Scritto per noi da
Raffaella Rogora
L’odio e il disprezzo possono vivere nella stessa persona insieme all’umanità
e alla dolcezza? Steven Spielberg sembra chiederselo nel suo ultimo lavoro cinematografico,
Munich, dove ricorda l’attacco terroristico alle Olimpiadi del 1972 quando undici atleti
israeliani vennero uccisi da un gruppo di palestinesi appartenenti all’organizzazione
Settembre Nero.
La trama. Almeno 900mila persone sparse in ogni angolo del mondo seguirono in diretta l’attentato
che si svolgeva sotto l’occhio delle telecamere. Una prima e autentica mediatizzazione
dell’orrore, ricordata oggi dal regista statunitense. “Condanno quanto avvenuto
a Monaco- ha spiegato Spielberg nella presentazione dell’anteprima - ma non demonizzo
gli agenti. Attraverso i sentimenti che provano, la musica che ascoltano, la loro
vita quotidiana, mostro invece che si tratta di persone come tutti noi”. Sangue,
violenza e morti si mescolano a scene di normale quotidianità e la sensazione
è proprio quella che il film miri ad umanizzare le due parti in causa, israeliani
e palestinesi. Un commando di terroristi palestinesi addestrato all’odio fa irruzione
senza essere visto nel villaggio olimpico di Monaco dove undici atleti israeliani
avrebbero dovuto gareggiare. Così comincia la pellicola di Spielberg. Le prime
scene sono veloci, si susseguono in modo quasi isterico, come per suscitare nello
spettatore un senso di irrequietezza, con l’intento di schiodarlo dalla comoda
poltrona del cinema su cui è rilassato e calarlo nell’atmosfera del film. Spari,
sangue, urla: i terroristi uccidono tutti gli atleti. La vera trama comincia proprio
dalla morte degli israeliani e si concentra sulla vendetta che ne segue.
La verità nascosta. E’ l’inizio di un circolo chiuso, che ruota su se stesso, dove la sola logica
dominante è uccidere. La storia si incentra su Anver, un giovane ufficiale dell’intelligence
israeliana. Anver ed altri quattro connazionali vengono contattati dal Mossad
che architetta una spedizione punitiva contro i sospetti mandanti dell’attentato
di Monaco. Anver, per prendere parte alla missione, lascia dietro di sé la moglie
incinta e la propria identità. Comincia l’inseguimento senza sosta delle vittime,
che condurrà inconsapevolmente i cinque prescelti dal Mossad in un tunnel sempre
più nero e ben presto, si accorgeranno di essere diventati a loro volta delle
prede… .Il film, proprio per il fatto di essere incentrato sulle reazioni punitive
del governo israeliano (guidato al tempo da Golda Meir) si “ispira alla realtà”,
che tuttavia non sarà mai conosciuta per davvero. Scava nel buio dei misteri che
congelano la vicenda, ma i protagonisti della storia, sono agenti dei servizi
segreti, per i quali l’imperativo è il silenzio più assoluto. Secondo il parere
del
New York Times, Munich si rifarebbe per gran parte al libro di George Jonas “Vengeance” pubblicato
nel 1984 e basato sulle testimonianze di un componente del Mossad incaricato appunto
di uccidere i mandanti del massacro di Monaco.
Il vero nemico, l’intolleranza. Spielberg, in un’ intervista rilasciata al
Times ha detto: “Il film è una preghiera per la pace in Medio Oriente, non credo che
cinema e libri possano risolvere la situazione, ma vale comunque la pena provare.
Il vero nemico non sono né gli israeliani, né i palestinesi, ma l’intolleranza
che regna nei loro Paesi.” Il messaggio di pace lanciato dal regista vorrebbe
essere quello di “far capire alla gente che, almeno sul piano umano, tra questi
due popoli non ci sono poi così grandi differenze.” E forse, è proprio dalla convinzione
per cui un “uomo è un uomo” indipendentemente dalla nazione da cui proviene che
Spielberg ha deciso di regalare 250 telecamere ai bambini israeliani e palestinesi,
affinché possano riprendere lo scorrere delle loro giornate su un nastro che potranno
poi scambiarsi, per rivedersi entrambi e riscoprirsi magnificamente simili.