L'ha detto Bush. Ma cosa ha fatto finora per cambiare la situazione?
Gli Stati Uniti sono un paese che consuma troppo petrolio e che per garantirsi
lo stile di vita a cui è abituato è costretto a rifornirsi di greggio da aree
del mondo instabili: un circolo vizioso che bisogna spezzare puntando su fonti
energetiche alternative. E’ la scontata conclusione di un gruppo ambientalista?
Il consiglio di un osservatore indipendente del settore? No: l’ammissione stavolta
è venuta direttamente da George W. Bush, durante il suo discorso sullo stato dell’Unione
di fronte al Congresso: “L’America è drogata di petrolio”, ha detto il presidente
stupendo molti. E dando l’impressione di predicare bene, dopo aver razzolato per
cinque anni come peggio non si poteva. "Difficile da prendere seriamente, dato l'atteggiamento
tenuto fin qui dall'amministrazione Bush verso le fonti alternative", spiega a
PeaceReporter Paul Roberts, autore del libro
The End of Oil. "Un discorso purtroppo insufficiente...Ci vuole ben altro", ha scritto il New
York Times in un
editoriale.
Consumi elevati. Parole sante, quelle di Bush. Confermate dai numeri: ogni giorno gli Usa consumano
il 25 percento del petrolio prodotto nel mondo. Per ogni barile prodotto in patria,
due sono importati. Il parco macchine americano consuma, al litro, il 30 per cento
in più di quello europeo o giapponese. E’ il Paese che traina l’economia mondiale,
certo. Ma è comunemente accettato che il modello statunitense si basa su una gestione
quantomeno allegra delle risorse, storicamente disponibili in abbondanza e a basso
costo. Solo che ora, con il prezzo del petrolio stabile oltre i 60 dollari al
barile, il modello comincia a scricchiolare. Il calo di popolarità del presidente
è anche dovuto all’aumento del prezzo della benzina, che negli Usa costa comunque
la metà che in Italia.
Le scelte della amministrazione. A scanso di equivoci: aumentare l’offerta di petrolio, senza parlare mai di
riduzione della domanda (cioè di risparmio energetico, un tabù che fa tornare
in mente lo choc degli anni Settanta), è stata la politica di ogni amministrazione
dai tempi di Reagan. Ma con l’attuale presidente i legami tra politica e industria
si sono intensificati. Bush è stato eletto anche grazie a donazioni record dell’industria
automobilistica, esponenti chiave dell’amministrazione – lo stesso Bush, il vicepresidente
Cheney, il segretario di Stato Rice – hanno in passato ricoperto ruoli di responsabilità
in società petrolifere. I risultati si sono visti: anche il più moderato degli
analisti riconosce oggi che la ricerca di fonti di petrolio sicure è stata una
causa primaria della guerra in Iraq. L’insistenza della Casa Bianca nel cercare
di far passare un provvedimento che autorizzi le trivellazioni nel Parco nazionale
artico dell’Alaska – un progetto caduto solo grazie all’ostruzionismo dell’opposizione
– ha ribadito il concetto. Le detrazioni fiscali triplicate due anni fa per chi
compra un Suv, i fuoristrada mangiabenzina da città, hanno ricompensato la lobby
automobilistica. Grazie al petrolio alle stelle, le compagnie stanno facendo profitti
da record. E così via.
Le solite promesse? Ma ora, se alle parole del presidente seguiranno i fatti, tutto questo cambierà.
Niente più petrolio da aree a rischio: l’obiettivo di Bush è di ridurre del 75
per cento le importazioni di petrolio dal Medio Oriente, che al momento soddisfano
un quinto del fabbisogno statunitense. “Il cambiamento retorico c’è, per un ex
petroliere”, spiega a PeaceReporter Dan Seligman, direttore nazionale dell’Apollo Alliance, un’associazione progressista
per lo sviluppo dell’energia. “Bush ha finalmente riconosciuto che c’è un problema.
Ma non ha specificato se quel 75 per cento in meno dal Medio Oriente ce lo prenderemo
da altre zone o no. E comunque è un obiettivo che sarebbe facilmente raggiungibile
anche ora, migliorando i consumi delle automobili con tecnologie che esistono
già”, conclude.
“Rendere l’America più sicura e meno dipendente dall’energia straniera”, ha detto
il presidente al Congresso. Ma questa non è una novità: l’ha detto quest’anno,
l’anno scorso, quello precedente, e quello prima ancora. Nel frattempo, dal 2000 a oggi le importazioni di petrolio negli Usa sono
salite dal 58 per cento al 66 per cento del totale consumato. “Se l’America è drogata
di petrolio, Bush è il nostro spacciatore”, ha scritto un blogger. “Quelle di
Bush sono promesse vuote”, ha commentato il deputato democratico Ed Markey. Se
può consolare, non sono le prime sentite in un discorso presidenziale. “Alla fine
di questo decennio, gli Stati Uniti non dipenderanno da nessun altro Paese per
l’energia di cui hanno bisogno”. Lo disse Richard Nixon, nel novembre 1973.