27/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Aspettando la pace, i Somali si arrangiano. Anche grazie ai telefonini
Non si può certo dire che i Somali non siano abituati alle situazioni di emergenza: dopo una guerra civile durata 14 anni, che ha provocato circa mezzo milione di morti e ha portato alla scomparsa del governo centrale, si sperava che il processo di pace avviato nell’ottobre 2004 a Nairobi, in Kenya, portasse qualche miglioramento. Domenica per la prima volta i parlamentari si sono riuniti in territorio somalo, ma la strada verso la pace è ancora lunga. La popolazione non si perde comunque d’animo: nella regione centrale di Galguduud il commercio dei telefonini ha portato elettricità e acqua corrente. Per tentare di lasciarsi indietro l’eredità della guerra.
 
Miracolo somalo. Non è un segreto che le compagnie di telefoni cellulari facciano buoni affari in tutta l’Africa, soprattutto per la loro praticità rispetto alle reti di telefonia fisse che coprono solo alcune parti del territorio. Una regola che vale anche per la Somalia, dove le compagnie del settore sono tra le più competitive del continente. Merito di uno stato inesistente, che non richiede tasse né permessi per cominciare le attività. Il tutto è lasciato allo spirito di iniziativa locale, con il risultato che le compagnie telefoniche somale applicano le tariffe più basse di tutta l’Africa. Nel Galguduud ci si è adeguati, e le attività legate alla telefonia hanno portato indubbi vantaggi, come conferma Emmanuel Moncada, direttore della comunicazione per la sezione italiana di Msf (Medici senza Frontiere), appena tornato dalla regione. “I soldi sono stati investiti per avviare alcuni servizi base per la popolazione, come l’elettricità e l’acqua corrente. Servizi a pagamento, che si possono permettere solo le persone abbienti, ma che sono comunque un progresso in un Paese dove manca qualsiasi struttura di base”. E dove colpisce il contrasto tra le nuove antenne fiammanti e gli edifici in rovina distrutti dalla guerra.
 
Made in Somalia. Lo sviluppo delle telecomunicazioni se non altro mantiene la Somalia  a stretto contatto con il resto del mondo visto che anche internet è piuttosto diffuso e, in alcune zone, addirittura gratis. “Chi si immagina la Somalia come un Paese di poveri pastori, isolati dal resto del mondo, sbaglia di grosso” continua Moncada. “Grazie ai contatti con le comunità somale all’estero e a internet, i Somali sono sempre informati di quanto succede nel mondo. Soprattutto qui in Italia”. Le telecomunicazioni non hanno attirato le grandi compagnie occidentali, preoccupate per la situazione politica del Paese, permettendo così lo sviluppo di una fiorente attività made in Somalia.
 
Una baraccopoli somalaParlamento fantasma. Un piccolo miracolo finora impossibile da ripetere in campo politico. Basti pensare che i vari clan che compongono il parlamento ci hanno messo sedici mesi solo a accordarsi sulla città destinata a ospitare le nuove istituzioni. Finora infatti il parlamento si era riunito solo a Nairobi. Dopo estenuanti trattative la scelta è caduta su Baidoa, nella Somalia meridionale, dove il domenica scorsa i parlamentari si sono riuniti per la prima volta dal loro ritorno in patria. Un evento sicuramente importante e si spera di buon auspicio, ma che non basta da solo a garantire un futuro di pace al Paese. E mentre la transizione arranca tra mille ostacoli, la popolazione somala cerca di risollevarsi. Difficile, in un Paese martoriato dalla guerra, ma non impossibile.
 
Guerrigliero somalo a MogadiscioGuerra permanente. “Qui in Somalia i progressi sono piuttosto lenti” ammette Moncada. “Abbiamo comunque in progetto di attivare un centro consultazioni nella città di Dhusa Mareb, e di collaborare con del personale somalo per gestire una struttura chirurgica già avviata nella località di Guriel”. Un modo concreto per migliorare lo standard di vita di un popolo che vive una situazione di guerra permanente dal 1991. “In effetti, dalla firma degli accordi di pace, non si sono visti grossi miglioramenti” conclude sconsolato Moncada, “il territorio è ancora controllato dai clan e dai signori della guerra che si spartiscono la Somalia, mentre l’autorità delle nuove istituzioni è praticamente inesistente”. 

Matteo Fagotto

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