02/02/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



L'ha detto Bush. Ma cosa ha fatto finora per cambiare la situazione?
Gli Stati Uniti sono un paese che consuma troppo petrolio e che per garantirsi lo stile di vita a cui è abituato è costretto a rifornirsi di greggio da aree del mondo instabili: un circolo vizioso che bisogna spezzare puntando su fonti energetiche alternative. E’ la scontata conclusione di un gruppo ambientalista? Il consiglio di un osservatore indipendente del settore? No: l’ammissione stavolta è venuta direttamente da George W. Bush, durante il suo discorso sullo stato dell’Unione di fronte al Congresso: “L’America è drogata di petrolio”, ha detto il presidente stupendo molti. E dando l’impressione di predicare bene, dopo aver razzolato per cinque anni come peggio non si poteva. "Difficile da prendere seriamente, dato l'atteggiamento tenuto fin qui dall'amministrazione Bush verso le fonti alternative", spiega a PeaceReporter Paul Roberts, autore del libro The End of Oil. "Un discorso purtroppo insufficiente...Ci vuole ben altro", ha scritto il New York Times in un editoriale.
 
Il discorso di Bush davanti al CongressoConsumi elevati. Parole sante, quelle di Bush. Confermate dai numeri: ogni giorno gli Usa consumano il 25 percento del petrolio prodotto nel mondo. Per ogni barile prodotto in patria, due sono importati. Il parco macchine americano consuma, al litro, il 30 per cento in più di quello europeo o giapponese. E’ il Paese che traina l’economia mondiale, certo. Ma è comunemente accettato che il modello statunitense si basa su una gestione quantomeno allegra delle risorse, storicamente disponibili in abbondanza e a basso costo. Solo che ora, con il prezzo del petrolio stabile oltre i 60 dollari al barile, il modello comincia a scricchiolare. Il calo di popolarità del presidente è anche dovuto all’aumento del prezzo della benzina, che negli Usa costa comunque la metà che in Italia.
 
Bush fa il pieno a un prototipo di auto alimentata a idrogenoLe scelte della amministrazione. A scanso di equivoci: aumentare l’offerta di petrolio, senza parlare mai di riduzione della domanda (cioè di risparmio energetico, un tabù che fa tornare in mente lo choc degli anni Settanta), è stata la politica di ogni amministrazione dai tempi di Reagan. Ma con l’attuale presidente i legami tra politica e industria si sono intensificati. Bush è stato eletto anche grazie a donazioni record dell’industria automobilistica, esponenti chiave dell’amministrazione – lo stesso Bush, il vicepresidente Cheney, il segretario di Stato Rice – hanno in passato ricoperto ruoli di responsabilità in società petrolifere. I risultati si sono visti: anche il più moderato degli analisti riconosce oggi che la ricerca di fonti di petrolio sicure è stata una causa primaria della guerra in Iraq. L’insistenza della Casa Bianca nel cercare di far passare un provvedimento che autorizzi le trivellazioni nel Parco nazionale artico dell’Alaska – un progetto caduto solo grazie all’ostruzionismo dell’opposizione – ha ribadito il concetto. Le detrazioni fiscali triplicate due anni fa per chi compra un Suv, i fuoristrada mangiabenzina da città, hanno ricompensato la lobby automobilistica. Grazie al petrolio alle stelle, le compagnie stanno facendo profitti da record. E così via.
 
Una manifestazione ambientalista a Los Angeles
Le solite promesse? Ma ora, se alle parole del presidente seguiranno i fatti, tutto questo cambierà. Niente più petrolio da aree a rischio: l’obiettivo di Bush è di ridurre del 75 per cento le importazioni di petrolio dal Medio Oriente, che al momento soddisfano un quinto del fabbisogno statunitense. “Il cambiamento retorico c’è, per un ex petroliere”, spiega a PeaceReporter Dan Seligman, direttore nazionale dell’Apollo Alliance, un’associazione progressista per lo sviluppo dell’energia. “Bush ha finalmente riconosciuto che c’è un problema. Ma non ha specificato se quel 75 per cento in meno dal Medio Oriente ce lo prenderemo da altre zone o no. E comunque è un obiettivo che sarebbe facilmente raggiungibile anche ora, migliorando i consumi delle automobili con tecnologie che esistono già”, conclude.
“Rendere l’America più sicura e meno dipendente dall’energia straniera”, ha detto il presidente al Congresso. Ma questa non è una novità: l’ha detto quest’anno, l’anno scorso, quello precedente, e quello prima ancora. Nel frattempo, dal 2000 a oggi le importazioni di petrolio negli Usa sono salite dal 58 per cento al 66 per cento del totale consumato. “Se l’America è drogata di petrolio, Bush è il nostro spacciatore”, ha scritto un blogger. “Quelle di Bush sono promesse vuote”, ha commentato il deputato democratico Ed Markey. Se può consolare, non sono le prime sentite in un discorso presidenziale. “Alla fine di questo decennio, gli Stati Uniti non dipenderanno da nessun altro Paese per l’energia di cui hanno bisogno”. Lo disse Richard Nixon, nel novembre 1973. 

Alessandro Ursic

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