stampa
invia
Il documento. Il rapporto, reso pubblico sabato scorso a Washington, prevede la necessità
di dispiegare truppe Usa, spesso clandestinamente, in decine di Paesi in contemporanea.
Meglio dimenticare conflitti tradizionali fatti di carri armati e bombardieri:
il nemico previsto dagli Usa non è uno Stato dotato di un proprio esercito ma,
con le parole usate da Rumsfeld, “terroristi con un’ideologia militante che glorifica
l’omicidio e il suicidio senza un territorio da difendere, e con poco da perdere”.
Sconfiggerli è il primo obiettivo del Pentagono. Gli altri tre sono contrastare
la diffusione di armi nucleari, chimiche e biologiche; dissuadere stati come la
Cina, l’India e la Russia dal porsi come avversari degli Usa; irrobustire la difesa
del territorio nazionale. La priorità è quella di essere flessibili, sguscianti,
pronti a intervenire dovunque. Con Forze speciali più numerose di adesso, aumentate
del 15 percento. Servendosi anche di truppe alleate appositamente addestrate dai
militari statunitensi. Con minore impatto dai cieli, dato che l’Air Force verrà
ridotta di 40mila uomini. Ma con il doppio di aerei-spia senza pilota, per raccogliere
informazioni utili all’intelligence in territorio ostile. Se nel rapporto di fine
2001 i possibili fronti erano quattro (Europa, Medio Oriente, “litorale asiatico”
e Asia nord-orientale), gli ultimi quattro anni hanno dimostrato che gli Usa devono
“essere operativi su tutto il globo”.
Più fronti. Il pericolo, nella visione del Pentagono, può venire da dovunque. “Nel prossimo
decennio le forze americane saranno con ogni probabilità impegnate in qualche
parte del mondo dove non sono impegnate al momento. Ma nessuno può dire con sicurezza
dove, quando e come”, ha detto alla presentazione del rapporto Ryan Henry, un
sottosegretario alla Difesa. Detto questo, il rapporto non prevede un aumento
del numero delle truppe – già ora diverse sezioni delle forze armate faticano
a raggiungere gli obiettivi di reclutamento previsti – né particolari aggiunte
di armi all’arsenale già in programma. La Lunga guerra, com’è ovvio preveda Washington,
la vinceranno gli Usa. Ma non si concluderà improvvisamente, piuttosto “si spegnerà
nel tempo, quando sempre più Paesi nel mondo l’avranno vinta”, ha spiegato Rumsfeld.
Perché gli Usa continueranno a cercare alleati: "E' una guerra che non possiamo
vincere da soli", ha concluso il segretario alla Difesa.
L’Iraq. Questo, per gli Usa, è il futuro. Il presente è l’Iraq. I terroristi islamici
ne hanno fatto “il fronte centrale della loro guerra al mondo civilizzato”, secondo
Rumsfeld. Anche per questo, l’amministrazione Bush ha appena presentato al Congresso
la richiesta supplementare di 70 miliardi di dollari per le guerre in Iraq e in
Afghanistan, oltre ai 50 già previsti. E’ scontato che il Congresso glieli conceda.
A quasi tre anni dall’invasione che ha deposto Saddam Hussein, la guerra in Iraq
è già costata 250 miliardi di dollari, ben più delle previsioni. Prima del conflitto
Lawrence Lindsey, un consulente economico della Casa Bianca, fu licenziato per
aver previsto che il costo della guerra sarebbe schizzato fino a 200 miliardi.
Ora, senza una fine in vista, in Iraq il Pentagono sta pompando 4,5 miliardi di
dollari al mese. Calcolatrice alla mano, fanno poco più di 100mila dollari al
minuto. O 1.700 dollari al secondo. Se sarà lunga, si vedrà. Di sicuro, questa
guerra è costosa. Alessandro Ursic