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Eredità di guerra. Fossero solo le strade a mancare. La lotta per
l’indipendenza e la guerra civile hanno fatto precipitare il Paese in uno stato
di conflitto permanente durato dal 1960 al 2002, e che in Cabinda continua
ancora oggi. Si calcola che solo la guerra civile abbia fatto mezzo milione di
vittime e 40 miliardi di dollari di danni. In Angola, tristemente famosa per le
mine antiuomo, rimangono ancora 8 milioni di ordigni inesplosi, ed è anche per
questo che le poche strade rimaste non possono essere utilizzate. Gli Angolani
devono ringraziare le due superpotenze dell’epoca, che si sono affrontate in
una lunga guerra per procura attraverso il comunista Mpla (Movimento Popular de
Libertação de Angola) da una parte e l’Unita (União Nacional para a Independencia
Total de Angola) di Jonas
Savimbi, sostenuto da Usa e Sudafrica, dall’altra. Il conflitto ha ridotto il
Paese in ginocchio e, terminata la guerra fredda, si è lentamente spento nel
disinteresse della comunità internazionale, che dopo aver sponsorizzato il
processo di pace si è dimenticata della ricostruzione.
Povertà e corruzione. Non stupisce perciò che in Angola il 70 percento della
popolazione viva sotto la soglia di povertà, la disoccupazione raggiunga il 60
percento e l’inflazione il 27 (un grande risultato, visto che alla fine del
conflitto arrivava a numeri a tre cifre). Dati che stridono con le potenzialità
economiche dell’Angola, secondo produttore africano di petrolio (1,3 milioni di
barili al giorno) e quarto al mondo nel settore dei diamanti. Risorse che
finora hanno foraggiato solo guerre e corruzione, al punto che il governo angolano
negli anni ’90 era costretto a impegnare le entrate petrolifere future per
contrarre prestiti e mantenere uno degli eserciti più numerosi e ben
equipaggiati dell’Africa; e che, dall’altra parte, non riusciva a mantenere uno
straccio di amministrazione, se è vero che dal 1975 al 2002 in Angola non è
stato registrato neanche un atto di nascita. A quattro anni dalla fine della
guerra però qualcosa in Angola sta cambiando: il Paese si sta risollevando con
difficoltà, ma anche con la consapevolezza di poter giocare un ruolo importante
nel continente. Se per le elezioni bisognerà aspettare ancora, i segnali
positivi non mancano.
La fine del tunnel. Innanzitutto
lo sviluppo agricolo. Il ritorno di milioni di profughi ha permesso il varo di
una nuova legge agraria, che garantisce il possesso della terra e che ha
beneficiato circa 4 milioni di persone. Come risultato i raccolti sono in
continuo aumento dal 2002, e permettono alle famiglie di mettere da parte
qualche soldo. Programmi molto meno costosi di quelli petroliferi, e che hanno
un impatto immediato sulle condizioni di vita degli Angolani. Quando verranno
completate le operazioni di sminamento, sarà possibile mettere a coltura zone
ancora off-limits, e rimettere in
sesto strade e ferrovie. Obiettivi ambiziosi, che sarà possibile raggiungere
solo grazie ai “generosi” finanziamenti cinesi, visto che il governo è in
rottura prolungata con il Fondo Monetario Internazionale. In cambio della
concessione di diritti petroliferi a compagnie cinesi, Pechino ha sbloccato un
mega-finanziamento da 2 miliardi di dollari, destinato a raddoppiare nei
prossimi anni. Un’ipoteca pesante sulle risorse economiche angolane, ma anche
l’unica strada praticabile per uscire dal tunnel. E per organizzare le
elezioni. Matteo Fagotto