di Martin van Creveld*
Il numero di caduti in Iraq ha già oltrepassato la soglia dei 2.000 e non c'è
nessuna fine all'orizzonte. Due terzi degli americani, secondo i sondaggi, credono
che la guerra sia stata un errore. E le elezioni per il Congresso sono dietro
l'angolo. Quello che è successo è successo. La domanda non è più se le forze americane
si ritireranno, ma quando - e a quale costo. Da questo punto di vista, così come
in tanti altri casi, l'ovvio parallelo che si può fare nel caso dell'Iraq è quello
con il Vietnam.

Confrontata da un esercito demoralizzato sul campo e da un'opposizione crescente
a casa, nel 1969 l'amministrazione Nixon cominciò a ritirare la maggior parte
delle sue truppe per facilitare quello che chiamava la "Vietnamizzazione" del
conflitto. Il resto delle forze americane fu ritirato quando il segretario di
Stato Henry Kissinger negoziò un "accordo di pace" con Hanoi. Mentre le truppe
si ritirarono, lasciarono la maggior parte del loro equipaggiamento all'esercito
del Vietnam del Sud - che solo due anni più tardi, dopo la caduta di Saigon, dovette
abbandonarlo ai comunisti.
Chiaramente questo non è un modello piacevole da seguire, ma non vi è nessuna
altra alternativa in vista.
Mentre il Vietnam del Nord aveva almeno un governo con il quale era possibile
organizzare un cessate il fuoco, in Iraq l'avversario consiste in gruppi che operano
all'ombra di terroristi che non hanno un'organizzazione o un'autorità di comando
centralizzata. E mentre nei primi anni ‘70 l'equipaggiamento militare classico
era ancora prevalente e consistente, le forze armate di oggi sono il prodotto
di una rivoluzione tecnologica nel modo di condurre la guerra. Se tale rivoluzione
ha contribuito ad altro oltre al debito nazionale americano è una questione aperta
al dibattito. Non vi è però dubbio, tuttavia, che le nuove armi sono meno numerose
e sono talmente care che anche la potenza più ricca del mondo può permettersi
di metterne in campo solo una manciata.
Di conseguenza, abbandonare l'equipaggiamento o lasciarlo agli iracheni, come
è stato fatto in Vietnam, è semplicemente un'opzione impraticabile. E anche se
lo fosse, il nuovo esercito iracheno è secondo tutti i punti di vista più debole,
meno esperto, meno coeso e meno leale al suo governo di quanto lo era l'esercito
sudvietnamita. Per quanto siano buone le intenzioni e gli obiettivi, Washington
farebbe meglio a questo punto a consegnare le sue armi direttamente a Abu Musab
al-Zarqawi.
Chiaramente, allora, la cosa da fare è dimenticarsi di salvare la faccia e condurre
una ritirata classica.

Lasciando le loro basi o distruggendole se necessario, le forze americane dovranno
ripiegare fino a Baghdad. Da Baghdad dovranno raggiungere il porto meridionale
di Bassora, e da lì raggiungere il Kuwait, da dove l'intera avventura è iniziata.
Quando il primo ministro Ehud Barak fece ritirare le truppe israeliane dal Libano
nel 2000, l'esercito fu in grado di effettuare tale operazione in una sola notte
senza un solo caduto. Tutto ciò, tuttavia, non succederà in Iraq.
Non solo le forze americane sono forse 30 volte più grandi, ma inoltre è più
vasto il paese che dovranno attraversare. Un ritiro richiederà probabilmente parecchi
mesi e comporterà un numero consistente di perdite. Mentre il ripiegamento procede,
l'Iraq cadrà quasi sicuramente in una guerra civile a tutto campo dalla quale
il paese impiegherà parecchio tempo prima di riemergere - se è quando - ne sarà
capace. Tutto ciò è inevitabile e accadrà sia che piaccia o non piaccia a George
W. Bush, Dick Cheney, Donald Rumsfeld e Condoleezza Rice.
Devastato da due guerre contro gli Stati Uniti e dieci anni di sanzioni economiche,
passeranno decine di anni prima che l'Iraq possa rappresentare di nuovo una minaccia
per i sui vicini. Tuttavia un ritiro americano completo dall'area del Golfo non
è un'opzione; la regione, con le sue vaste riserve di petrolio, è semplicemente
troppo importante per contemplare tale opzione. Una presenza militare continua,
fatta di forze di aria e mare e in numero minore di terra, sarà comunque necessaria.

Innanzitutto, tale presenza sarà necessaria per contrastare l'Iran, che per due
decenni ha finora guardato agli Stati Uniti come "Il Grande Satana". Teheran emergerà
sicuramente come il più grande vincitore dalla guerra - un vincitore che in un
futuro non troppo distante probabilmente aggiungerà delle testate nucleari ai
missili che già possiede. Nel passato Teheran ha spesso minacciato gli Stati del
Golfo. Adesso che l'Iraq è stato messo ko, è difficile prevedere come qualcun
altro eccetto gli Stati Uniti possa proteggere gli Stati del Golfo, e il loro
petrolio, dalle grinfie dei mullah.
Una continua presenza militare americana sarà inoltre necessaria, in quanto un
Iraq diviso, caotico e senza governo diventerà probabilmente un vero e proprio
nido di calabroni. Da questo nido centinaia di mini-Zarqawi si diffonderanno per
tutto il Medio Oriente, conducendo atti di sabotaggio e cercando di rovesciare
governi nel nome di Allah'.
A parte gli Stati del Golfo, il paese più vulnerabile è la Giordania, come evidenziato
dai recenti attacchi ad Amman. Tuttavia la Turchia, l'Egitto, e in misura minore,
Israele risentiranno potenzialmente l'impatto di tale eventi. Alcuni di questi
paesi, in particolare la Giordania, avranno bisogno dell'assistenza degli Usa.
Mantenere un presenza militare americana, per non menzionare il ripiegamento
delle forze dall'Iraq, comporterà una miriade di problemi, militari e politici.
Tale sforzo, si spera, sarà guidato da una squadra differente - e più competente
- di quella che è attualmente in carica alla Casa Bianca e al Pentagono.
Per aver ingannato il popolo americano, e per aver lanciato la guerra più folle
da quando l'imperatore Augusto nel 9 a.C. mandò le sue legioni in Germania e le
perse, Bush merita di essere messo in stato di impeachment e, una volta fatto
rimuovere, deve essere sotto processo con il resto dell'entourage presidenziale.
Se condannati, questi uomini avranno tutto il tempo necessario per meditare sui
loro peccati.