Il 29 gennaio, un attacco coordinato della guerriglia ha
colpito cinque luoghi di culto cristiani a Kirkuk e Baghdad, riportando alle
stelle il livello della violenza nel Paese, già sconvolto dai
conflitti tra sciiti, sunniti, curdi, e turcomanni. Le esplosioni hanno causato
sedici vittime e venti feriti: nella chiesa della Vergine e in quella ortodossa
di Kirkuk, nel santuario di St. Joseph, in quello anglicano, e anche
nell’ambasciata vaticana a Baghdad.

In fuga. Sotto il regime di Saddam i cristiani godevano
di relativa libertà, ma dall’inizio della guerra sono stati tra le vittime più
frequenti di attacchi a scopo “moralizzatore” da parte di radicali islamici,
intenzionati a colpire gli infedeli e il loro stile di vita. L’episodio più
grave dall’inizio del conflitto risale all’agosto 2004, quando una simile
striscia di attentati tra Baghdad e Mosul causò la morte di 12 cristiani e
decine di feriti. Il 30, circa quattrocento religiosi
cristiani hanno protestato nella capitale contro le violenze ai danni della
loro gente. Tra loro Ismael Kardush, un religioso secondo il quale “siamo
costretti a fuggire dopo anni di convivenza pacifica perché (i miliziani ndr),
non potendo attaccare gli statunitensi, attaccano noi che abbiamo la stessa
religione, anche se siamo arabi come loro”. Molte famiglie, dopo aver abitato
nel Paese per generazioni, si vedono oggi costrette a fuggire, prevalentemente
verso Siria e Giordania, disperando ormai nel sogno di un futuro Iraq basato
sulla tolleranza religiosa. “Ci sono dozzine di famiglie cristiane che si
preparano a lasciare l’Iraq” conferma Farah Annuar, portavoce dei Cristiani
Iracheni. “Nelle ultime ore – dichiara un tassista di Baghdad - abbiamo
ricevuto decine di prenotazioni da famiglie cristiane dirette all’estero,
mentre di solito ne trasportiamo una o due al mese”. I censimenti ufficiali
stimano che i cristiani in Iraq siano circa 800 mila, il 3 percento della
popolazione, ma stando alle cifre raccolte da diverse organizzazioni locali, almeno
150 mila avrebbero già lasciato il paese. Tra la popolazione civile cristiana,
le persone più a rischio sono i venditori di alcolici: un’attività tipicamente
cristiana perché non consentita ai musulmani. L’ultimo caso risale al 16
gennaio 2006, quando due negozi di alcolici di Baghdad sono stati incendiati da
uomini a volto coperto. Abu Shakir, un venditore di alcolici di Baghdad,
spiegava a un quotidiano iracheno come, nonostante le cautele adottate come
chiudere al venerdì e durante il ramadan, gli estremisti continuano a
minacciarli e attaccarli a causa dell’anarchia generalizzata. Facendo della
moralizzazione la continuazione della battaglia contro Usa e governo iracheno.
Vignette esplosive. Dopo gli attacchi del 29, il
vescovo di Kirkuk, Luis Sako, ha dichiarato: “Penso che quegli attentati
fossero una reazione contro ciò che è stato pubblicato da una rivista danese
contro il profeta musulmano. Ho incontrato il capo degli imam locali e gli ho
confermato che la posizione della chiesa è di rispettare tutte le religioni. E
comunque ai funerali delle vittime erano presenti anche diversi musulmani, un
segno di fraternità che dà speranza.”
La pubblicazione cui si riferisce il
religioso è una serie di 12 vignette satiriche sull’islam, che il periodico
danese Jyllands-Posten ha pubblicato a settembre 2005 e un quotidiano
evangelico norvegese ha riproposto il 10 gennaio 2006. Stando agli editori
danesi, lo scopo della pubblicazione era quello di valutare in che misura il
fondamentalismo islamico, che proibisce qualsiasi rappresentazione figurativa
del profeta, condizionasse il livello della libertà di espressione in
Danimarca. “Non si intendeva insultare l’islam” ha dichiarato il direttore in
un editoriale. Ma nel frattempo la polemica ha superato i confini, degenerando
in un attacco politico alla Danimarca, che in pochi giorni ha subito la
chiusura dell’ambasciata libica, di quella saudita, diverse proposte di
boicottaggio in diversi paesi arabi e non solo. Azioni dimostrative si sono
svolte anche in Palestina, dove il parlamento di Gaza è stato occupato da una
trentina di poliziotti che protestavano proprio contro quelle vignette
irrispettose. Lunedì 30 gennaio, una bomba posta a lato della strada ha colpito
una pattuglia danese a Bassora. Il maggiore Britannico Peter Cripps ha dichiarato:
“Si sta indagando se ci siano collegamenti con la vicenda delle vignette su
Maometto”.

Cpt. Nel frattempo, sabato 28 gennaio, le televisioni
di tutto il mondo mostravano le immagini di altri cristiani in Iraq. Si tratta
dei quattro operatori umanitari del Christian Peacemakers Team, un gruppo che
dall’inizio della guerra ha operato nei luoghi più caldi del Paese, Falluja in
testa, per fornire informazione indipendente e sostenere i diritti umani di
civili e prigionieri iracheni. I quattro sono stati rapiti il 26 novembre da un
gruppo ribelle che ha chiesto, in cambio del loro rilascio, la liberazione dei
prigionieri iracheni. Una trattativa che diventa ogni giorno più complicata,
specie adesso che i rapiti, due canadesi, uno statunitense e un inglese, oltre
all’infamante etichetta di pacifisti occidentali, potranno anche essere
accusati di aver commesso “atti cristiani in luogo pubblico”.