04/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Haiti, martedì 7 si andrà al voto. Ma le violenze continuano
Da novembre 2005 a gennaio 2006 l’escalation di violenze che ha investito Haiti non si è fermata. Anzi, è sempre andata aumentando. I rivoltosi reclamano il ritorno di Jean Bertrande Aristide e tengono sotto controllo la bidonville più disastrata e ribelle della capitale Port au Prince, Citè Soleil. In più hanno moltissime armi a loro disposizione.
 
Scene di vita quotidiana per le strade di Port au PrinceCalma apparente. La tensione, però, negli ultimi tre giorni è calata. “Pare che Haiti non sia più la stessa. Non si muove una mosca”, racconta Francesco Fantoli dall'isola. Ma le notizie sono due, fondamentali. La prima: giovedì sono arrivati sull’isola gli osservatori delle Nazioni Unite (sono osservatori ‘short time’, si fermeranno solo una settimana). Avranno un compito durissimo: controllare il regolare andamento delle elezioni che si svolgeranno martedì 7 febbraio. La seconda: pare ormai certo che i ribelli che controllano Citè Soleil abbiano deciso di far svolgere le elezioni in maniera tranquilla, sicuri ormai della quasi vittoria di Renè Preval, candidato a loro più congeniale, del partito L'espoire, la speranza. E per ammorbidire la situazione hanno organizzato qualcosa fuori dal comune: oggi dovrebbe avvenire la liberazione simultanea dei 15 ostaggi ancora nelle loro mani. Ma non solo. Saranno restituite diverse decine di armi, pistole e fucili, e come ultimo atto avverrà la riconsegna di 150 autovetture rubate.
 
Gli uomini della MinustahLa situazione. Ci sono stati mesi in cui a Citè Soleil era in atto una vera e propria battaglia interna. Come racconta Loris de Filippi, infermiere che vive e lavora come capo missione di Msf ad Haiti: “Come probabilmente si sarà appreso anche all’estero, la situazione qui in Haiti è diventata particolarmente tragica. C’è stato un notevole aumento delle violenze e soprattutto dei casi di feriti di arma da fuoco negli ultimi mesi. Abbiamo quotidianamente a che fare con persone che giungono in ospedale con gravi lesioni di questo tipo. Ma la situazione è andata peggiorando nei mesi di novembre, dicembre e gennaio. A novembre 2005 abbiamo avuto 34 casi di feriti da arma da fuoco, a dicembre ben 80 e a gennaio sono stati 103. E le previsioni non sono sicuramente rosee.”
 
La normalità ad Haiti: l'esercito da una parte la popolazione dall'altraFeriti. Quest’ultima settimana, grazie a una sorta di cessate il fuoco fra gli uomini della Minustah, la Missione delle Nazioni Unite e i gruppi armati a Citè Soleil, il sobborgo più povero di Port au Prince, ci sono stati meno casi di violenza, “forse grazie alla chiusura della campagna elettorale e in vista del voto di martedì - anche se molti sostengono che ci sia sotto lo zampino di Renè Preval -  che a questo punto tutti sostengono che si svolgerà regolarmente. A parte qualche schermaglia che definirei strategica, non ci sono stati grandi casi di violenze”, ricorda De Filippi.
E aggiunge che “fare rapporti sui diversi traumi che curiamo è molto difficile. Citè Soleil è praticamente circondata dagli uomini del contingente giordano che fanno parte della Minustah. E fra loro e gli uomini fedeli all’ex presidente Aristide, che vivono all’interno del quartiere, c’è un confronto armato quasi quotidiano. Stabilire poi di chi siano i proiettili che feriscono la gente è impossibile.”
Spessissimo, purtroppo, i proiettili vaganti entrano nelle case, costruite solo con pezzi di lamiera, quindi facilmente penetrabili, e colpiscono le persone indifese, che restano in casa per ripararsi dalla pioggia di fuoco. Il che fa bene intendere come sia possibile che i feriti siano “più del 50 per cento donne e bambini. Almeno per quello che riguarda gli ospiti del nostro ospedale”, ricorda con tristezza Loris.
 
Minustah e popolazionePaese che vai, usanza che trovi. Secondo un rapporto della Ong britannica  Oxfam, a Haiti circolerebbero diverse centinaia di migliaia di armi. Un’usanza, quella di detenere armi, che è sempre esistita in quest’isola tanto che la domenica, oltre a rispolverare l’abito buono per andare alla Messa, si lucidano le pistole per far vedere agli amici quanto sono belle. “Noi non siamo esperti balistici. Non riusciamo a capire se il proiettile è partito da un’arma dei ribelli o degli uomini della Minustah, anche perché quasi sempre il proiettile attraversa il corpo del ferito e rimane per terra, e noi non possiamo esaminarli”. Ad Haiti si trovano armi di ogni tipo: si passa dall’inconfondibile calibro delle armi da guerra come l'AK47, il famigerato Kalashnikov, ad calibri più comuni come il 556 al 756, quindi armi che si utilizzano sia in guerra che in operazioni militari di routine.
 
Il palazzo presidenziale nella capitale haitiana Port au PrinceLe reazioni. La popolazione della capitale Port au Prince, in particolar modo quella che vive nelle bidonville come Citè Soleil, è molto frustrata e traumatizzata da questa situazione che sembra non avere fine. Non sono al riparo nemmeno nelle loro case e la paura prende il sopravvento. “Certo, - racconta Loris –molte volte i parenti delle vittime accusano la violenza della Minustah, altre volte non sanno nemmeno loro da dove proveniva il proiettile. Poi c’è il grave problema della densità di popolazione. Citè Soleil è a ridosso del mare e viene continuamente ‘schiacciata’ dagli uomini della Minustah. La popolazione si sente veramente a disagio. Nemmeno noi in ospedale, anche se godiamo della fiducia della popolazione, anche quella combattente, e della Minustah, stiamo tranquilli. L’altro giorno sono ‘piovuti’ dentro all'ospadale quattro proiettili e siamo stati costretti a rimettere in sesto un reparto dove stazionavano 25 bambini”.  Ma le elezioni del prossimo 7 febbraio dovrebbero porre fine a questa tremenda situazione. 

Alessandro Grandi

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