31/01/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



I cristiani vittime della intolleranza religiosa in molti paesi
Il 29 gennaio, un attacco coordinato della guerriglia ha colpito cinque luoghi di culto cristiani a Kirkuk e Baghdad, riportando alle stelle il livello della violenza nel Paese, già sconvolto dai conflitti tra sciiti, sunniti, curdi, e turcomanni. Le esplosioni hanno causato sedici vittime e venti feriti: nella chiesa della Vergine e in quella ortodossa di Kirkuk, nel santuario di St. Joseph, in quello anglicano, e anche nell’ambasciata vaticana a Baghdad. 
  La chiesa di Kirkuk dopo l'esplosione
In fuga. Sotto il regime di Saddam i cristiani godevano di relativa libertà, ma dall’inizio della guerra sono stati tra le vittime più frequenti di attacchi a scopo “moralizzatore” da parte di radicali islamici, intenzionati a colpire gli infedeli e il loro stile di vita. L’episodio più grave dall’inizio del conflitto risale all’agosto 2004, quando una simile striscia di attentati tra Baghdad e Mosul causò la morte di 12 cristiani e decine di feriti. Il 30, circa quattrocento religiosi cristiani hanno protestato nella capitale contro le violenze ai danni della loro gente. Tra loro Ismael Kardush, un religioso secondo il quale “siamo costretti a fuggire dopo anni di convivenza pacifica perché (i miliziani ndr), non potendo attaccare gli statunitensi, attaccano noi che abbiamo la stessa religione, anche se siamo arabi come loro”. Molte famiglie, dopo aver abitato nel Paese per generazioni, si vedono oggi costrette a fuggire, prevalentemente verso Siria e Giordania, disperando ormai nel sogno di un futuro Iraq basato sulla tolleranza religiosa. “Ci sono dozzine di famiglie cristiane che si preparano a lasciare l’Iraq” conferma Farah Annuar, portavoce dei Cristiani Iracheni. “Nelle ultime ore – dichiara un tassista di Baghdad - abbiamo ricevuto decine di prenotazioni da famiglie cristiane dirette all’estero, mentre di solito ne trasportiamo una o due al mese”. I censimenti ufficiali stimano che i cristiani in Iraq siano circa 800 mila, il 3 percento della popolazione, ma stando alle cifre raccolte da diverse organizzazioni locali, almeno 150 mila avrebbero già lasciato il paese. Tra la popolazione civile cristiana, le persone più a rischio sono i venditori di alcolici: un’attività tipicamente cristiana perché non consentita ai musulmani. L’ultimo caso risale al 16 gennaio 2006, quando due negozi di alcolici di Baghdad sono stati incendiati da uomini a volto coperto. Abu Shakir, un venditore di alcolici di Baghdad, spiegava a un quotidiano iracheno come, nonostante le cautele adottate come chiudere al venerdì e durante il ramadan, gli estremisti continuano a minacciarli e attaccarli a causa dell’anarchia generalizzata. Facendo della moralizzazione la continuazione della battaglia contro Usa e governo iracheno.
 
Una delle vignette incriminate: "Fermatevi! Abbiamo finito le vergini!"Vignette esplosive. Dopo gli attacchi del 29, il vescovo di Kirkuk, Luis Sako, ha dichiarato: “Penso che quegli attentati fossero una reazione contro ciò che è stato pubblicato da una rivista danese contro il profeta musulmano. Ho incontrato il capo degli imam locali e gli ho confermato che la posizione della chiesa è di rispettare tutte le religioni. E comunque ai funerali delle vittime erano presenti anche diversi musulmani, un segno di fraternità che dà speranza.”
La pubblicazione cui si riferisce il religioso è una serie di 12 vignette satiriche sull’islam, che il periodico danese Jyllands-Posten ha pubblicato a settembre 2005 e un quotidiano evangelico norvegese ha riproposto il 10 gennaio 2006. Stando agli editori danesi, lo scopo della pubblicazione era quello di valutare in che misura il fondamentalismo islamico, che proibisce qualsiasi rappresentazione figurativa del profeta, condizionasse il livello della libertà di espressione in Danimarca. “Non si intendeva insultare l’islam” ha dichiarato il direttore in un editoriale. Ma nel frattempo la polemica ha superato i confini, degenerando in un attacco politico alla Danimarca, che in pochi giorni ha subito la chiusura dell’ambasciata libica, di quella saudita, diverse proposte di boicottaggio in diversi paesi arabi e non solo. Azioni dimostrative si sono svolte anche in Palestina, dove il parlamento di Gaza è stato occupato da una trentina di poliziotti che protestavano proprio contro quelle vignette irrispettose. Lunedì 30 gennaio, una bomba posta a lato della strada ha colpito una pattuglia danese a Bassora. Il maggiore Britannico Peter Cripps ha dichiarato: “Si sta indagando se ci siano collegamenti con la vicenda delle vignette su Maometto”.
  Bandiera danese calpestata in Palestina
Cpt. Nel frattempo, sabato 28 gennaio, le televisioni di tutto il mondo mostravano le immagini di altri cristiani in Iraq. Si tratta dei quattro operatori umanitari del Christian Peacemakers Team, un gruppo che dall’inizio della guerra ha operato nei luoghi più caldi del Paese, Falluja in testa, per fornire informazione indipendente e sostenere i diritti umani di civili e prigionieri iracheni. I quattro sono stati rapiti il 26 novembre da un gruppo ribelle che ha chiesto, in cambio del loro rilascio, la liberazione dei prigionieri iracheni. Una trattativa che diventa ogni giorno più complicata, specie adesso che i rapiti, due canadesi, uno statunitense e un inglese, oltre all’infamante etichetta di pacifisti occidentali, potranno anche essere accusati di aver commesso “atti cristiani in luogo pubblico”.

Naoki Tomasini

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