffe più basse di tutta l’Africa. Nel
Galguduud ci si è adeguati, e le attività legate alla telefonia hanno portato
indubbi vantaggi, come conferma Emmanuel Moncada, direttore della comunicazione
per la sezione italiana di Msf (Medici senza Frontiere), appena tornato dalla
regione. “I soldi sono stati investiti per avviare alcuni servizi base per la
popolazione, come l’elettricità e l’acqua corrente. Servizi a pagamento, che si
possono permettere solo le persone abbienti, ma che sono comunque un progresso
in un Paese dove manca qualsiasi struttura di base”. E dove colpisce il
contrasto tra le nuove antenne fiammanti e gli edifici in rovina distrutti
dalla guerra.
Made in Somalia. Lo sviluppo delle telecomunicazioni se non altro
mantiene la Somalia a stretto contatto
con il resto del mondo visto che anche internet è piuttosto diffuso e, in
alcune zone, addirittura gratis. “Chi si immagina la Somalia come un Paese di
poveri pastori, isolati dal resto del mondo, sbaglia di grosso” continua
Moncada. “Grazie ai contatti con le comunità somale all’estero e a internet, i
Somali sono sempre informati di quanto succede nel mondo. Soprattutto qui in
Italia”. Le telecomunicazioni non hanno attirato le grandi compagnie
occidentali, preoccupate per la situazione politica del Paese, permettendo così
lo sviluppo di una fiorente attività made
in Somalia.
Parlamento fantasma.
Un piccolo miracolo finora impossibile da
ripetere in campo politico. Basti pensare che i vari clan che
compongono il
parlamento ci hanno messo sedici mesi solo a accordarsi sulla città
destinata
a
ospitare le nuove istituzioni. Finora infatti il parlamento si era
riunito solo
a Nairobi. Dopo estenuanti trattative la scelta è caduta su Baidoa,
nella
Somalia meridionale, dove il domenica scorsa i parlamentari si sono
riuniti
per la prima volta dal loro ritorno in patria. Un evento sicuramente
importante e si spera di buon auspicio, ma che non basta da solo a
garantire un futuro di pace al Paese.
E
mentre la transizione arranca tra mille ostacoli, la popolazione somala
cerca
di risollevarsi. Difficile, in un Paese martoriato dalla guerra, ma non
impossibile.
Guerra
permanente. “Qui in Somalia i progressi sono piuttosto lenti”
ammette Moncada. “Abbiamo comunque in progetto di attivare un centro
consultazioni nella città di Dhusa Mareb, e di collaborare con del personale
somalo per gestire una struttura chirurgica già avviata nella località di
Guriel”. Un modo concreto per migliorare lo standard di vita di un popolo che
vive una situazione di guerra permanente dal 1991. “In effetti, dalla firma
degli accordi di pace, non si sono visti grossi miglioramenti” conclude
sconsolato Moncada, “il territorio è ancora controllato dai clan e dai signori
della guerra che si spartiscono la Somalia, mentre l’autorità delle nuove
istituzioni è praticamente inesistente”.