Gli Usa verso il rinnovo del Congresso. Se di rinnovo davvero si tratta
scritto per noi da
Matteo Colombi
In difficoltà con l’opinione pubblica per l’interminabile guerra in Iraq e un’economia
che cresce statisticamente ma fatica a trainare salari e prospettive di lavoro,
George Bush ha vestito più panni durante l’annuale discorso alla nazione dinanzi
alle Camere riunite. In tale discorso ogni presidente, da Washington in poi, ha
valutato lo stato di salute dell’unione tra gli Stati che formano questa federazione.

Bush, reduce da cattive notizie, ma anche da una vittoria nell’imbottire la Corte
Suprema con due fedelissimi giudici, uno vicino agli interessi delle grandi aziende
e l’altro alla destra cristiana, ha rispolverato il ruolo di Winston Churchill,
per mostrare la sua maschia determinazione nella lotta al terrorismo e cercare
di ammantare la sua flagrante violazione della legge sullo spionaggio interno
entro la retorica della difesa nazionale e del patriottismo; però Bush ha anche
messo il cappello da socialista, promettendo che in America l’emarginazione sociale
messa in evidenza dall’uragano Katrina verrà pienamente eliminata; inoltre ha
promesso riforme per dare accesso a tutti alla sanità.
Ma quello di Bush è un socialismo all’inverso: agitando lo spauracchio dei buchi
fiscali, da lui creati, e dichiarando insostenibili i futuri costi pensionistici
e sanitari, ha chiesto al Congresso di tagliare ulteriormente la spesa sociale,
nonché estendere i tagli alle tasse dei più abbienti che i Repubblicani hanno
introdotto qualche anno orsono. Ha anche ammesso ciò che è assai ovvio a tutti:
“siamo drogati di petrolio”, e ha proposto di risolvere il tutto entro il 2025
con nuove tecnologie e il nucleare. L’obiettivo, ci dice Re George, è di eliminare
la dipendenza dal Medio Oriente. Ovviamente se ci si vuole liberare della dipendenza
dal Medio Oriente è un po’ strano essere andati a conquistarsene un pezzo così
grande come l’Iraq, e avere riempito di basi il Golfo Persico, il Mediterraneo
e l’Asia Centrale.

Insomma, dalla politica interna a quella estera, la coerenza del discorso non
è stata tra le più forti. Però è stato un discorso così ondivago perché ansioso
di mostrare comprensione verso esigenze insoddisfatte che girano nel corpo sociale
e a cui, seppur malamente, i Democratici cercano di aggrapparsi. A novembre ci
sono le elezioni parziali del Congresso; specialmente alla Camera dei Deputati
la maggioranza dei Repubblicani potrebbe uscire ridimensionata. Il presidente
zoppo ha dunque preso a prestito frasi dal centro, dalla sinistra, dalla destra,
cercando di confezionare un discorso assurdo ma anche ammiccante. I Democrats
rimangono ondivaghi e hanno posto ancora una volta l’accento non su proposte alternative
e credibili, ma sulle piaghe del Presidente. Cindy Sheehan, madre-simbolo della
protesta antiguerra, invitata sugli spalti da un deputato, si è presentata con
una maglietta antiguerra e la polizia l’ha arrestata e rimossa dall’assise (non
mi è chiaro per quale possibile crimine, visto che la libera espressione è protetta
costituzionalmente, ma si sa ormai queste cose non contano più nulla).

La verità è che il sistema politico è bloccato. I dati compilati da
FairVote.org
parlano chiaro. Gli Usa hanno un sistema elettorale uninominale secco:
chi vince il maggior numero di voti rappresenta quella circoscrizione.
In questo momento, non vi è nemmeno un deputato che sia stato eletto
con più del 48 percento degli aventi diritto; e infatti, dal 1996, in
media ogni deputato ha ricevuto il voto di poco più di tre elettori
ogni dieci; dal 1996 il 98 percento dei deputati è stato continuamente
rieletto, indicando un bassissimo tasso di competitività collegato a un
bassissimo tasso di rappresentatività. Se tutto ciò non bastasse,
cresce anche il fenomeno di distretti a partito unico. In
Massachussets, nel biennio 2000-2004, su 30 elezioni, 16 hanno avuto un
unico candidato, e la progressione per l’intera Camera è la seguente: 8
distretti nel 1992, ovvero l’1,8 percento dei seggi nella Camera
(1992); 35 (8%) nel 1994; 17 (3.9%) nel 1996; 94 (21.6%) nel 1998; 64
(14.7%) nel 2000; 80 (18%) nel 2002; 65 (14.9%) nel 2004. Situazioni
simili, di partito unico, di controllo monopolistico e clientelare del
potere si ripetono anche in forme più grottesche a livello locale, nei
municipi e nelle legislature locali.
La verità è che la democrazia è da tempo in declino. Quello che abbiamo al suo
posto è questa pseudo-democrazia interna; questo sistema di oligarchie locali
che costruiscono reti e legami per competere per il potere nazionale ed ove quasi
nessun eletto può asserire di avere avuto il voto di metà degli elettori del suo
distretto; un governo di minoranze monopolistiche che utilizza processi elettorali
fortemente distorti dall’uso dei soldi, della cosa pubblica, dei mass media, nonché
di istituzioni elettorali. Nella società cresce il distacco e l'avversione, ma
ancora non si intravedono i lineamenti di una rottura.