scritto per noi da
Elisa Finocchiaro
Il viaggio comincia con i
clandestini della “Cap Anamur”. Il Ghana è il paese d'origine di alcuni africani
che avevano
chiesto asilo qui in Italia e ora stanno per essere rimpatriati. Con il mio
stesso aereo. La ribellione da loro improvvisata sul velivolo non riceve alcuna
solidarietà. I connazionali benestanti
infatti li disprezzano, perché il Ghana è un paese democratico e loro hanno
giocato lo stesso la carta dell’asilo. Provo ad immaginare quale sconfitta sia
questo rimpatrio immediato dopo chissà quanti sacrifici. Mi raffiguro la loro
terra d’origine sulla base di poche informazioni: il paese di Kwame Nkrumah,
leader del panafricanismo, il primo paese africano ad aver conquistato
l’indipendenza; i luoghi della Gold Coast,
della tratta degli schiavi e dell’impero Ashanti.
Accra. Ad ogni semaforo lungo la strada dall’aeroporto, l’assalto
dei venditori ambulanti che offrono di tutto. Tutto è mercato: stoffe colorate,
talvolta dai motivi stilizzati, ventilatori colorati e cellulari stretti intorno
al busto delle donne, che sorreggono teneri fagottelli mocciolosi e
pacificamente sognanti. Spiccano i due occhi incredibilmente dolci di una
ragazza che non muove la testa: vende infatti le buste d’acqua,con la fronte
solcata dalle rughe perché schiacciata da quel peso. Ognuno intento nel suo
lavoro, ma tutti insieme riversati in strada. Alcune donne lavano i piatti di
plastica in abbondante sapone che si rovescia sulla terra battuta. C’è il
lustrascarpe con il panno e il lucido, la toilette pubblica dove ti danno il
tuo bel pezzo di giornale. Una generale tranquillità emana da tutti i banchetti
, ognuno fa il suo lavoro con calma, ha il tempo di alzare lo sguardo,
osservarti e farti un sorriso. Siamo al
Ju-Ju
Market, dove si trovano anche crini (quelli per scacciare mosche e spiriti
maligni, spesso branditi dai
chief in
palanchina), animali essiccati, radici, foglie, semi, teste e artigli, zampe e
vari arti di animali esotici. Per ogni male un rimedio. Persino la cura per la
malaria.
Segretamente una donna mi avvicina a sé e mi sussurra di un prodotto
per migliorare il piacere sessuale, o di un altro per migliorare le performances del mio ragazzo, strizzandomi
l’occhio.
La sera il cielo è pieno di stelle e si riesce a vederle bene,
perché non c’è luce.
Bambini. Sento ancora ronzare nelle orecchie il rullo dei tamburi,
le mani piccole degli infiniti bimbi curiosi addosso, le loro dita tra i
capelli - i nostri per loro sono meravigliosi - che danno piacevoli brividi. La
mattina, quando apro gli occhi sulla zanzariera che filtra la luce bianca
proveniente dalla finestra, avverto subito la particolarità dei rumori. L'Africa
entra nella zanzariera attraverso i bambini che urlano, i versi degli animali
e
il battere ripetitivo del bastone sul mortaio per il fufù, uno dei principali
piatti locali. Improvvisamente fa buio, e improvvisamente rischiara. Il gallo
ha cantato tutta la notte e si ferma solo ora che dovrebbe cantare.
Incongruenze. Nestlè è il cibo dei campioni, e si impone con una tempesta di
pubblicità. Le sue lattine di latte condensato invadono gli angoli di tutto il
paese ma di latte fresco nemmeno l’ombra , mentre vacche, pecore, capre
pascolano persino in
Barnes Road.
I
prodotti locali vengono soppiantati dalla concorrenza di altri prodotti
venduti anche sottocosto, come accade alle bottiglie d’acqua
o ai succhi di frutta, che si pagano oramai più del doppio della
Coca-Cola. Qui arrivano
gli aspetti peggiori del nostro sistema, ma la povertà nei bisogni primari
rimane.
Si resta a cavallo tra modernità occidentale e società tradizionale, con gli
equilibri di una volta spezzati da abitudini consumistiche, in un contesto di
disagio e povertà.
Nei villaggi spesso non c’è acqua corrente, ci viene portato
un silos pieno di acqua piovana. Mi abituerò a fare le docce con il secchio e
a
labbra serrate, abitudine che rende chiaro quanto per lavarsi sia sufficiente
poca acqua e non tutta quella che sprechiamo noi stando ore sotto le docce. Le
donne vanno al fiume a prendere un’acqua marrone e stagnante, riempiendo grandi
recipienti che poi adagiano sulla testa e conducono a destinazione con
portamento fiero, senza versarne una goccia. Quell’acqua viene risparmiata
accortamente e, una volta bollita, viene anche bevuta.
Funerali. Muore una specie di imprenditore, un uomo
importante. Il funerale è una festa a base di canti, danze, tamburi e aqpeteshie,un fortissimo liquore
giallognolo contenuto in calebasse. Le donne anziane guardano compiaciute,
sedute in fila una accanto all’altra. Ovunque la foto del defunto Big Osei Kwadwo, detto Apollo: aveva 49
anni ed era un manager. La sua foto in camicia a fiori e cappello di paglia è
ovunque, sui cartelli, sui portachiavi che
vengono distribuiti, sui sacchetti di carta che contengono da mangiare.
Grandi e robusti uomini sono avvolti da un’abbondante telo nero, elegantemente
e simbolicamente marchiato, che poggia su di una sola spalla. La moglie del
defunto sorride, muove le anche furiosamente insieme ad altre due donne.
Battono i pugni uno sopra l’altro. Viene offerto da bere, da mangiare e nel
pomeriggio gli ubriachi sono ormai numerosi.
Non è ancora finita la stagione
delle piogge. Il cielo si gonfia di grigio, e in poco tempo lo scroscio arriva
improvviso,
abbondante, liberatorio. Cinque cornacchie si appollaiano immobili su un ramo
di palma e dondolano sotto i goccioloni. Il rumore è continuo, sempre uguale,
fragoroso. L’acqua ricopre il selciato, il prato, mentre la gente si ripara e
aspetta pazientemente la fine della pioggia.
continua...