06/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Aumentano le denuncie di brutalità da parte della polizia egiziana
Hannah Allam*
 
Nonostante la vasta campagna pubblicitaria contro la morsa autoritaria del Paese, sembra che le forze della sicurezza egiziana abbiano intrapreso delle rappresaglie contro gli attivisti politici che sfidano lo status quo.
 
L’autunno scorso, il governo del Presidente Mubarak, tra gli alleati arabi più fedeli agli Usa da cui riceve due miliardi di dollari l’anno, è stato lodato per avere indetto le prime elezioni presidenziali democratiche del Paese. Vari gruppi di attivisti politici sostengono però che gli attacchi della polizia continuano tuttora,  contro l’opposizione, gli organizzatori islamici, i giornalisti e gli elettori. Le proteste mettono in discussione i risultati dell’ambiziosa campagna condotta dell’amministrazione Bush, per promuovere democrazia, libertà civili, e diritti umani nel mondo arabo. L’Egitto, a lungo centro dell’islam sunnita, è la più popolosa nazione araba e gode dell’immagine di luogo turistico accogliente, con un regime benigno, una stampa di opposizione e frequenti dimostrazioni contro il governo.
Ma gli attivisti egiziani sostengono che quanto più provano a sfruttare i fallimenti del regime di Mubarak, vecchio di 24 anni, tanto più le forze di sicurezza li ricacciano indietro. Molte delle accuse riguardano la Sicurezza Centrale, un commando simile agli Swat, i corpi speciali della polizia Usa, originariamente addestrato per combattere i terroristi e ricercare i trafficanti di droga.
Appena il governo ha concesso più libertà ai gruppi d’opposizione, la Sicurezza Centrale ha incluso tra le sue prerogative il controllo della folla alle manifestazioni. Gli ufficiali egiziani sostengono che le forze di sicurezza stanno ancora imparando come comportarsi di fronte a grandi manifestazioni pubbliche e altre azioni dell’opposizione, che fino a pochi mesi fa non si erano mai sentite. Ma gli attivisti pensano che il fine di quegli abusi sia prevenire una reale riforma democratica del Paese.
 
Ufficiali Usa, che hanno citato le elezioni multipartitiche come una pietra miliare del loro sforzo verso la democrazia in Medio Oriente, si sono recentemente detti preoccupati per lo stadio a cui è giunto il processo di riforma. La settimana scorsa, gli Usa hanno posticipato dei colloqui commerciali con l’Egitto per esprimere il disappunto per la violenza usata durante il voto e per l’incarcerazione di un oppositore politico. In alcuni casi ben noti, avvenuti l’anno scorso, alcune donne, attiviste e giornaliste, accusarono le forze di sicurezza di aver strappato loro i vestiti, molestandole e minacciando di violentarle. Ma le accuse non si limitano agli attivisti. A lamentarsi per l’uso eccessivo della forza sono stati anche spettatori delle partite di calcio, sospetti criminali sotto interrogatorio, e famiglie picchiate perché cercavano di salvare i loro cari dall’incendio in un teatro del Cairo, in cui erano intrappolati. Gli attivisti politici e i gruppi per i diritti umani fanno notare come il governo non abbia intrapreso azioni disciplinari nemmeno nel più sanguinoso caso dell’anno scorso: lo sgombero del campo profughi Sudanese, avvenuto il 30 dicembre, in cui morirono 27 persone e dozzine vennero ferite. Il capo della polizia del Cairo, i cui uomini sono accusati di molte violenze, questo mese è stato promosso governatore di una importante provincia meridionale. E il ministro degli Interni, che controlla i commando più violenti della polizia, è rimato al suo posto. Secondo George Ishaq, leader di Kifaya, un gruppo che raccoglie molti partiti dell’opposizione egiziana, “Il messaggio è: quello che è successo ai sudanesi potrebbe succedere anche a voi “.
 
Il ministro degli Interni, dopo aver definito “esagerate” le proteste per l’assalto, ha respinto le richieste di interrogare i poliziotti accusati di brutalità. Un agente della Sicurezza Centrale – rimasto anonimo - ha concesso un’intervista non autorizzata in una piazza dove c’erano stati disordini. Il poliziotto disse di concepire il suo lavoro come lotta contro le forze di opposizione e si lamentò che tutti gli abusi succeduti agli arresti in seguito ai disordini proprio in quella piazza, avessero oscurato il grande lavoro della polizia e il successo raggiunto nell’impedire che l’Egitto cadesse nelle mani degli estremisti. "L’opposizione deve dire queste cose su di noi perché la Sicurezza Centrale è l’ultima linea che gli si para davanti. Non posso lasciare che facciano quello che vogliono. Vogliono ribellarsi, bruciare auto e saccheggiare negozi? Vogliono portare gli estremisti al potere? Questo darebbe una pessima immagine dell’Egitto nel mondo. Non dico che tutto quello che facciamo noi sia giusto, ma cerchiamo di essere più nel giusto che nell’errore.” Un altro ufficiale del governo egiziano, anonimo per la sensibilità dell’argomento, ammise che il raid contro i sudanesi fu un “abbaglio”.  Secondo lui, le altre accuse, sono come “dolori della crescita” per una democrazia che sta ancora crescendo. "Ho visto un terribile sviluppo nella professionalità delle forze armate - ha dichiarato -. Ma ciò nonostante, siamo passati da un sistema dove non erano ammesse manifestazioni, a un sistema dove l’opposizione può sfilare nella più importante piazza del Cairo.”
 
Gli avvocati che si occupano di diritti umani dubitano della sincerità del governo. Secondo Fadi al Qadi di Human Rights Watch, “Questi incidenti mostrano la vera faccia dell’impazienza e dell’intolleranza del governo nei confronti della gente che vuole cambiare davvero. Il problema del regime è che, storicamente e recentemente, non ha cercato responsabilità per gli abusi, creando in tal modo una cultura dell’impunità”. L’organizzazione egiziana per i diritti Umani ha ricevuto molte denunce di abusi subiti dai dimostranti: proteste che aumentano dopo ogni passo compiuto verso la democrazia, come il referendum costituzionale di maggio e le elezioni presidenziali di settembre, con più candidati, chiuse a fine novembre. Al primo turno, quando  Mubarak era sicuro della vittoria, abusi e violenze sembravano essere fatti isolati. Ma le cose sono cambiate quando i Fratelli Musulmani, un gruppo islamico dichiarato illegale, i cui membri  parteciparono alle elezioni come indipendenti, hanno raggiunto un risultato inaspettatamente favorevole. Gli scontri tra opposizione e forze di sicurezza scoppiarono al secondo turno: oltre 800 sostenitori dei Fratelli Musulmani furono arrestati. Uno di loro era Sameh el Barqi, 32 anni, due figli. Dopo il secondo turno, le forze di sicurezza entrarono a casa sua al Cairo e picchiarono il portiere perché non voleva farli entrare. Davanti alla famiglia terrorizzata, el Barqi fu arrestato e portato via dalla polizia. L’attivista islamico sostiene di aver passato otto giorni in una lurida cella insieme ad altri quaranta detenuti, lasciandola solo per gli interrogatori: "Mi hanno colpito alla testa e al volto. Mi hanno spogliato e colpito con la cintura. Poi mi hanno lasciato sedere, ma un ufficiale mi premeva le ginocchia contro le spalle e, colpendomi con le scarpe. Minacciò di stuprarmi con il manganello."
 
Durante l’ultimo turno elettorale, le forze della Sicurezza Centrale erano disposte attorno ai seggi per proteggere gli elettori, ma testimoni affermano che, viceversa, bloccavano l'ingresso, costringendo alcuni elettori a entrare scavalcando il muro di cinta, o passando per le finestre del primo piano. Ci sono testimoni che videro la polizia sparare ai votanti con proiettili di gomma e lacrimogeni. I giornalisti che tentarono di fotografare si videro confiscare le macchine. Alla fine delle elezioni risultarono morte almeno una dozzina di persone e molte altre ferite. I Fratelli Musulmani conquistarono 88 seggi. El Barqi  è sicuro che l’abuso fu ideato col preciso scopo di intimidire i Fratelli Musulmani “Lo prova il fatto che la polizia ha iniziato gli arresti casuali solo alla fine della giornata, quando era chiaro che i Fratelli Musulmani avevano vinto”. Il gruppo islamico ha immediatamente promesso che userà il potere per sollevare la questione della brutalità della polizia. Secondo Mohamed Habib, un loro deputato: "il problema non è che le forze di sicurezza siano fuori controllo; loro seguono solo gli ordini dello stato. È lo stato che vuole mostrare di essere ancora forte e di saper tenere le briglie. Non appena un movimento politico guadagna consenso, e fa pensare a un possibile cambiamento, viene smantellato.” 

Traduzione di Francesco Navarrini 
Categoria: Diritti, Politica
Luogo: Egitto
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