Hannah Allam*
Nonostante
la vasta campagna pubblicitaria contro la morsa autoritaria del Paese,
sembra che le forze della sicurezza egiziana abbiano intrapreso delle
rappresaglie contro gli attivisti politici che sfidano lo status quo.

L’autunno
scorso, il governo del Presidente Mubarak, tra gli alleati arabi più fedeli
agli Usa da cui riceve due miliardi di dollari l’anno, è stato lodato per avere
indetto le prime elezioni presidenziali democratiche del Paese. Vari gruppi di
attivisti politici sostengono però che gli attacchi della polizia continuano
tuttora, contro l’opposizione, gli
organizzatori islamici, i giornalisti e gli elettori. Le proteste mettono in
discussione i risultati dell’ambiziosa campagna condotta dell’amministrazione
Bush, per promuovere democrazia, libertà civili, e diritti umani nel mondo
arabo. L’Egitto, a lungo centro dell’islam sunnita, è la più popolosa nazione
araba e gode dell’immagine di luogo turistico accogliente, con un regime
benigno, una stampa di opposizione e frequenti dimostrazioni contro il governo.
Ma gli attivisti egiziani sostengono che quanto più provano a sfruttare i
fallimenti del regime di Mubarak, vecchio di 24 anni, tanto più le forze di sicurezza
li
ricacciano indietro. Molte delle accuse riguardano la Sicurezza Centrale, un
commando simile agli Swat, i corpi speciali della
polizia Usa, originariamente addestrato per combattere i terroristi e
ricercare i trafficanti di droga.
Appena il governo ha concesso più libertà ai
gruppi d’opposizione, la Sicurezza Centrale ha incluso tra le sue prerogative
il controllo della folla alle manifestazioni. Gli ufficiali egiziani sostengono
che le forze di sicurezza stanno ancora imparando come comportarsi di fronte a
grandi manifestazioni pubbliche e altre azioni dell’opposizione, che fino a
pochi mesi fa non si erano mai sentite. Ma gli attivisti pensano che il fine di
quegli abusi sia prevenire una reale riforma democratica del Paese.
Ufficiali
Usa, che hanno citato le elezioni multipartitiche come una pietra miliare del
loro sforzo verso la democrazia in Medio Oriente, si sono recentemente detti
preoccupati per lo stadio a cui è giunto il processo di riforma. La settimana
scorsa, gli Usa hanno posticipato dei colloqui commerciali con l’Egitto per
esprimere il disappunto per la violenza usata durante il voto e per
l’incarcerazione di un oppositore politico. In alcuni casi ben noti, avvenuti
l’anno scorso, alcune donne, attiviste e giornaliste, accusarono le forze di
sicurezza di aver strappato loro i vestiti, molestandole e minacciando di
violentarle. Ma le accuse non si limitano agli attivisti. A lamentarsi per
l’uso eccessivo della forza sono stati anche spettatori delle partite di
calcio, sospetti criminali sotto interrogatorio, e famiglie picchiate perché
cercavano di salvare i loro cari dall’incendio in un teatro del Cairo, in cui
erano intrappolati. Gli attivisti politici e i gruppi per i diritti umani fanno
notare come il governo non abbia intrapreso azioni disciplinari nemmeno nel più
sanguinoso caso dell’anno scorso: lo sgombero del campo profughi Sudanese,
avvenuto il 30 dicembre, in cui morirono 27 persone e dozzine vennero ferite.
Il capo della polizia del Cairo, i cui uomini sono accusati di molte violenze,
questo mese è stato promosso governatore di una importante provincia
meridionale. E il ministro degli Interni, che controlla i commando più violenti
della polizia, è rimato al suo posto. Secondo George Ishaq, leader di Kifaya,
un gruppo che raccoglie molti partiti dell’opposizione egiziana, “Il messaggio
è: quello che è successo ai sudanesi potrebbe succedere anche a voi “.

Il
ministro degli Interni, dopo aver definito “esagerate” le proteste per
l’assalto, ha respinto le richieste di interrogare i poliziotti accusati di
brutalità. Un agente della Sicurezza Centrale – rimasto anonimo - ha concesso
un’intervista non autorizzata in una piazza dove c’erano stati disordini. Il
poliziotto disse di concepire il suo lavoro come lotta contro le forze di
opposizione e si lamentò che tutti gli abusi succeduti agli arresti in seguito
ai disordini proprio in quella piazza, avessero oscurato il grande lavoro della
polizia e il successo raggiunto nell’impedire che l’Egitto cadesse nelle mani
degli estremisti. "L’opposizione deve dire queste cose su di noi perché la
Sicurezza Centrale è l’ultima linea che gli si para davanti. Non posso lasciare
che facciano quello che vogliono. Vogliono ribellarsi, bruciare auto e
saccheggiare negozi? Vogliono portare gli estremisti al potere? Questo darebbe
una pessima immagine dell’Egitto nel mondo. Non dico che tutto quello che
facciamo noi sia giusto, ma cerchiamo di essere più nel giusto che
nell’errore.” Un altro ufficiale del governo egiziano, anonimo per la
sensibilità dell’argomento, ammise che il raid contro i sudanesi fu un
“abbaglio”. Secondo lui, le altre
accuse, sono come “dolori della crescita” per una democrazia che sta ancora
crescendo. "Ho visto un terribile sviluppo nella professionalità delle
forze armate - ha dichiarato -. Ma ciò nonostante, siamo passati da un sistema
dove non erano ammesse manifestazioni, a un sistema dove l’opposizione può
sfilare nella più importante piazza del Cairo.”

Gli
avvocati che si occupano di diritti umani dubitano della sincerità del governo.
Secondo Fadi al Qadi di Human Rights Watch, “Questi incidenti mostrano la vera
faccia dell’impazienza e dell’intolleranza del governo nei confronti della
gente che vuole cambiare davvero. Il problema del regime è che, storicamente e
recentemente, non ha cercato responsabilità per gli abusi, creando in tal modo
una cultura dell’impunità”. L’organizzazione egiziana per i diritti Umani ha
ricevuto molte denunce di abusi subiti dai dimostranti: proteste che aumentano
dopo ogni passo compiuto verso la democrazia, come il referendum costituzionale
di maggio e le elezioni presidenziali di settembre, con più candidati, chiuse
a
fine novembre. Al primo turno, quando
Mubarak era sicuro della vittoria, abusi e violenze sembravano essere
fatti isolati. Ma le cose sono cambiate quando i Fratelli Musulmani, un gruppo
islamico dichiarato illegale, i cui membri
parteciparono alle elezioni come indipendenti, hanno raggiunto un
risultato inaspettatamente favorevole. Gli scontri tra opposizione e forze di
sicurezza scoppiarono al secondo turno: oltre 800 sostenitori dei Fratelli
Musulmani furono arrestati. Uno di loro era Sameh el Barqi, 32 anni, due figli.
Dopo il secondo turno, le forze di sicurezza entrarono a casa sua al Cairo e
picchiarono il portiere perché non voleva farli entrare. Davanti alla famiglia
terrorizzata, el Barqi fu arrestato e portato via dalla polizia. L’attivista
islamico sostiene di aver passato otto giorni in una lurida cella insieme ad
altri quaranta detenuti, lasciandola solo per gli interrogatori: "Mi hanno
colpito alla testa e al volto. Mi hanno spogliato e colpito con la cintura. Poi
mi hanno lasciato sedere, ma un ufficiale mi premeva le ginocchia contro le
spalle e, colpendomi con le scarpe. Minacciò di stuprarmi con il
manganello."
Durante l’ultimo turno elettorale, le forze della
Sicurezza Centrale erano disposte attorno ai seggi per proteggere gli elettori,
ma testimoni affermano che, viceversa, bloccavano l'ingresso, costringendo
alcuni elettori a entrare scavalcando il muro di cinta, o passando
per le finestre del primo piano. Ci sono testimoni che videro la polizia sparare
ai votanti con proiettili di gomma e lacrimogeni. I giornalisti che tentarono
di fotografare si videro confiscare le macchine. Alla fine delle elezioni risultarono
morte almeno una dozzina di persone e molte altre ferite. I Fratelli Musulmani
conquistarono 88 seggi. El Barqi è
sicuro che l’abuso fu ideato col preciso scopo di intimidire i Fratelli
Musulmani “Lo prova il fatto che la polizia ha iniziato gli arresti casuali solo
alla fine della giornata, quando era chiaro che i Fratelli Musulmani avevano
vinto”. Il gruppo islamico ha immediatamente promesso che userà il potere per
sollevare la questione della brutalità della polizia. Secondo Mohamed Habib, un
loro deputato: "il problema non è che le forze di sicurezza siano fuori
controllo; loro seguono solo gli ordini dello stato. È lo stato che vuole
mostrare di essere ancora forte e di saper tenere le briglie. Non appena un
movimento politico guadagna consenso, e fa pensare a un possibile cambiamento,
viene
smantellato.”